SI PUÓ USCIRE DA QUESTA CRISI?

SI PUÓ USCIRE DA QUESTA CRISI?

Sì, però si può uscire in tre direzioni diverse!

(di gaetano paglialonga)

La prima

e la più perniciosa, è quella che abbiamo già conosciuto nel ventennio nazi-fascista in seguito alla crisi degli anni venti del secolo scorso. E le condizioni di partenza, oggi, ci sono tutte. Fare mente locale ai fascismi che crescono in tutta Europa, comprese le nostre vicine Grecia e Francia, e non possiamo dirci immuni neanche noi in Italia. Questi cittadini che pensano di uscire dalla crisi con dittature fasciste, o hanno dimenticato la storia, o non l’hanno mai letta. Insomma, il rischio che si (ri)caschi nel “sonno della ragione (il quale) genera mostri”, è dietro l’angolo. E l’attuale Governo, retto dal Prof. Monti, l’uomo della finanza internazionale, annientando lo stato sociale sta spingendo decisamente in questa direzione, che ne sia cosciente o meno.

La seconda

è quella della cosiddetta “borghesia illuminata”, la quale, in contrapposizione alla teoria del “lassez faire” (sfrenato liberalismo economico), ripropone la cura del Keynesimo (da John Maynard Keynes), ai nostri giorni sostenuta ancora dai vari economisti quali Joseph Stiglitz, Carl Shapiro, Paul Krugman ed altri. Teoria, questa, seconda la quale è necessario un intervento pubblico di sostegno alla domanda, un forte e decisivo intervento della politica sull’economia nella consapevolezza che altrimenti il prezzo da pagare è un’eccessiva disoccupazione, e che nei periodi di crisi, quando la domanda diminuisce, si finisce inevitabilmente in una spirale di recessione. Ma questa via d’uscita, sempre che le proposte francesi di Hollande e di tantissimi economisti Keynesiani, nonché la rigida Cancelliera Merkel si converta su questa via, non farebbe  altro che spostare in avanti la crisi definitiva del sistema capitalista. Poiché, il capitalismo sta alla crisi, come la vita sta alla morte.

La terza

è quella che ho sempre  sostenuto e creduto possibile, cioè l’ipotesi di ripartire da Carlo Marx, ripartire da Gramsci, portatori di teorie economiche e sociali che mai, in nessun paese sono state realizzate che-chè ne dicano i denigratori del comunismo, compresi i moderni comunisti pentiti. Da ricordare: dove la miseria è tollerata, dove l’ignoranza non è combattuta, la democrazia è in declino e si trasforma in una caricatura di se stessa. Da ricordare, inoltre, che a suo tempo J.J. Rosseau scrisse che la libertà di ogni individuo deve finire lì dove inizia la libertà degli altri, quindi spazi liberi, più che libertà totale; Carlo Marx  spiegò con dovizia di particolari che la libertà di ogni individuo cammina sulla capacità di procurarsi di che vivere, quindi per realizzare una società di uomini liberi, è necessario partire dall’uguaglianza economica, altrimenti la libertà è solo aria fritta, e questo l’ho aggiunto io, e aggiungo anche,  che il rapporto tra cittadino e Stato si è trasformato in rapporto tra cittadino e Mercato. Però, la società che auspico, non deve essere raggiunta attraverso la violenza, altrimenti si è costretti poi a gestire il nuovo sistema con la violenza, ma attraverso “l’egemonia culturale” di gramsciana memoria.

Ma ahinoi, l’obiettivo di realizzare un’autentica democrazia popolare, che contenga in sè il principio dell’uguaglianza economica, stride decisamente con il consumismo sfrenato conosciuto in questi anni. La mia opinione è che sia diventato necessario, per le future generazioni, rinunciare al consumismo, e le classi dirigenti politiche dovrebbero smetterla di rincorrere la continua crescita del PIL. La crescita continua del PIL è insostenibile, ed è insostenibile anche perché produce un disastro ambientale, l’esaurimento delle materie prime e consente l’arricchimento individuale di alcuni a danno delle masse. E chi vuol cambiare in meglio questo mondo non può ignorare le condizioni di inquinamento e di ingiustizia economica in cui siamo arrivati. Inoltre, provate a pensare se i miliardi di esseri umani di Cina, India, Africa e America Latina dovessero arrivare a consumare e inquinare come stiamo facendo noi adesso qui in occidente, Europa, Stati Uniti, quanto tempo pensate che la terra ci sopporterebbe? Nonostante questa deriva evidente, ancora oggi la pubblicità inneggia a modelli di vita dove il successo si misura con quanti cavalli ha il tuo motore, quante stanze hai nella tua casa, quante case hai in più, quanti viaggi esotici riesci a fare.  Invece è necessario eliminare questi aspetti deleteri, queste tendenze e puntare ad una diversa qualità della vita, altrimenti una società alternativa al capitalismo diventa sì una chimera.

