ROMANZO MONDIALE

ROMANZO MONDIALE

-Il calcio come fenomeno sociologico.

Da quanti anni il mondo si ferma, appena il fischio di un arbitro in giacchetta originariamente nera, mette a tacere ogni polemica sportiva e dà il via ai mondiali di calcio. Quanti spettatori, quanta carta, quante ore di televisione, di radio, di web si producono intorno al più importante appuntamento mediatico internazionale. Il mondiale di calcio non è soltanto una competizione sportiva al più alto livello planetario. E’ soprattutto un formidabile convivio di storie, di uomini, di atleti. Un caleidoscopio che ogni quattro anni fa convergere per un mese, sotto gli stessi riflettori centinaia di protagonisti soltanto in apparenza simili, accomunati dallo sport che praticano, ma spesso molto distanti fra loro per il modo in cui lo vivono. Ho sentito spesso dire che il calcio è bassa cultura, ma molto più della pittura, dei libri, dei poemi, della musica riesce a regalare gioie alle persone che soffrono. Il mondiale diventa così un’ impareggiabile antologia di racconti che mette insieme vite a “5 stelle” e vite da baraccopoli. In sintesi il campionato del mondo è quel grande teatro di razze e di metodi di interpretare il calcio, dove potremmo dividerci a cercare le differenze nei particolari e nel quadro d’insieme. Nessuno inventerà niente, ma tutti finiranno per raccontare il loro modo moderno di vivere insieme giocando. Per le squadre e per gli atleti più forti, la coppa è inevitabile vetrina: non possono che affrontarlo puntando al massimo traguardo. Per molti altri la vittoria è già esserci, il mundial rappresenta un’ occasione unica talvolta irripetibile di promozione sociale, di riscatto, di rivincita. Ogni minuto, ogni partita giocata non fa che allungare il sogno cambiando per sempre il corso di molte vite non soltanto a livello sportivo, ma soprattutto a livello umano. Anche noi semplici telespettatori ne abbiamo subito l’influenza. Chi di noi non ricorda dove era,  quando ad esempio Paolo Rossi rifilò tre gol facendo piangere l’intero Brasile, con chi era quando Rivera segnò il 4 a 3 alla Germania allo stadio Azteca di Città del Messico, nella famosa e mitica sfida del 1970, con chi ha gioito quando durante le “notti magiche” di Italia 90 “Re Mida” al secolo Totò Schillaci da Palermo faceva diventare goal quasi  tutti i palloni che toccava, oppure in quale posto si trovava quando, “il divin codino” Roby Baggio segnò negli ultimissimi minuti due goal a Nigeria e Spagna quando oramai  i bagagli erano già pronti sull’aereo per l’anticipato ritorno in Italia. Insomma, ognuno di noi potrebbe raccontare dove era in quei magici momenti, che cosa stava facendo, in compagnia di chi si trovava. Perché lo sport e il calcio in particolare è proprio questo, una catena di emozioni che segnano la vita e fissano tutti quegli istanti che non possiamo più dimenticare. Addirittura conosco il caso di una persona di Collepasso, di cui non faccio il nome, che dopo la finale persa malamente con il Brasile per 4 a 1 nel 1970, per stemperare la delusione decise di fidanzarsi ufficialmente a casa con la sua attuale moglie.

Dietro questi numeri ci sono tante anime, anime di bambini, che si immedesimano nei calciatori, ne scelgono alcuni come loro idoli, anime di adulti che scommettono (regolarmente), che tifano, che buttano le loro delusioni dentro il cestino del telecomando e sfogano i loro dispiaceri nel rettangolo verde del terreno di gioco, adulti imprenditori che con i mondiali diventano più ricchi o più poveri , storie d’amore che si compiono davanti o dietro il teleschermo, dentro gli stadi, intorno ai manifesti degli sponsor. Mamme impegnate a cambiare monete per comperare ai figli le figurine, padri che si trovano dopo la partita a scambiarsi opinioni, vigili e guidatori di autobus che commentano le gesta della sera prima scoprendo nomi di giocatori africani impossibili da pronunziare ecc. Tutto questo avviene dal 1930, anno della prima edizione dei Campionati del mondo- ogni quattro anni. Personalmente i mondiali sono lo spartiacque della mia vita, chi infatti non ricorda cosa gli è capitato di bello o di brutto, quali sono stati gli avvenimenti più importanti o meno che si sono verificati nella propria esistenza, quelli che vanno da un’ edizione a quella successiva del Mundial. Ogni 4 anni con un crescendo che è l’allargamento del mondo. Prima un mondo lontano, chimerico, omerico. Poi l’Europa, infine il calcio al servizio dei regimi visibili, repressivi, totalitari come avvenne per i Mondiali del 70 in Messico, del 34 in Italia, e soprattutto del 78 con il governo dei militari in Argentina. Inoltre il calcio come linguaggio, come contenuto che sostituisce progressivamente la vita, le metafore sportive che prendono il posto di quelle agresti e rurali. E poi il calcio come fenomeno campanilistico e di massa dove molti giovani ultras, scaricano le proprie tensioni e le frustrazioni della vita con azioni violente nei confronti dei tifosi rivali che molte volte sfociano in tragedia. Ma anche il calcio come fenomeno sociologico, come ad esempio succede in Brasile; dove ogni quattro anni durante il mese dei mondiali,  quella nazione immensa e popolosa diventa nel mondo più popolare degli stessi Stati Uniti….Un Brasile  povero, dove la gente non ha niente e si aggrappa all’unica cosa che rende felici: il calcio e la seleçao. Ma questo ha anche i suoi risvolti negativi;  infatti proprio nel Brasile delle favelas si verificano,  anche se in tono minore rispetto al passato, casi di suicidio quando la nazionale verde oro viene sconfitta, anche se data per nettamente favorita come avvenne nella storica sconfitta allo stadio Sarrià di Barcellona (la tragedia del Sarrià)nell’ 82 contro gli azzurri del “Vecio” Bearzot o l’ancor più tragica sconfitta in casa nella finale mondiale del 50 con l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino al  Maracanà di Rio (la tragedia del Maracanà), con più di 200 casi di suicidio nel paese e una ventina seduta stante, che si gettarono giù dal punto più alto della curva dello stadio di Rio.

