SUL FEMMINICIDIO

SUL FEMMINICIDIO

È esploso in questi ultimi tempi una particolare attenzione e tensione sulla violenza praticata dagli uomini sulle donne. Su questo argomento cercherò di esprimere la mia opinione su questo difficile momento che attraversa la nostra “metà del cielo”. E siccome non ho ancora letto niente dell’analisi che qui mi accingo a sostenere, penso sia il caso di esporla con chiarezza ed onestà.

È risaputo che ci sono stati periodi, nell’evoluzione della nostra specie, in cui il ruolo e l’importanza della donna nelle comunità ha vissuto vincoli e ruoli diversi: il matriarcato, il patriarcato, ed ora siamo ad un nuovo passaggio, la famiglia aperta con pari dignità tra uomo e donna. Cercare di capire il perché si siano imposte queste forme così diverse in passato è condizione necessaria per capire il perché oggi l’uomo tenta di conservare, sulle donne, un dominio, una visione come fosse proprietà privata. Da materialista penso e sostengo che sono le condizioni socio economiche che hanno determinato e determinano gli atteggiamenti, il rapporto tra uomo e donna. Tutte le volte che si creano le condizioni per un capovolgimento di costumi e tradizioni, c’è sempre chi non è disposto ad accettare le nuove condizioni e oppone inutili e dannose resistenze.

Nel periodo del matriarcato (circa 15 mila anni fa, periodo neolitico) era così difficile la sopravvivenza della nostra specie, che una donna in grado di generare figli era una notevole risorsa per quelle comunità, non solo, ma addirittura era presente anche la matrilinearità, cioè i figli assumevano il nome della madre non quella del padre (ritenuta, a giusta ragione, insicura perché la donna aveva il diritto a rapporti sessuali con più uomini). Quindi il ruolo della donna divenne essenziale: poteva avere più uomini a sua disposizione e pretendere da questi tutte le energie e le risorse necessarie per la sopravvivenza della famiglia; addirittura, se qualcuno dei suoi uomini non era all’altezza di procurare sufficienti energie per la famiglia, la matrona poteva decidere di allontanarlo dalla famiglia e persino farlo uccidere. Era l’era del neolitico e le dee madri sono la testimonianza della loro egemonia. La caccia era la risorsa per la sopravvivenza, poi, scoperta l’agricoltura (circa 10 mila anni fa), fu il patriarcato. Da sottolineare che ancora oggi, in alcuni posti dove vivono delle comunità in condizioni primitive, il matriarcato è vivo e praticato. Come sopra detto, con l’agricoltura fu l’uomo a prendere il sopravvento. La lotta per la sopravvivenza della specie non era più un problema; le difese della sua terra prima e le guerre poi, che questo sosteneva, erano affare esclusivamente maschile, e queste due condizioni capovolsero tradizioni e condizioni tra uomo e donna. Certo, poi le leggende ci raccontano anche delle amazzoni che guerreggiavano; informazioni, queste, che ci fornisce la mitologia greca, ma appunto, si tratta solo di mitologia, non di ricerche preistoriche.

Il patriarcato, da noi, è stato “culturalmente” dominante fino alla metà del secolo scorso. Chi è che non ricorda o non ha mai sentito parlare le loro nonne come dovevano filare in famiglia, quanto dovevano subire, sopportare senza ribellarsi ai loro uomini, e se uscivano di casa erano costrette a coprirsi il capo, non guardare negli occhi nessun uomo di passaggio? perché subivano ciò senza ribellarsi? Semplice e lineare, non avevano autosufficienza economica, dipendevano del tutto dai loro mariti, ma se si fossero allontanate da casa per sentirsi libere, venivano bollate come donne di malaffare e finivano col chiedere l’elemosina nella migliore delle ipotesi, nella peggiore venivano uccise, e si invocava il delitto d’onore (articolo 587), legge questa con la quale quasi sempre l’omicida se la cavava con qualche settimana di galera, dopo aver pronunciato di fronte al giudice la formula magica: “l’onore mi ha infangato, perciò l’ho uccisa, ora uccidendola il mio onore ho salvato“. Legge che è addirittura sopravvissuta fino agli anni settanta. Certo, come in ogni regola, anche in questo caso c’erano le eccezioni (cioè libertà delle proprie azioni), ma erano determinate dalle loro condizione economica, cioè se avevano condizioni di autosufficienza economica, o per successione di beni della famiglia di provenienza, o per iniziative economiche che le portava a liberarsi dal bisogno dei loro uomini, allora quasi automaticamente scattava l’emancipazione dall’ uomo. Ma queste erano solo delle belle e buone eccezioni. Il resto, la maggioranza, subiva in silenzio tutte le angherie in famiglia, comprese le nozze: era la famiglia che decideva con chi sposarsi.