In questo disegno alternativo di società, che auspico, s’inserisce perfettamente il filosofo ed economista francese Serge Latouche, il quale, con il suo libro “L’Occidente vittima del mito dell’abbondanza”, spiega con dovizia di particolari l’assurdità nel perseguire sempre e comunque la crescita, il PIL, e propone un’alternativa. Il mito della rivoluzione industriale va sfatato, oggi invece è necessario fare la rivoluzione inversa. Infatti, trecento anni dopo i tempi di A.Smith, ai nostri giorni, l’economia basata sul “crescere per crescere” e non per soddisfare i bisogni reali (ma indotti dalla pubblicità per produrre ricchezza e reiterare questo processo), è giunta, secondo anche questo economista, ad un punto morto. La sua ricetta contro questo andazzo la definisce “la decrescita felice”. È di fatto una ricetta, la sua, portatrice però di una precisa inversione di tendenza che riporti gli uomini a relazionarsi con la loro felicità più che con il Pil, e a recuperare un sano rapporto con il pianeta invece di sfruttarlo selvaggiamente mettendo a repentaglio l’esistenza della propria specie. Insomma, per le nuove generazioni non mancheranno di certo motivi e occasioni per lottare nella direzione giusta per raggiungere un sistema che non solo sappia uscire dal millenario sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma che sappia anche porre rimedio alla distruzione che questo mercato pestifero sta realizzando ai danni di tutta l’umanità. Questo mercato, se non lo si ferma, ha già individuato i suoi prossimi affari del XXI secolo: la bio-energia, l’energia prodotta dalla terra. Quindi, invece che produrre per mangiare, d’ora in poi dalla terra si trarrà energia. E finiremo così col mettere il nostro pane nel serbatoio della nostra auto e accendere la luce in casa con il companatico. Fermare questa tendenza è nell’interesse dell’umanità intera, ad eccezione di coloro che si propongono di accumulare ricchezze sulla pelle dei cittadini laboriosi e della nostra Madre Terra più in generale.

Il pil, la ricchezza misurata in consumo,

la rete globale, i segni di fumo.

La riconversione dell’energia

il colpo di coda dell’economia.

L’innocenza perduta, le ragioni di Stato

una sola potenza, un solo mercato

un solo giornale, una sola radio

e mille scheletri dentro l’armadio!!!!!!

Salvami salvati salvaci salviamoci

Tratto da salvami di Jovanotti

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 12/5/2012

  1. La canzone finale è di Jovanotti si chiama SALVAMI

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    • grazie per l’informazione. Ho controllato, hai ragione, non so come e perchè ho sbagliato autore. cambierò.saluti gaetano

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  2. Spero non sia lontano il giorno in cui “il problema economico” occuperà quel posto di ultima fila che gli spetta, mentre nell’arena dei sentimenti e delle idee saranno protagonisti “i Problemi veri”, quelli della vita e dei rapporti umani. Sembrano parole scritte oggi da un filosofo e invece le ha pronunciate 80 anni fa, l’economista per eccellenza Keynes. Mentre riflettevo su questa frase pensavo tra me e me che l’annoso “problema economico” era ed è ben lontano dalla soluzione. Al punto da chiedermi:é cosi per natura? Keynes era un illuso radical chic? Dobbiamo necessariamente spartirci una torta troppo piccola per farla bastare a tutti? Oppure stiamo sbagliando qualcosa? Per quale motivo la nostra esistenza, le relazioni con gli altri, gli equilibri nazionali e internazionali, sono tutti misurati con indici economici? Mi viene in mente un economista francese Jean Paul Fetoussi. Dice che in economia esistono 2 scuole di pensiero: per la prima, se sei volenteroso, lavoro e ricchezza la trovi comunque, ma con i tempi che corrono, non credo che questa teoria vada più bene….la seconda invece, propone di governare la crisi mettendo la dignità dell’uomo al centro delle scelte politiche. Chi ha ragione?

