TRADIZIONE AUC

 

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TRADIZIONE AUC

Dunque finì. Il 15 febbraio 2003 giurò a Cesano l’ultimo corso Allievi Ufficiali di complemento (AUC) , il 190º del dopoguerra. I neo promossi raggiunsero i Corpi il 10 giugno e di lì a sei mesi o poco più salutarono le Bandiere e tornarono a casa.
La benemerita categoria dei sottotenenti di complemento è sparita per sempre dai ruoli e si consumerà nei decenni che seguiranno.
Dico questo con l’amarezza che può provare un ex ufficiale di complemento come me (149° corso AUC – 1992) nel vedere i propri compagni di viaggio spariti e sparire per sempre dai ranghi delle Forze Armate. Probabilmente in me giocano sentimenti sorti fin dai primi giorni di vita ai reparti e maturati nel tempo anche da congedato ma che, temo, non alberghino nell’animo dei componenti dello Stato Maggiore o del ministero della Difesa. I sentimenti non trovano posto laddove si ragiona con i freddi numeri della programmazione, con le esigenze e i ritorni, con il dare e l’avere: interessano gli utili, non le emozioni. Queste intralciano le previsioni, pongono in crisi le statistiche, fanno sorgere fastidiosi problemi.
Se questo modo di ragionare può andar bene in chi trae utili materiali dal mondo del commercio e dell’industria, non va assolutamente bene in chi, come i militari, ha sempre poggiato le proprie azioni sulla tradizione e sui valori morali della vita. Purtroppo le cose sono cambiate: si sciolgono senza batter ciglio Brigate, come l’Orobica e la Cadore, e si svuotano Brigate come la Tridentina, invidia anche per gli stranieri, si anemizzano battaglioni come l’Aosta decorato di medaglia d’oro conquistata sul campo per lo straordinario comportamento dell’intero reparto, si tolgono qualifiche ben collaudate dal tempo per cui l’artiglieria da montagna diventa un’anonima artiglieria terrestre . Si tende insomma a semplificare nel nome della funzionalità. E così, conseguenza diretta della sospensione della leva, via anche gli ufficiali di complemento divenuti solo un fastidio nei confronti dei soldati professionisti. Mi può star bene, ci deve star bene: non si può pretendere una legge ad hoc per qualche migliaio di giovanotti rimasti; non sarebbe né pratico, né costituzionale. Anche se, fatta salva la mia scarsa conoscenza del problema, non vedo perché non si possano arruolare sottotenenti quali VFB; ho il timore che si tratti di questioni sindacali, in quanto anche il mondo militare ne deve tener conto ora che il servizio è su base volontaria e quindi soggetto alle leggi del lavoro; cosa che non era per il servizio militare obbligatorio che rappresentava un aspetto atipico delle attività umane.
Duole, tuttavia, aver visto sparire una categoria che ha affiancato gli ufficiali effettivi d’Accademia per 142 anni, cioè dal 4 maggio 1861, giorno della nascita dell’Esercito Italiano allora Regio Esercito. Presente nei momenti felici e meno felici della storia patria, ha combattuto nella terza delle tre guerre di indipendenza, in due guerre mondiali, in tre avventure africane, nella guerra di Spagna, nella ritirata di Russia, e nel deserto ad El Alamein; sobbarcandosi i compiti più gravosi di prima linea. Limitandomi ai soli due conflitti mondiali, ricordo che sui campi di battaglia della prima Guerra sono caduti 44.000 ufficiali subalterni e altrettanti, in proporzione, nella seconda.
Non si contano le decorazioni al valor militare  conferite per fatti d’arme che restano scolpiti nella storia del nostro glorioso Esercito. Non ultimo merito quello di noi sottotenenti di complemento comandanti di plotone e  di aver rappresentato il giusto tramite tra i soldati di leva e colui che era considerato un dio in terra, almeno nel nostro esercito, quello non professionale, quello genuino di una volta: il Capitano uscito dall’Accademia di Modena e comandante di compagnia.
Cancellata la categoria storica degli ufficiali di complemento ma anche dei soldati di leva  è venuto  a mancare nelle Forze armate il contributo della classe media e del popolo per i quali era motivo di orgoglio, fino a una generazione fa, fornire alla Patria i propri figli con funzioni di comando e di responsabilità, ma anche come generosi soldati. Partivano ragazzi e tornavano uomini.
Ora tutto è finito: dieci anni fa l’ultimo degli ufficiali di complemento ha ritirato il congedo, salutato la Bandiera del suo reggimento, ha riposto  sciarpa azzurra, sciabola, cinturone e pistola d’ordinanza. E chiudendo tutta la cassetta d’ordinanza, ha lasciato tutta l’incombenza dei comandi agli ufficiali di carriera provenienti direttamente dall’Accademia Militare e  ha chiuso un’epoca storica delle forze armate italiane di terra, di mare e dell’aria (Amen)!

