Sulla globalizzazione dei mercati.

 

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Sulla globalizzazione dei mercati.

            La questione del mercato globale e del suo pensiero unico sugli effetti deleteri per la democrazia,  l’ho più volte trattato su questo sito. Oggi, un autorevole economista, Dani Rodrik, autore di un saggio sulla globalizzazione, ci fornisce una sintesi del suo pensiero in un articolo apparso su “La Repubblica” di giovedì 8 settembre. Trascrivo alcuni punti significativi della sua elaborazione teorica e le conseguenze sulla tenuta della democrazia.

…A differenza dei mercati nazionali, che normalmente sono supportati da un ampio ventaglio di Istituzioni normative e politiche, i mercati globali non possono contare su fondamenta solide: non esiste nessun prestatore di ultima istanza, nessuna autorità di regolamentazione globale, nessun regime fiscale globale, nessuna rete di sicurezza globale e naturalmente nessuna democrazia globale. Questa governance tanto fragile espone i mercati globali a instabilità, inefficienza e deficit di legittimazione popolare. Questo squilibrio tra il potere nazionale dei governi e la natura globale dei mercati rappresenta il ventre molle della globalizzazione. Un sistema economico mondiale sano necessita di un delicato compromesso fra le due cose. Troppo potere ai Governi e ci si trova con protezionismo e autarchia; troppa libertà ai mercati e ci si ritrova con un’economia mondiale instabile e a scarso consenso sociale da parte di coloro che dovrebbero trarne beneficio…. La globalizzazione finanziaria ha finito per propagare instabilità invece di maggiori investimenti e crescita più rapida. All’interno dei paesi, la globalizzazione ha generato disuguaglianza e insicurezza invece di migliorare uniformemente la vita delle persone… Il mercato funziona meglio non quando lo Stato è più debole, ma quando lo Stato è forte. In secondo luogo, il capitalismo non è un modello univoco… In particolare cominciamo a comprendere quello che io definisco il “trilemma” politico di fondo dell’economia mondiale: non è possibile perseguire simultaneamente la democrazia, l’autodeterminazione nazionale e la globalizzazione economica. Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica. Dunque dobbiamo fare delle scelte. Io non ho dubbi: la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull’iperglobalizzazione. Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con l’esigenza dell’economia globale, è quest’ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi più solide per l’economia globale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione. Uno strato di regole internazionali, che lascino ampio spazio di manovra ai governi nazionali, è una globalizzazione migliore, un sistema che può risolvere i mali della globalizzazione senza intaccarne i grandi benefici economici. Non ci serve una globalizzazione estrema.

            Già, vallo a dire agli operatori di borsa, vallo a dire ai detentori di grossi capitali, vallo a dire agli imprenditori che inseguono la mano d’opera in giro per il mondo in cerca del minor costo. C’è un limite in questo suo intervento: come è possibile far nascere una struttura internazionale che metta la museruola a questo dissennato mercato globale, se consideriamo che gli stati Nazione che dovrebbero intervenire sono gli stessi che l’hanno voluta e incoraggiata. Se poi si fa mente locale alla natura della finanza internazionale, per sua natura anarcoide e particolarmente egoista, mi pare alquanto imponderabile la sua realizzazione. NO! L’ultima rivoluzione capitalista si sta mangiando i suoi stessi ideatori! Fino a due decenni fa, i governanti si sono distinti come “comitati d’affari” dei padroni locali, ora sono diventati schiavi della globalizzazione.  Occorre pensare e organizzare ben altra società su basi completamente diverse. Sarà difficile da percorrere una nuova strada, ma è inevitabile uscire fuori da questo percorso dissestato e demenziale se si vuole conservare la democrazia, se non si vuole ridurre i cittadini a sudditi, e non più di questo o quel prìncipe, ma addirittura di un mostro internazionale il quale “ha natura sì malvagia e ria,/che mai non empie la bramosa voglia,/e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.” (Dante). E per tali bestie la democrazia è solo una palla al piede per la loro famelica esigenza di accumulare profitto. Se a tutta questa situazione già ingovernabile, si mette in conto anche la demenziale classe politica italiana di cui disponiamo, beh, allora il nostro destino è segnato, sarà decadenza totale. Sì, siamo messi proprio male!

F.to gaetano paglialonga

 Il pil, la ricchezza misurata in consumo,

la rete globale, i segni di fumo.

La riconversione dell’energia

il colpo di coda dell’economia.

L’innocenza perduta le ragioni di Stato

 una sola potenza un solo mercato

un solo giornale una sola radio

e mille scheletri dentro l’armadio!!!!!!

  Salvami salvati salvaci salviamoci” 

(Tratto da Imagine, di Jhon Lennon)

Collepasso, 10/9/2011

  1. A parte il “da Imagine, di Jhon (!) Lennon”, un “da” da dimostrare, come la metti con la pubblicità dell’ e-Campus sul sito?
    Antagonista!? Mah?

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  2. Va beh, JOHN invece di JHON. ti scomodi per poco però. Il “da”? Si può dire, anche se non tutti apprezzano!
    la propaganda? a quella ci pensa IVAN, mio figlio. Quando gli feci presente che la propaganda deve essere compatibile con la linea politica del sito, mi rispose che con quei pochi euro ci paga il costo al server. Eh sì, quando si è poveri di mezzi e si vuol dire qualcosa, evitare le contraddizioni diventa un’impresa titanica. Comunque, questa minuscola contraddizione non è motivo già di per se’ sufficiente a rendere odioso questo sistema economico? Grazie comunque per aver rilevato la contraddizione, vedrò di farla togliere. saluti gaetano.

    Reply

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