Una Savoia a Buchenvald

 

 

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Una  Savoia a Buchenvald

Weimar: 29 Agosto 44, nel cimitero militare delle SS, non lontana dal campo di sterminio nazista di Buchenvald, una donna viene seppellita. Sulla sua tomba depongono un cartello con una laconica iscrizione: N. 262 Sconosciuta. Chi era questa sfortunata vittima del nazismo? Per quale delitto la privarono non solo della vita, ma anche del nome di battesimo? E perché, anche se sconosciuta, fu seppellita in un cimitero tedesco?

E da qui che inizia la drammatica vicenda della gentile principessa dagli occhi neri; Mafalda di Savoia figlia del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Dai fasti della regalità al tragico epilogo, dalla regia alla morsa della furia tedesca nel lager di Buchenvald.

 Mafalda di Savoia è una di quelle figure tragiche e commoventi che sembrano quasi uscire da un romanzo, uno di quei pochi casi in cui la realtà supera la fantasia. Si rimane colpiti da questa donna semplice nel senso migliore del termine, brillante, in apparenza timida. ma piena di coraggio. Mafalda si considerava soprattutto madre e moglie. Di fronte alla solitudine e al dolore che visse nell’ultimo anno di vita, da prigioniera dei tedeschi, essa dimostro dignità e sollecitudine verso il prossimo. Per tutta la vita cercò di aiutare gli altri, che si trattasse dei suoi parenti, di persone indigenti, dei soldati feriti al fronte e soprattutto dei suoi compagni di sventura a Buchenvald. Tutti i testimoni, anche vari prigionieri dei lager, italiani e non, descrivono la principessa, innanzitutto come una brava persona di animo magnanimo. Ebbe solo la sfortuna di essere travolta da eventi più grandi di lei, e forse per troppa fiducia nel prossimo e nei suoi familiari, non si salvò. Mafalda infatti, resterà vittima di un bombardamento aereo americano. Essa  si era rifugiata in un fossato con alcuni compagni di prigionia, ma fu gravemente ferita da una pioggia di schegge. Avrebbe dovuto essere operata d’urgenza, non fu possibile date le condizioni disastrate dell’infermeria del lager e dunque morì dopo inaudite sofferenze dovute alla cancrena.

La Principessa non pensava affatto alla politica, ai tradimenti, ai partiti, alle dittature e quant’altro, pensava soprattutto a salvare la sua famiglia. Questo è l’aspetto “del caso Mafalda” più toccante, più eroico, più femminile, più mirabile. Essa rinuncia a porsi in salvo per essere vicina al marito tedesco principe d’Assia, sposato per amore  e ai figli. Quindi questa famiglia è anche tedesca, ma che importa? Non tutti i Tedeschi sono animali, molti di loro anche allora erano persone perbene, esseri umani come noi  e meritavano di essere amati e di amare come si sono amati Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia insieme ai lori figli. Oggi che siamo in Europa, oggi che non c’è più un mostro come Hitler, siamo sinceramente in grado di comprendere maggiormente l’assurdità di certi steccati e di certi pregiudizi.

Mafalda di Savoia fu quindi  una donna italiana, ma anche tedesca, soprattutto una donna lontana dall’odio e dagli intrighi della politica e tuttavia anche se principessa, consapevole di essere come tutti  gli altri, in particolare lì nell’inferno di Buchenvald.

Sette Italiani come lei, rinchiusi nei lager tedeschi con lei, non appena liberi seppero trovare tra mille la sua tomba anonima, la tomba della “donna sconosciuta” n. 262, e si tassarono per apporvi la lapide che la identificava. Era la tomba di quella che un tempo fu anche la loro principessa e vollero che si sapesse. Vollero onorare in lei tutte le donne d’Europa e del mondo dell’Italia e della Germania, del popolo come dell’aristocrazia che nel mezzo della bufera e della guerra avevano saputo vivere, amare e morire!

ANTONIO LEO

Collepasso, 24/1/2012

 

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