La seconda metà del secolo scorso la rivoluzione industriale ha rivoluzionato usi, costumi e cultura di interi popoli. La donna entra in fabbrica, in ufficio, si emancipa, si libera dalle condizioni di subalternità economica nei confronti dell’uomo e inizia così ad esercitare, a pretendere e ottenere condizioni del tutto nuove. Ma l’uomo, anzi alcuni uomini, ahi loro, si sentono espropriati di alcuni

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diritti. La maggioranza li subisce, si adegua, altri, una minoranza per fortuna, non si adeguano affatto e continuano a considerare la donna come oggetto succube delle loro anacronistiche pretese. È sempre accaduto in passaggi d’epoca che hanno segnato capovolgimenti di culture e tradizioni, che chi perdeva egemonia ha tentato di resistere a questi cambiamenti. Volenti o nolenti gli uomini prima o poi dovranno accettare la nuova forma di convivenza tra uomo e donna. La famiglia oggi è un rapporto aperto, fatto di reciprocità, uguaglianza, condivisione. Solo un ritorno a condizioni pre-industriali potrebbe riaprire la strada, di nuovo, ad un vecchio e anacronistico patriarcato. Che io, ovviamente, non auguro alle future generazioni. Viva la “seconda metà del cielo”, in galera, ai lavori forzati, chi non riconosce la donna come l’altra metà di noi uomini.

Un’ultima considerazione sul rapporto uomo-donna. Penso sia opportuno spendere qualche considerazione sugli immigrati in Italia provenienti da Paesi in cui vige un severo patriarcato infarcito da pseudo precetti religiosi. L’ambiente italiano, un po’ alla volta (ma spesso con gravi conseguenze per molte donne), esercita un notevole cambiamento sulla loro culture e tradizioni. Questi immigrati finiscono col subire l’egemonia culturale, ma non è questo che determina la loro emancipazione, ma piuttosto il lavoro, l’indipendenza economica dalla famiglia. Di conseguenza le donne cercano di emanciparsi assorbendo cultura e tradizioni occidentali e gli uomini (non tutti per fortuna), con foglie di fico di tradizioni e religione, cercano, spesso con violenza di scoraggiarne l’integrazione. Anche qui, le donne subiscono e subiranno violenza, ma questi uomini sono destinati a perdere la partita, perché è come se pretendessero di svuotare l’oceano con il secchiello.

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 7/5/2013

 

  1. Fernando
    Però Gaetano, non credi che la donna sia diventata un po’ troppo come la piuma al vento? E che sia questo il motivo di fondo delle tante violenze?

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  2. X Fernando:
    “Per lei assai di lieve si comprende/quanto in femmina foco d’amor dura,/se l’occhio ‘l tatto spesso non l’accende”.
    Ecco qui, da parte del sommo poeta una spiegazione al tuo quesito. Di mio aggiungo: tanti anni fa uomini e donne votarono si per il divorzio. Questa è la strada giusta per regolare certi rapporti matrimoniali andati a male. Aggiungo che la strada che abbiamo imboccato, complice l’industrializzazione, il benessere diffuso e l’inevitabile emancipazione della donna è una conseguenza. che sia bello o brutto non sono entrato nel merito, ho solo sostenuto che la famiglia va verso una forma aperta, dove i rapporti in famiglia sono sempre più liberi,e quando non ci piace lo possiamo solo troncare con il divorzio. Non si è autorizzati a regolare il conto con la violenza. Non è un caso che il “divorzio all’italiana” con qull’articolo sopra citato che lo giustificava, una autentica aberrazione, non esiste più. Ciao gaetano