F.to ANTONIO LEO

Collepasso, 19/9/29014

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Questo intervento di Antonio Leo, che a mio avviso è impregnato di nostalgia e persino di qualche eccesso di esaltazione militare che io ritengo fuori luogo, soprattutto in questi terribili tempi che le violenze sono diventate ad esclusivo vantaggio dei loschi affari delle multinazionali degli armamenti. E di sicuro non sono certo impregnati di ideali patriottici, ecco, per questo, penso meriti una qualche mia  considerazione:  Caro Leo, ora sei chiamato a fare l’insegnante, fai l’insegnante, è molto più positivo che fare il militare. L’insegnante produce e trasmette cultura, gli eserciti, da che mondo è mondo, l’hanno sempre distrutta. Io non solo non difendo gli armamenti, nè gli eserciti, ma soprattutto trovo terrificante che ancora oggi, nonostante i risultati terribili delle due guerre mondiali, ci sia ancora chi ha nostalgia di eserciti, militarizzazioni e cameratismi vari. Preferisco vedere i militari giocare e pagarli per questo, piuttosto che fare la guerra. E’ per questo che ho inserito quella foto di militari che giocano in caserma a mimare, anzi a fare il verso alla guerra. Così li vorrei i militari, tutti, di tutte le nazioni, giocare, e giocate pure a spese del contribuente, purchè non sparate sul serio nei confronti di nessuno.

Cari saluti, caro Antonio da parte di paglitano.

  1. Ricevo da Antonio Leo e pubblico questa sua opinione negativa sulla ristrutturazione dell’Esercito Italiano che in parte condivido.

    N.B: Carissimo Gaetano, nell’articolo di oggi parlo più o meno delle stesse cose di cui avevo parlato circa tre anni fa. Cioè, che il contributo della società civile aveva una rilevanza importante nelle forze armate. Questo contributo oggi non c’è più…Infatti, il tuo commento di presentazione di allora se guardi sopra non era negativo come oggi. Rileggiti bene l’articolo vecchio, oggi ho detto più o meno le stesse cose anche se riviste e corrette. Ciao Comunistone. By A.L.

    Era meglio quando era peggio….

    Nel corso degli anni Novanta, con le prime operazioni militari all’estero, si afferma anche in Italia il modello volontario all’interno delle forze armate. La convinzione della necessità di un esercito professionista si diffonde trasversalmente nella classe politica italiana, necessità poi confermata dalle successive operazioni. Ma per quale motivo l’ esercito di leva voluto dalla nostra Costituzione, creato per difendere la nostra Nazione, un Paese che – è sempre opportuno ribadire- dati i continui eventi tesi a negarlo, pone nel rifiuto della guerra una delle basi della sua esistenza! per quale motivo – dicevamo- questo esercito misto, cioè composto da militari di leva, dagli ufficiali di complemento e dal personale di carriera (ufficiali e sottufficiali) non andava più bene?

    Certo questo tipo di esercito, un po’ arretrato, lento, formato non da professionisti ma da cittadini, legato alla Nazione e alla sua difesa da un filo diretto con la società che lo rappresenta è forse un esercito poco efficace e meno efficiente, certamente meno spendibile sui fronti internazionali come quello fatto da volontari e da professionisti. In buona sostanza sarebbe forse inadeguato alla politica interventista portata avanti negli ultimi anni dal governo degli Stati Uniti e conseguentemente dai suoi alleati.

    Infatti essendo perfettamente conscio che un esercito di coscritti rappresenti un ostacolo o quantomeno un impaccio alla nuova dottrina interventista, lo Stato lo sostituisce con quello di professionisti della guerra lautamente retribuiti, pur riservandosi di ripristinare la leva obbligatoria in caso di guerre. La leva quindi non è abolita ma solo sospesa in quanto è previsto il suo immediato ripristino in caso di crisi di particolare rilevanza , opzione per la quale lo Stato italiano si riserva comunque il diritto di disporre del proprio popolo.

    Dal mio punto di vista, però nel momento in cui con uno strappo alla Costituzione, l’Italia ha abolito le forze armate di leva e istituito quelle volontarie e professionali, ha messo una pietra tombale sul concetto stesso di esercito su base popolare che almeno in linea di principio è comunque soggetto a qualche forma di controllo.