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  3. Caro Gaetano, per quanto riguarda invece l’attualità di Marx, oggi più che mai si discute sulla possibilità e sull’eventualità che la politica, aiuti a riscoprire un filosofo come Karl Marx. Chi meglio di lui può aiutare ad analizzare il capitalismo in crisi? Certi titoli, si impongono, anche di recente all’attenzione del grande pubblico, testimoniando del resto che c’è voglia di radicalità, nell’esaminare le involuzioni del capitalismo occidentale. Non ha caso, il sociologo Lucio Gallini nel suo: “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, denuncia il capovolgimento dell’antico paradigma Marxista;non più lavoratori contro padroni, ma padroni contro lavoratori! E proprio in nome di Marx, si impone ai governi di porre in cima all’agenda non il deficit dei conti pubblici, ma il lavoro che non c’è, che è sempre più precario e sempre più minacciato. Secondo il filosofo Costanzo Preve, uno dei più esperti Marxiani a livello europeo, l’egemonia del pensiero unico unilaterale mette ai margini il lavoro, perchè ai nostri capitalisti non interessa questo tema, ma sono interessati a competere sui mercati internazionali, devono vedersela infatti con l’India , con la Cina e con il Brasile. Se si tocca il Welfare non gliene importa nulla, e la scusa è sempre la stessa, è cioè che bisogna vincere la sfida della globalizzazzione. Epuure, non ci sarebbe bisogno di scomodare Marx per riscoprire pagine che mettono in guardia contro la finanziarizzazzione dell’economia. Basta pensare ad autori classici come Werner, Sombart e Max Weber. Tuttavia Marx, secondo il sociologo Domenico De Masi, ci ha insegnato su ciò che sarà prevalente nel futuro: oggi Marx, non avrebbe studiato la fabbrica, avrebbe studiato i laboratori di Microsoft ed Internet. In pratica, sempre da lui si deve partire, perchè è stato lui a capire che sinchè non si elimina lo sfruttamento, non ci può essere serena convivenza sociale.Infine, secondo lo studioso del Welfare Luca Pesenti, l’analisi di Marx è valida, ma non offre soluzioni. Adam Smith ci ha insegnato invece,che il birrario non tratta bene il cliente, non perchè è altruista, ma perchè vuole massimizzare il profitto.E’ infatti un egoista, ma la somma degli egoismi di tutti,produrra la felicità collettiva.Una logica credo da abbandonare, ma per mettere al centro della riflessione, la questione antropologica, ricordando che è stato Max Weber a spiegare la genesi del capitalismo. Sottolineando insomma, che dietro questo sistema c’è un determinato tipo umano, che seguiva una determinata epoca, quella protestante e calvinista. In sintesi, rimettere al centro il lavoratore, è un imperativo da non rinviare. Ma senza dimenticare, che egli non è come diceva Marx definito dal suo essere lavoratore, ma dal suo essere persona.Dunque, non il suo salario ne definisce l’essenza,ma principalmente la sua dignità. E su questo terreno siamo già oltre Marx. A. Leo.