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  3. Pietro Giuseppe Errico 9 maggio 2013, 21:43

    Mi verrebbe da commentare il tuo articolo parafrasando una nobile frase di Papa Galeazzo: “cc’è centra lu culu cu le quattru tempere!” ma, conoscendo la tua onestà di pensiero voglio provare a fare una piccola riflessione, senza pretendere di essere risolutivo, sul delicato tema del “femminicidio” (lo inserisco tra virgolette perché già di questo brutto neologismo meriteremmo di conoscere il pensiero di chi per primo lo ha utilizzato)
    Vedi, Gaetano, sul fatto in sé non c’è molto da discutere: uccidere è sempre una cosa sbagliata, orribile e ancora di più quando le vittime sono oggettivamente più deboli dei loro carnefici. Se diamo per certa questa verità dovremmo provare a spostare un po’ lo sguardo e vedere se dietro questo fenomeno c’è veramente qualcosa su cui ragionare.
    Al di là di ogni considerazione sulla lettura dei numeri , dai quali non si capisce se il fenomeno sia più o meno in aumento, io dico che anche se una sola donna venisse uccisa da un uomo, sarebbe sempre e comunque un numero troppo elevato ed è giusto denunciare, stigmatizzare e condannare. Non esiste nessuna condotta della donna, neanche la più libera, scollacciata, egoista, odiosa, che giustifichi l’atteggiamento omicida di chiunque. Punto. Non c’è da discutere: la mia fede dice che è un comandamento di Dio, e questo tronca ogni argomento.
    Mi chiedo però perché la stampa sta dando un risalto così elevato a questo tipo di cronaca anche a scapito di altri fatti di pari o maggiore gravità? Non conosco quali sono i meccanismi che rendono un fatto notizia ma, se il criterio assoluto è quello di denunciare gli omicidi fatti a danno di vittime più deboli, non comprendo perché non conosce priorità il fatto che oltre 5 milioni di bambini, solo in Italia, sono uccisi dalle loro stesse mamme grazie alla famosa legge 194.
    5.000.000 di bambini. Il 10% della popolazione italiana, ogni anno. Però questo è un altro problema e certamente non può costituire una base per sottovalutare il confronto.
    Forse il vero ordine del giorno è la visione della sessualità e del rapporto tra i sessi, e questo tra l’altro è legittimo, perché il tema è importante. Questo voler a tutti i costi dare risalto al “femminicidio” può in qualche modo servire ad affermare che donne e uomini devono poter vivere liberamente la loro sessualità come desiderano senza vincoli senza nessun valore di appartenenza. E’ come se si volesse “normalizzare” il sesso, assimilandolo più ad una attività fisica facendolo finalmente uscire fuori dai quei concetti incisi nella parte più profonda di ognuno di noi, che contrappongono la purezza alla contaminazione, o l’inviolabilità e la profanazione. Finalmente un desiderio libero da vincoli morali per uno stato d’animo nuovo ed estremamente artificiale.
    In realtà l’intimità sessuale è una visione magnifica e sconvolgente. Può essere sublime o terribile, ma non potrà mai essere neutra, né per l’uomo né per la donna. Quel senso di appartenenza che ci porta a dire all’altro o all’altra, io sono tuo , io sono tua si esprime con il sesso. Poi può succedere che in alcune persone si scatenino istinti incontrollabili perché la vita dice che questo non è vero, che è un’altra cosa. Attenzione, Gaetano, io non dico che questo è giusto, sostengo invece che è tremendamente sbagliato, ma è un dato di fatto: l’essere umano è fatto così, non è perfetto, e anni di pressioni culturali non sono riusciti a cambiarne la profonda struttura. Succede quindi che alcuni uomini, alcuni, non riescano ad affrontare la condotta di certe donne. Non hanno ragione e dovranno pagare su questa terra e dopo vedersela con Dio e questo solo per dire che non c’è nessun termine temporale alla loro condanna. Però tutto questo non deve portarci a pensare che l’unione fra un uomo è una donna deve rimanere fuori da una zona sacra, da un territorio sconosciuto: quello del desiderio che se liberato da vincoli morali può essere distruttivo. Non posso pensare che è giusto trasformare in branco quello che finora ho inteso come famiglia.
    E’ come se una certa “cultura” , purtroppo dominante, volesse in tutti i modi abbattere le mura del tempio della trasmissione della vita tagliando tutti i vincoli che legano il sesso nell’ambito di un’unione indissolubile tra due anime che tentano per tutta la vita di diventare una sola carne. Lo dicono i loro corpi, lo dicono attraverso un impasto inscindibile di geni e cellule i figli che nascono da quell’unione. Non a caso tante volte all’origine di questi fatti di violenza ci sono tante storie di figli negati, contesi, portati via. Purtroppo tante altre volte c’è il pensiero prevaricatore dell’uomo e donne completamente estranee, lo so. Sono tutte vittime, perché non voglio giustificare nessuno, voglio solo provare a capire spostando lo sguardo un po’ più in là.

