SALVEMINI E LA SCUOLA LAICA

Intervento di Giacomo Grippa.

SALVEMINI E LA SCUOLA LAICA

Ho scritto, qualche settimana fa, un editoriale sulla scuola laica, nel quale ricordavo uno dei maestri del laicismo italiano del Novecento, Guido Calogero. Il tema è sempre attuale, perché sempre incombenti sono le minacce nei confronti della scuola pubblica, che è, almeno in Italia, l’unica scuola che possa dirsi davvero laica, l’unica che, nonostante l’abbandono in cui è stata lasciata per decenni da tutti i governi che si sono succeduti, introducendo riforme che sono state, in realtà, controriforme, è in grado, ancora oggi, di preparare i giovani a vivere responsabilmente in una società pluralista. L’ultima minaccia si sta concretizzando proprio nel momento in cui scrivo questa nota, con il governo Monti riunito per decidere sui tagli da fare alla spesa pubblica per cercare di rimettere in sesto il bilancio del paese. Ma, come quando si trattò di imporre nuove tasse, il governo dei professori dimostrò uno scarsissimo senso dell’equità, andando a colpire pesantemente i soliti noti ed evitando accuratamente di introdurre una patrimoniale sui redditi maggiori, anche adesso, che si tratta di tagliare la spesa pubblica, non si colpiscono i settori davvero parassitari della pubblica amministrazione, ma si alza la scure sui servizi sociali, in particolare sulla sanità e sulla scuola. Per quel che riguarda la scuola poi, pare che si vogliano tagliare i fondi all’università e agli istituti di ricerca e, nel contempo, regalare altri soldi alle scuole private, che in Italia sono quasi esclusivamente cattoliche e, il più delle volte, perseguono finalità speculative assai più che culturali ed educative. Staremo a vedere, ma se le anticipazioni dei giornali dovessero essere confermate, saremmo di fronte a una nuova scandalosa prevaricazione ai danni dell’istruzione pubblica operata da un governo che, mascherato da “tecnico”, ogni giorno di più si rivela al servizio di ben precise e non condivisibili opzioni politiche.
Dopo quelle di Guido Calogero, vorrei questa volta ricordare le parole che sulla scuola laica e sulla laicità pronunciò un altro grande esponente del laicismo italiano del secolo scorso, Gaetano Salvemini, storico e meridionalista, socialista riformista ma indipendente nei confronti di ogni partito, fondatore di una rivista, “l’Unità”, che pesò molto nella cultura politica italiana del primo Novecento. Salvemini era stato fra i fondatori della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie ed ebbe sempre grande attenzione per i problemi educativi, anche durante gli anni dell’esilio, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dove dovette rifugiarsi per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Le parole che sto per riferire appartengono a un discorso che egli pronunciò più di un secolo fa, nel settembre del 1907, in un congresso della federazione alla cui nascita aveva largamente contribuito. In una società in cui era venuto meno il monopolio culturale di un’istituzione religiosa che lo aveva esercitato per quasi due millenni, “le scuole mantenute col denaro pubblico – egli disse- non possono essere messe al servizio di nessuna credenza religiosa, e gli insegnanti delle scuole pubbliche devono essere assolutamente autonomi da ogni controllo di autorità ecclesiastiche”. Ribadiva poi che la Chiesa cattolica è soltanto un’associazione privata, anche se “tende ad espandersi in luogo dello Stato, ad asservire a sé lo Stato, a impadronirsi di tutti gli organi dello Stato, compresa la scuola”. Ma – aggiungeva subito- “questa tendenza è comune a tutte le organizzazioni religiose e a tutti i partiti politici”, che vorrebbero fare della scuola uno strumento di indottrinamento al servizio delle loro particolari concezioni della società e dei rapporti umani. Nella scuola pubblica e laica, l’indipendenza degli insegnanti, non solo dalla Chiesa cattolica ma da ogni altra organizzazione religiosa o secolare, deve essere salvaguardata a ogni costo: “laicità della scuola pubblica e indipendenza della magistratura sono due principi analoghi, senza il cui rispetto lo Stato rappresenterebbe la più intollerabile e la più odiosa delle tirannie”.

Questo significa, forse, che la scuola laica è una scuola che si limita ad inculcare delle nozioni, una scuola che si mantiene neutrale e asettica nei confronti di tutte le fedi, filosofie, ideologie e morali? L’insegnante che si ispira ai principi della laicità deve essere, necessariamente, un animale a sangue freddo, senza convinzioni e senza ideali, un uomo arido che non riesce a connettere cultura e vita, cultura e società? La risposta di Salvemini è netta e appassionata: la scuola laica non è una scuola freddamente agnostica, i suoi insegnanti, per essere davvero tali, debbono avere principi e convinzioni, partecipare alla vita sociale portando in essa il calore e la forza dei loro ideali. Non possono essere buoni insegnanti se non sono, prima di tutto, uomini interi. Nella scuola, però, il loro compito non è quello di indottrinare e di convincere con gli slogan e la facile emotività, ma, qualunque sia l’argomento trattato (e tutti gli argomenti debbono avere libero ingresso nella scuola pubblica), il loro dovere è insegnare agli alunni che tutte le questioni debbono essere affrontate con metodo critico e razionale, senza indulgere a pregiudizi e tabù. Un buon insegnante non deve nascondere le sue convinzioni, ma deve anche essere ben consapevole che non ha alcun diritto di imporre le sue credenze, religiose, atee o agnostiche che siano, ai propri alunni. Scuola e vita non sono separate, ma la scuola (e questo lo può fare soltanto una scuola autenticamente laica) deve educare ad accettare la diversità delle opinioni e dei costumi, a non aver paura delle differenze e degli inevitabili conflitti, evitando la loro degenerazione violenta. Le parole di Salvemini suonano ancora oggi sorprendentemente attuali: “Ascoltino i nostri alunni le voci che rumoreggiano fuori della scuola. Siano educati a ben vivere, non nell’ignoranza dei problemi fondamentali della vita, non nell’indifferenza incolore, opportunista e vile, ma nella conoscenza di quei problemi, nel desiderio della verità razionalmente acquistata e razionalmente comunicabile, nell’avversione a ogni dogma indimostrato e ad ogni intolleranza settaria”. (di Paolo Bonetti da: Italialaica.it)

Collepasso, 23/7/2012

  1. La scuola, è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita civile, sociale, economica e culturale di ogni paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti, in una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora di più oggi, in un periodo in cui il capitale umano, l’insieme delle coscienze su cui disponiamo è il fattore decisivo per la cultura delle nazioni. In particolare, la scuola pubblica è luogo di pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi associazione, gruppo o categoria. Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne coglierne i valori e le potenzialità, e perchè altri a loro volta possono conoscere i nostri valori e le nostre tradizioni. La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali; dove i ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare le diversità, dove il patrimonio culturale di una famiglia, entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie. Questa è la missione principale della scuola pubblica statale, diversa da ogni altra istituzione formativa, che si propone altre finalità a partire da una visione parziale della cultura, della religione, della società, dell’economia. Per rendere effettivo questo principio, lo stato deve investire più risorse nell’istruzione pubblica, consentendo alle istituzioni scolastiche di dotarsi di strumenti adeguati a svolgere la propria missione. Nella scuola si costruisce il futuro delle future generazioni, quindi bisognerebbe fare dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, con la competenza che la materia necessita, perchè nessuno può guardare alla questione dall’esterno, siamo tutti coinvolti, poichè per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile, che la maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della costituzione.

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