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  4. Caro Gaetano, sogni ancora la rivoluzione?
    Ma come è possibile che pensi seriamente a questa soluzione, quando a mancare da noi è proprio l’ingrediente-base di ogni rivoluzione, cioè una nuova classe dirigente?
    Che rivoluzione potrebbe essere?
    Prova ad immaginare: mezzi d’informazione impazziti che fomentano il vuoto con capipopolo improvvisati che plaudono al risveglio delle coscienza, mentre una torma senza guida, potenzialmente sanguinaria, si avventa senza logica alla ricerca di presunti colpevoli.
    Poi finalmente un volto nuovo, magari un tronista di casa De Filippi o un Adone dell’isola dei famosi, la bella faccia sorridente di un leader finalmente giovane: giovane senza colpe e soprattutto senza memoria.
    Se collego quanto scrivi su quest’articolo con altro che ho letto in precedenza, scritto da te nonché da Francesco Ria, penso davvero che il tuo sogno, ma non solo il tuo, è la rivoluzione ad opera di nuovi giovani leader e non posso fare a meno di dirti che quello che penso: se siamo arrivati a sognare una rivoluzione e con essa giovani leader, è segno che la dissoluzione è vicina.
    Stiamo rischiando di far saltare quella capacità di stabilire un nesso tra la memoria da un lato e i progetti e le giuste aspettative dall’altro. Rischia di saltare la storia, intesa come il recupero del passato e dei suoi valori. Rischiamo di ripetere lo stesso immane errore che i piemontesi commisero nei confronti del popolo meridionale cancellando per sempre la sua storia e con essa l’orgoglio della sua identità.
    Il bisogno di nuovo che si avverte merita qualche parola in più, qualche considerazione più approfondita.
    Per vent’anni abbiamo ricevuto gente straniera che fuggiva disperata da terre divenute invivibili. Abbiamo accolto occhi carichi di speranza e disperazione che ormai si confondono con altri occhi, cresciuti a dismisura, di italiani-italiani, in fila nelle mense dei poveri per un piatto di minestra: la crisi ci ha livellati un po’.
    Non posso, alla soglia dei cinquant’anni non incupirmi dei tanti suicidi degli ultimi giorni né del pensiero del futuro dei miei figli. Sono questi pensieri che mi inducono ad affermare che questa crisi non appartiene alle regole di governance economica bensì all’uomo e alla sua identità, al suo essere.
    Poi mi torna la fiducia e penso positivamente a quando il cristianesimo, a partire dal 313, cessò di puntellare il sistema romano ormai al tramonto per dare forma ad una nuova civiltà, facendo nascere l’Europa.
    Una nuova civiltà alla cui origine c’era un fenomeno religioso ma soprattutto umano, sociale, culturale, giuridico, totalmente nuovo che va sotto il nome di Monachesimo. E quella fu una vera rivoluzione!
    Oggi, al tramonto di questa nostra civiltà il problema non può dirsi diverso, anche se gli uomini non sono gli stessi. E’ arrivato il tempo di ripensare ad un nuovo stile di vita, di formare nuovi uomini di Pensiero per una nuova cultura; di dare il via ad un “nuovo Monachesimo” a patto di intendere con questo non la riproduzione di quello stile di vita monacale, non sarebbe ne’ attuabile né proponibile, ma la riscoperta dell’essenzialità dell’esperienza umana.
    E’ necessario tornare ad una vita più vera, più semplice. Dobbiamo tornare a fidarci gli uni degli altri. Abbiamo bisogno di restituire fondamento al patto che lega la generazione dei padri a quella dei figli. Dobbiamo sentirci responsabili delle azioni i cui effetti non sono valutabili nell’immediato ma che ricadono tragicamente sul futuro dell’umanità.
    Convinciamoci che stiamo vivendo il tramonto della nostra civiltà e che il tramonto di una civiltà può certamente durare a lungo e convinciamoci anche che diventeremo tutti più poveri.
    Ma, considerato che abbiamo scoperto che la ricchezza non ci è servita a molto, chi può affermare che la povertà deve necessariamente essere una disgrazia?