Ma è il dopoguerra, la televisione a fare del calcio il Mondo! Nei mondali del 2006 quelli vinti dall’Italia di Lippi, c’erano più spettatori davanti agli schermi nelle piazze che negli stessi stadi tedeschi. Il calcio come linguaggio di vita quindi….infine il football che si è fatto donna, ha assunto le sembianze angeliche e diaboliche nei talk-show. Le ragazze ora sanno chi tifare, sanno anche giocare, sfidano i ragazzi per strada e talvolta vincono. Storie di uomini non necessariamente di fuoriclasse , storie di vita e di morte, prima ancora che di sport, storie di eroi per caso anziché di stelle consacrate, storie inconsuete, storie marginali rispetto alla grancassa quotidiana dei risultati, dei campioni, dei titoli di prima pagina. Perfino storie di oggetti del desiderio……Queste vicende sono sempre state lì, a poca distanza dalla luce intensa che bacia i vincitori sulla ribalta. Basta spostare un po’ i riflettori per vederle. Ogni quattro anni il mondo cambia e il calcio cambia prima del mondo, lo anticipa sia in difesa che in attacco. Perché anche questo, forse soprattutto questo è il romanzo mondiale!

ANTONIO LEO

Collepasso, 21//72012

  1. L’esperienza ci insegna che il calcio è sopratutto un area di irrazionale rifugio dei nostri guai quotidiani. Siamo infatti poco disponibili a vedercelo risucchiare fra le ansie pesanti di tutti i giorni. Al milionario calciatore si perdona quasi tutto , in particolare se fa vincere la nostra squadra del cuore. Gli eroi dei sogni abitano in parte in una zona franca, dove le tensioni sociali per una convenzione sentimentale sottoscritta dalla grande maggioranza degli appassionati, arrivano sfumate. Sembrerebbero in fondo guai relativi, con lo spread a 500, la disoccupazione giovanile a mille, il pil in picchiata, i cervelli in fuga e la fiducia sotto le scarpe. E’ difficile accettare la realtà, ci vorrà del tempo ad adattarsi ai tempi nuovi , che tendono poi ad assomigliare terribilmente ai vecchi, quelli di molti decenni fa. E’ infatti finità definitivamente l’era dell’Italia vista come l’Eldorado del pallone, gli anni 80 e 90, quando qualsiasi campione o supposto tale desiderassimo, da Platini a Van Basten, da Matthaus a Zidane, da Falcao a Zico, da Maradona a Socrates, da Cerezo a Junior da Gullit a Ronaldo; finivano nel campionato più bello del mondo, il nostro. Uno shock, per chi ha alle spalle decenni di eccellenza tecnica ed economica in materia calcistica. Lo temevamo, in fondo lo sapevamo. La fase di passaggio, sarà occupata da risposte un pò rabbiose e un pò ingenue, all’insegna del: ma se non hanno i soldi, perchè non vendono le squadre? Perdita di tempo, cari amici: il mondo non è fabbrica di emiri, sultani, sceicchi o di magnati del gas. I pochi disponibili hanno scelto altri approdi. Quando riusciremo a riaverci dal colpo, cominceremo a rimettere insieme i pezzi. A vedere un pò meno nero intorno a noi. E allora, riusciremo a capire perchè altri campionati sono diventati più attrattivi e ricchi della nostra serie A. Facendoci qualche domanda, concluderemo con un briciolo di onestà, che la questione morale e il clima dentro gli stadi esteri si sono trasformati in ricchezza per chi ci ha puntato da tempo. La differenza con i nostri vecchi stadi, luogo di battaglie e di scontri asprissimi tra gli ultras inferociti delle varie squadre, è evidente…Ecco una prima grande riforma, a costo zero, che si apre davanti al calcio italiano: una rivoluzione dentro le nostre teste che azzeri i lugubri riti tribali delle curve e riporti lo sport, il sorriso, i bambini e le famiglie sulle tribune. Il resto dopo verrà da se !

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