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  4. Caro Giuseppe, più che “spostare lo sguardo più in là”, mi pare che lo hai spostato più in sù. La tua è un’esposizione di tutto rispetto tra teologia e filosofia, mentre la mia è, più modestamente, un tentativo di spiegare il rapporto uomo-donna in chiave materialista, cercando di ridimensionare l’aspetto che si attribuisce a certi comportamenti. Però, letto il tuo commento, mi sorge qualche dubbio sulla sufficiente chiarezza della mia esposizione. In ogni caso i tuoi interventi sono sempre stimolanti, quindi li pubblico sempre volentieri.

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  5. pietro giuseppe errico 11 maggio 2013, 23:33

    Voglio rispondere così al tuo commento perchè se nel “femminicidio” gioca la forza del diabolico, è nella maternità che vince il desiderio del divino.

    “Spostare lo sguardo, più in là o anche verso l’alto vuol sempre dire che bisogna usare la testa!

    Usare la testa vuol anche dire sottomettere l’istinto e uscire dalla dimensione puramente materilistica per potersi dedicare al desiderio. Il desiderio poi, per essere tale non deve essere mai esaudito ed è da qui che nasce la forza per essere migliori.

    Sarà teologia, sarà filosofia, non lo so, so solo che istintivamente abbiamo preso la cattiva abitudine di misurare con i numeri tutti gli appuntamenti del cuore.

    6.000.000 di azalee da parte della fondazione Cariplo per la festa della Mamma. Questo è il claim della giornata di domani. Un valzer di valori dai toni confusi: la festa della mamma, la ricerca sul cancro, 6.000.000 di azalee, la fondazione Cariplo.

    Una cosa alla volta forse ci avrebbe dato la possibilità di capire che la fondazione Cariplo è solo una banca e tratta valori di tut’altra natura, valori inconciliabili.

    Qualcuno ci crede e, impegnato nel gioco delle parti, non so quanti saranno gli utili idioti che domani si impegneranno a vendere i fiori della ricerca inconsapevole del fatto che qualcuno ha già trovato lui, dimentica che domani è solo la festa della mamma.

    La festa della maternità , la festa di quell’amore che non vuole vedere figli sfruttati, disoccupati, infelici.

    La festa di quell’amore che per primo aborre la guerra, perchè non ama vedere morti i propri figli.

    Una cosa alla volta, pazienza, come la pazienza delle donne che diventano mamme e cominciano il loro cammino dando valore all’attesa perchè in loro è viva la speranza.”

    Così voglio risponderti perchè sono convinto che bisogna partire dalle ragioni del cuore per trovare la forza per spingerci dentro la ricerca di soluzioni anche a questa maledetta crisi. Ognuno troverà le sue, ma tutte si muoveranno solo con la forza del desiderio.

    Domani è la festa della mamma, ho voluto rivolgere un pensiero a mia madre, consapevole che se impariamo a stare con noi stessi, con i nostri sentimenti, impariamo a conoscerci e conoscendoci possiamo essere più forti per noi e per gli altri.
    f.to Pietro Giuseppe Errico

    Ciao Gaetano

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  6. ……..Tu non hai fatto niente di male, ed hai ragione te; quando dici che sono un bambino e che non sono maturo…..e da vent’anni di meno……

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