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  5. Carissimo GIUS ben tornato, sentivo proprio la mancanza dei tuoi commenti per me culturalmente stimolanti. Ti rispondo non perché cerco di convincerti delle mie idee, così come non credo che tu, con le tue, pensi di convincermi. Anche perché mi pare di aver capito, con i tuoi vari interventi, che noi due abbiamo delle idee diversamente strutturate. E così sia. Quindi, se rispondo con uno stile che può sembrare di confutazione, in realtà è solo un esercizio mentale, per tenere in movimento i neuroni, per non farli invecchiare troppo velocemente. Ecco, mettiamola così, così evito il rischio di essere considerato supponente.
    Primo punto, mi domandi: “sogni ancora la rivoluzione?”. E perché no? Lo sai, c’è gente che crede addirittura nel paradiso per se e all’inferno per i suoi nemici, e ti meravigli che io creda ad una rivoluzione in un paese in cui non se n’è mai fatta una? C’è gente che crede addirittura nei miracoli, e vuoi che non ci sia gente che creda nell’imponderabilità di una rivoluzione delle coscienze delle masse? I sogni caro GIUS, contano quasi quanto il pane, e quando un uomo ha smesso di sognare è un uomo morto, uno zombie. Quindi, a mio giudizio, è la natura che ci ha plasmato in questo modo. Invece sostengono alcune fonti del sapere, che esiste, per noi animali pensanti, il “libero arbitrio”. Come dire: se uno è cattolico è una sua libera scelta, se uno è comunista è altrettanto una sua libera scelta, sviste grossolane. In realtà la religione, questa “nostra” religione, a suo tempo ci fu imposta con la violenza, ora ci plasma l’ambiente culturale che ci circonda, fatte salve le eccezioni del caso. Chiunque oggi è cattolico, se fosse nato in Medio-Oriente da genitori musulmani sarebbe un musulmano, o no? Se un comunista odierno, fosse nato in casa di un grosso imprenditore, difficilmente sarebbe diventato un comunista, anzi quasi certamente sarebbe stato dall’altra parte della barricata. Fatte salve ovviamente le solite eccezioni che confermano la regola. F.Engels, G.G. Feltrinelli, e poi basta, non ne conosco altre. Come dire: sono le condizioni oggettive che determinano il comportamento e i pensieri dell’individuo e sono pochi coloro che sfuggono a questo comportamento. Che poi le rivoluzioni devono iniziare dalla coscienza delle masse e non da un ristretto cerchio di persone, questa è una considerazione lapalissiana. E il sottoscritto, con questo modestissima presenza, cerca di portare il suo granellino di sabbia per costruire una nuova casa di tutti. Sì, lo so, pura utopia, ma ciò mi aiuta, quanto meno, a vivere immerso in qualche valore umano, nonché a tenere a congrua distanza il cinismo che è dietro l’angolo per tutti.
    Aggiungi: “se siamo arrivati a sognare una rivoluzione e con essa giovani leader, è segno che la dissoluzione è vicina”. Nella dissoluzione dei pseudo valori fin qui egemoni, non ho dubbi, siamo già alla frutta. E qui vorrei dissentire dalla tua osservazione sulla validità di sostenere gli esponenti politici del passato. Che fin qui, però, con le loro strampalate azioni politico-amministrative, ci hanno portato a questo stadio di disfacimento sociale, culturale e umano. E chiedere di farsi da parte sperando in una nuova generazione, non mi pare sia tanto fuori dalla logica e dalle speranze umane.
    Aggiungi se si accantonano i vecchi e si lascia solo ai giovani…: “Rischia di saltare la storia, intesa come il recupero del passato e dei suoi valori”. No! I vecchi lascino spazio ai giovani, ed è loro impegno e interesse diffondere in loro la conoscenza, i valori, se li hanno avuti. Ma il caso specifico che citi, fa caso a sé, e mi fa venire in mente il personaggio Guido raccontato dal sommo poeta, al quale gli fa dire: “l’opere mie/ non furon leonine, ma di volpe.” inf. Canto XXVII,74-75.
    E ancora: “Sono questi pensieri che mi inducono ad affermare che questa crisi non appartiene alle regole di governance economica bensì all’uomo e alla sua identità, al suo essere”. Certo, ma l’egoismo, che alle origini dell’evoluzione è stata una condizione fondamentale per la sopravvivenza e la selezione delle specie, oggi questa condizione primordiale che si annida ancora nell’animo umano, l’uomo dovrà riuscire a debellarla dalla sua coscienza. Solo così si potrà realizzare l’uomo nuovo, se no resta sempre un animale pari a quello delle caverne. In estrema sintesi: più diamo sfogo all’egoismo che è in noi, più siamo vicini all’uomo delle caverne.
    Sul punto: “Poi mi torna la fiducia e penso positivamente a quando il cristianesimo, a partire dal 313, cessò di puntellare il sistema romano ormai al tramonto per dare forma ad una nuova civiltà, facendo nascere l’Europa.
    Una nuova civiltà alla cui origine c’era un fenomeno religioso ma soprattutto umano, sociale, culturale, giuridico, totalmente nuovo che va sotto il nome di Monachesimo. E quella fu una vera rivoluzione!” A tanto, penso sia opportuno ricordare il verso che il sommo poeta regalò a questa vicenda. “Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;/ e che altro è da voi a l’idolatre,/ se non ch’egli uno, e voi ne orate cento?/ Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco patre!” Inf. Canto XIX 12-17. Come dire: il cristianesimo delle origini era una cosa, poi il potere lo plasmò a modo suo. Infatti il peccato di cercare e/o accettare il potere su questa terra, mentre il loro maestro aveva urlato che “il mio regno non è di questo mondo” mi pare che le distanze siano abissali. In quanto all’Europa cristiana, domandiamolo al sacro romano imperatore cristiano C. Magno con quali mezzi cristianizzò l’Europa, basta leggere la controinformazione storica e scoprirai che lo fece con il ferro il fuoco e tagliando testa a coloro che non si volevano convertire al cristianesiamo. E non parliamo del come si cristianizzò l’Ammerica Latina, per carità…Questi sono i fatti concreti all’origine dei valori umani e sociali che citi. E poi durante tutto il basso e medio evo, mentre i “valori umani, sociali, culturali, giuridici” da te richiamati crescevano, gli eretici, i miscredenti, gli ebrei e i moros (musulmani), venivano bruciati vivi nelle piazze di tutta l’Europa cristianizzata. O no, GIUS.
    In Quanto al paganesimo secondi cui fu sconfitto e nuovi valori emersero, non dimentichiamoci che la chiesa cattolica è molto più paganeggiante del paganesimo stesso. Cosa sono da considerare i così detti santi cattolici dei quali è stato riempito il paradiso cristiano molto più di quanto lo era l’olimpo dei pagani. E quel “santo” di Wojtyla che ne ha fatti 500 in un solo colpo, che dire, esagerato? Mi dirai, e no, quelli non sono Dei coem quelli dell’Olimpo, sono solo dei santi. Si, vallo a dire ai pellegrinaggi per il “santo” padre Pio, oppure per la Madonna di Medijugorje, e capirai in quale considerazione hanno Gesù di Nazareth. Comunque se penso che più di 2500 anni fa, un certo Solone scrisse: “Libero è l’uomo che ha contribuito a formare le leggi alle quali è sottoposto”, ho la sensazione netta che il paganesimo con i suoi valori, ha partorito una cultura greco-romana che ancora oggi dobbiamo culturalmente fare i conti. O no, Gius.
    Ma con la seguente frase sfondi invece una porta aperta, affermi: “Ma, considerato che abbiamo scoperto che la ricchezza non ci è servita a molto, chi può affermare che la povertà deve necessariamente essere una disgrazia?” Una povertà tale però, la quale deve consentire di non far mancare l’essenziale per la sopravvivenza, mentre “tutto ciò che ci è superfluo non ci appartiene”, e questo concetto appartiene a Mahatma Ghandhi. Comunque, oggi abbiamo una nuova teoria economica detta della “decrescita felice” che ho riportato nell’articolo, perciò, che “decrescita felice” sia.
    Concludendo questa mia confutazione, buona o presunta, ho la consapevolezza che a non tutti i tuoi quesiti posti ho ancora risposto. Ma se lo facessi diventerebbe sicuramente troppo lunga questa mia puntualizzazione. Cari saluti e mi auguro di risentirci al più presto, gaetano