    Infatti la leve garantiva la partecipazione della società civile alla difesa ed eventualmente all’offesa, garantendo cosi un controllo democratico anche nelle Forze Armate.

    Un soldato di leva , un ufficiale di complemento non dovendo vivere di guerra e non dovendo fare la carriera militare a vita ha certamente uno spirito più critico; un militare professionista sarà comunque ricattabile perché vive e magari mantiene la sua famiglia con quella professione. Il rischio di perdere il posto di lavoro gli farà accettare anche cose contrarie ai suoi principi, come accade normalmente per qualsiasi altro lavoratore dipendente. Quanti di noi infatti ogni giorno devono subire il ricatto di un superiore in nome della necessità del salario. Invece il militare di leva , l’ufficiale di complemento che torna a casa dopo la ferma obbligatoria, può raccontare, può trovare ancora qualcuno che sia disposto ad ascoltarlo, può rivolgersi all’ opinione pubblica. Ma un professionista potrà mai fare lo stesso sapendo di rischiare il posto di lavoro?

    L’idea di professionalizzare le forze armate per avere un esercito più snello, meno costoso, preparato per le sfide del futuro, non era un’ idea sbagliata in partenza. Ma quello che sono e sempre più saranno gli eserciti professionali oggi e in futuro, a mio avviso, pone l’esigenza di ridiscutere l’intera questione. Certo la leva costerebbe di più e in alcuni casi si sconterebbero dei difetti di preparazione, ma sarebbe possibile per ovviare a ciò, studiare una specie di doppio binario e cioè: ridottissime unità professionali super specializzate, e una base più larga di leva. Alla luce di queste riflessioni è stato giusto abolire il vecchio esercito di leva e dei coscritti, fondato sulla partecipazione popolare e rappresentativo di tutte le fasce della società italiana e soprattutto di tutte le zone d’ Italia e non solo del profondo Sud dove la maggior parte delle volte ci si arruola non per convinzione o vocazione, ma per mancanza di alternative e di posti di lavoro? Ai posteri l’ardua sentenza!

    Antonio LEO

    Collepasso 28/11/2011

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  2. Caro Antonio, posta così la questione non posso darti torto. Sì, l’esercito di professionisti e l’abolizione dell’esercito di leva, sono, nei fatti, un passo indietro. Meno controllabile democraticamente e più incline a portare a termine avventure pericolose.

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  3. È finita l’epoca degli eserciti di leva?La risposta è nell’articolo inviatoti circa 3 anni fa dove si parla di forze di supporto , forze comuni , forze ausiliarie provenienti dalla massa dei cittadini , come strumenti necessari alla difesa o alla tutela di un Paese come il nostro. Concetto in linea di massima condivisibile, anche se riduttivo. Nessuno nega che carabinieri, poliziotti, finanzieri, pompieri abbiano bisogno di una preparazione specifica. Così dev’essere per i militari mandati in Afghanistan, Libano e decine di altri paesi in difficoltà di governabilità. Ma questo non significa che le Forze Armate debbano essere condizionate a rispondere solo ad esigenze di politica estera. Per me l’Esercito è l’istituzione preposta alla sicurezza del Paese, intesa nel suo significato globale e richiede il concorso di tutti. Il problema è come. La scelta degli obiettivi da assegnare alle FFAA da parte del Parlamento risente delle contraddizioni e delle rissosità partitiche. Purtroppo da decenni il dibattito sulla Difesa, invece di affrontare il nodo centrale, l’ insicurezza e la pericolosità diffuse in tante parti del mondo e in Italia, si esaurisce, in sede di finanziaria, su qualche frazione di punto del PIL. Sempre limando. I marmittoni? Hanno scritto la storia d’Italia e Rommel, che non era tenero con noi, li avrebbe voluti ai suoi ordini. Per non parlare dello stupore di Eisenhower quando, nei primi anni ’50, ha visto come operavano gli alpini all’interno delle truppe NATO.

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  4. Nel 1963 ho prestato il servizio militare quale sottotenete di complemento comandante di plotone nel 6° Reggimento Alpini, dopo 6 mesi di scuola AUC a Lecce e ad Aosta. Rammentando la dura e completa preparazione fatta presso l’allora Scuola Militare Alpina e le frequentissime esercitazioni, manovre e campi, con l’impiego di tutte le armi allora disponibili per gli Alpini fucilieri, fatte nell’ambito delle attività Rreggimentali, credo che gli alpini di allora (gente di montagna) non avevano nulla da invidiare, come preparazione militare, agli attuali alpini professionisti (gente di città) dove lo spirito alpino non esiste più.
    Luciano

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