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  6. Presumo di non essere stato molto chiaro.
    Non ti nascondo che ero un po’ restio ad indicare l’esempio del monachesimo come probabile soluzione di una crisi che pur essendo solo all’inizio ha già evidenziato il suo mostruoso carattere. Era facilmente prevedibile che si potesse scivolare su un tema di carattere religioso.
    Non di meno mi interessava intessere un dibattito sulle origini e sugli sviluppi storici di santa romana chiesa. Già altre volte ci siamo incontrati su questo argomento e già precedentemente ti ho evidenziato la mia totale estraneità a condividere il pensiero cattolico sin dal primo concilio di Nicea. Così come altre volte ti ho confessato la mia aspirazione al Cristianesimo. Queste però sono altre storie e nulla hanno a che vedere con la necessità di trovare una soluzione a questa crisi.
    Ti riporto pari pari quanto scrive Francesco Ria nell’articolo da te pubblicato in precedenza:
    “Il trionfo di scelte al servizio di chi ha creato la crisi spalmando i sacrifici, casualmente, proprio su chi è meno rappresentato nelle stanze dei bottoni: lavoratori dipendenti, pensionati, precari.”
    Ora, ti riassumo il senso di quanto volevo dire nel mio commento, prendendomi il rischio di apparire anche agli occhi di Francesco, spero non me ne vorrà, un po’ presuntuoso.
    Ben venga finalmente una rivoluzione, ben vengano uomini nuovi, ma se chiunque dovesse arrivare pensa che il peso di una ristrutturazione economica sarà possibile solo ad opera di lavoratori dipendenti, pensionati e precari ha completamente sbagliato indirizzo.
    Non credo che l’imprenditore, il soggetto che concretizza attraverso la sua iniziativa i sacri diritti dei lavoratori dipendenti, nonché dei pensionati e dei precari sia meno vittima di questa crisi. Purtroppo la triste catena dei suicidati dalla crisi appartiene trasversalmente sia alla classe dei lavoratori dipendenti sia a quella degli imprenditori e purtroppo per quest’ultima il numero di queste scelte estreme è tristemente più alto.
    La nostra società non è più strutturata in classi sociali orizzontalmente divise. Il nostro è un sistema che verticalmente ha diviso chi “è” da chi non “è”. A sinistra o destra, si scelga come si vuole, imprenditori, dipendenti, pensionati e precari e dall’altra imprenditori, dipendenti, pensionati e precari. Le stesse categorie ma con diritti e privilegi diversi. In posizione opposta con differenze incolmabili.
    Gaetano, guardati intorno. Prova ad immaginare con quale classe dirigente sarebbe possibile immaginare una rivoluzione oggi; ma soprattutto con quale base con quali masse. Quali i principi di ispirazione teorica. Alla conquista di che cosa, dell’autodistruzione o della disperazione.
    Osserva i politici attuali: ci stiamo spingendo uno contro l’altro sull’orlo di un precipizio e loro parlano solo di alleanze. Osserva i tuoi giovani:ci stiamo spingendo uno contro l’altro sull’orlo di un precipizio e loro si ubriacano di nulla, vivono all’estremo di ogni regola, non hanno cura del loro pensiero e lo fanno con la stessa intensità con cui curano il loro aspetto estetico. Si preoccupano di quello che immediatamente gli torna utile; non studiano, non lavorano, non hanno ambizioni, non vivono. Affrontano il conflitto dialettico solo se devono discutere di calcio o altre diavolerie che addormentano le loro coscienze.
    Certo non bisogna fare di tutta l’erba un fascio ma c’è poco da sperare se il meglio della politica in questo momento e sintetizzato dal triangolo ABC (Alfano, Bersani, Casini) e il meglio dei lavoratori è sintetizzato in un altro triangolo ABC (Angeletti, Bonanno, Camusso), quelli che per la ricorrenza del primo maggio organizzano il giusto “circenses” per giovani che non hanno nulla da chiedere se non stordirsi con onde sonore sparate con potenza di decibel appena al limite della soglia del dolore. Aggiungi a questi triangoli una base di discotecari, illusi conquistatori di set televisivi o calcistici, portatori di deturpanti piercing e tatuaggi, bevitori di “moito”, studenti trentenni impegnati nella perenne conquista di un momento di gloria dopo l’ultimo esame superato di fronte al di loro più giovane professore universitario, non solo precario ma anche sfigato perché è il solo che ancora conserva l’istinto a migliorare la specie: è il solo quindi è giusto che rimanga da solo.
    Questa la classe dirigente, questa la massa. Chi contro Chi?
    Dimmi Gaetano, come fai a sognare ancora la rivoluzione?
    Avevo indicato l’esperienza del Monachesimo non per avventurarmi in una querelle di natura religiosa, non ho basi culturali sufficienti per poter contrastare i tuoi neuroni che spinti dalla tua passione farebbero immediatamente strage dei miei pochi rimasti a mantenere vivo il mio flebile desiderio di conoscenza; gli altri, neuroni, purtroppo li devo tenere impegnati per capire come uscire da questa maledetta crisi che mi coinvolge pur stando alla periferia di un paese a cui destino il 70% del mio lavoro e che ancora mi considera un delinquente. Li devo tenere impegnati per garantire ai miei dipendenti quei sacrosanti diritti che io, sottolineo io, pago e che qualcun’altro ha il diritto di negarli anche quando sono stati meritatamente raggiunti. Non è giusto, non lo merita l’imprenditore tanto quanto non lo meritano i lavoratori che condividono con l’impresa l’ambizione di continuare a fare qualcosa anche quando tutto intorno il mondo, con colpevole rassegnazione, sta crollando.
    Non si tratta di un problema economico, riguarda la sfera della dignità dell’uomo.
    Ecco perché sostengo che la vera rivoluzione potrà avvenire solo quando saremo disposti nuovamente a riflettere sulla nostra condizione di uomini, sulle nostre necessità vere, sulla nostra storia di popolo, di civiltà, sulle nostre vittorie, sulle nostre sconfitte, sugli errori fatti per non ripeterli, ma soprattutto quando saremo finalmente disposti a lavorare, ripeto perché voglio essere chiaro “lavorare” perché dobbiamo capire prima di tutto cosa vuol dire veramente lavorare. Lavorare per realizzare un civiltà nuova a dimensione uomo e non più a servizio di entità esclusivamente economiche che nulla hanno più da spartire con il frutto del lavoro dell’uomo.
    Ma tutto questo non è in sintesi la massima benedettina: “Ora et labora”. Sbaglio? E’ chiaro che “Ora” non deve solo voler dire prega ma anche rifletti e soprattutto pensa.

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  7. Messa così, non posso darti torto. Semmai c’è la necessita, oggi più che mai, di sconfiggere quel pessimismo che può rivelarsi autolesionista e augurarsi una classe politica che sappia mettere la museruola alle multinazionali finanziarie. Dopo tutto, da sempre, quando ci si trova di fronte a delle sfide difficili è emerso sempre il meglio di noi stessi, perché non questa volta? È a questa prospettiva che rivolgo le mie attenzioni con quanto vado sostenendo.
    Poi, se i tuoi neuroni sono impegnati in più direzioni, quanto meno ho capito che sei ancora giovane, sei un piccolo imprenditore, conosci la crisi che stiamo vivendo dall’interno del sistema che ti sta coinvolgendo non meno dei lavoratori e dei pensionati. Ma questo lo avevo già sottolineato nell’articolo sotto il quale stiamo dialogando:”il ceto medio, tanto sbandierato dai detentori del potere economico, è crollato. La piccola impresa la stanno annientando con la pretesa di pagare più del dovuto, mentre lo Stato non restituisce a questi quanto gli deve”. È così, non ho dubbi. Quindi l’idea di far fare un salto di qualità a questo sistema mediante l’impegno dei lavoratori, è secondo la classica cultura rivoluzionaria una strada che dovrebbe portare i lavoratori a comportarsi come classe generale, e non sottrarre al resto dei cittadini il dovuto, ma farsi carico di un modello in cui si possa garantire: “ad ognuno secondo il suo bisogno e pretendere da ognuno seconde le sue capacità”. Bellissimo concetto di P. J. Proudhon. E raggiungere simili obiettivi mediante l’egemoni gramsciana e ricordando un altro ottimo principio di Malatesta oppure Cafiero?, non mi ricordo chi dei due anarchici ha affermato: “se per vincere dovessi innalzare forche, meglio perdere subito”. Forse utopico, ma sappiamo quante delle utopie di secoli fa son già divenute realtà, a volte con violenza altre democraticamente raggiunte, quindi non dispero che un giorno si concretizzino tali concetti, in modo non violenti. Magari io non farò in tempo a vedere questi cambiamenti, ma le future generazioni forse ce la faranno a realizzarlo. E questo ideale, a mio avviso, non è solo della sinistra antagonista, ma ha radici cristiane, però non posso dire cattoliche, almeno a fin qui.
    Poche parole sul monachesimo che tu richiamavi e che qui chiarisci in modo meno lusinghero. Infatti ora concordo con te che il monachesimo è una caratteristica tipica di ogni religione. E ogni buona intenzione religiosa iniziale quasi sempre è degenerata. “Il nome della Rosa” di Eco, o peggio, “Q” di Luther Blissett, (Ed. Einaudi tascabili) ce le hanno raccontate dettagliatamente le varie forme di degenerazioni monacali. Quest’ultimo libro ci racconta come nel giro di 300 anni i francescani, votati alla povertà, erano divenuti degli autentici usurai. È il periodo dello scisma di Lutero e, un sua costola, detta degli Anabattisti, li rasero al suolo nel XVI secolo in Germania. È proprio vero: son tante le idee “vergini” che finiscono col fare le puttane.
    Non ho altro da aggiungere se non il ringraziarti per le tue considerazioni, le quali hanno la capacità di stimolare i miei neuroni. Per tanto ti ringrazio per questo e mi auguro che sarai sempre presente con le tue puntuali osservazioni. Cari saluti gaetano.

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  8. Io credo però, che al di là dei discorsi filosofico-politico-sociali che abbiamo scritto me compreso mei commenti, su questa crisi epocale europea, abbia influito anche il difficile adattamento decennale tra Euro e Lira. Il no euro infatti, ha la forza dell’ambiguità. E’ allo stesso tempo però per alcuni un obiettivo e una profezia che rischia di avverarsi. Lo stesso Grillo, non maledice in se l’idea di una monetà unica fra i popoli del continente, si limita a sostenere che oggi non siamo in grado di permettercela. Non ha bisogno il sor Beppe del nazionalismo radicale della Le Pen o dell’anticapitalismo dei comunisti per sostenere la volontà di spaccare l’eurozona. Gli basta sollecitare la nostalgia popolare per il tempo meno cupo della lira, e pazienza se nel passaggio gestito irresponsabilmente tra euro e lira si perpetrerà in Italia un massiccio drenaggio di risorse a vantaggio del lavoro autonomo e a scapito delle buste paga. Un delitto politico, che finirà in prescrizione, quello che cercherà di calmierare i prezzi. Inoltre come già il malumore antimeridionale e la xenofobia vennero elevati da chiacchera da bar ad arma politica grazie al leghismo, cosi il no-euro rischia di trovare uno spazio politico nel nostro dibattito pubblico, avendo trovato in Grillo il suo apprendista stregone. Magari, strumentalizzando anche il paradosso del premio nobel keynesiano Krugman o del professor De Cecco che di recente hanno evocato la soluzione dirompente tra euro e lira. Descrivendo uno scenario, in cui la politica troverebbe il suo riscatto nella contrapposizione agli eurosimpatizzanti ,servi della finanza mondiale. Come se i popoli, dovrebbero trovare risposta alla sofferenza sociale solo tornando a separarsi e il progetto di istituzioni comunitarie non assoggettate ai dogmi dell’economia fondata sul debito, fosse da liquidare come utopia irrealizabile. Chi può ragionevolmente sostenere che staremo meglio, in un tragico isolamento procedendo a colpi di svalutazione della lira, fingendo cioè, che un economia avanzata, non possa reggere comprimendo i costi e abdicando alla ricerca dell’eccellenza. Chi vivrà,vedrà ! A. Leo.

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