Riflessioni post-elettorali

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Ricevo da Giuseppe Lagna e pubblico 

Eccezion fatta per i primi anni Settanta, Collepasso, come del resto gran parte dei piccoli centri delle aree depresse italiane, si è caratterizzata e si caratterizza per un tipo di assoluta impoliticità.

Solo una salutare, anche se tardiva, onda lunga del Sessantotto portò ad un balzodi coscienza politica, che produsse il salto di qualità nel consiglio comunale, con l’elezione di quattro giovani del PCI, dopo un trentennio di vandea.

Gli anni successivi di riflusso dalla militanza politica, di sfascio dei partiti storici, con il crollo dell’Unione Sovietica, hanno fatto indietreggiare il mondo intero, l’Italia e, a maggior ragione, il nostro Comune verso forme inaspettate di potere similfeudale.

Il clientelismo odierno, cessata la fase di accumulazione capitalistica, si basa su favori da accattonaggio, visto l’avanzare di nuove povertà materiali e immateriali, prodotte dai rapporti di produzione e dal pensiero capitalistici, scarsamente o del tutto incontrastati.

Il locale ceto medio-impiegatizio, che poteva generare un certo rinnovamento, anche sulla base della propria sicurezza sociale ed economica, non ha saputo (potuto) dare continuità generazionale all’ansia in tal senso ed oggi Collepasso si trova deprivata di decine e decine di giovani ad alta o altissima scolarità, lontani e con nessuna prospettiva di rientro.

Trattasi, ormai, di un vero e proprio strato sociale, per giunta anagraficamente produttivo e innovativo, scomparso dalle nostre strade, dalle nostre case, se non per brevi visite parentali in vacanza; e la perdita riveste valore molto più grave dell’emigrazione contadina o artigianale degli anni Cinquanta e Sessanta, perché del tutto priva di rimesse.

Pertanto, ogni campagna elettorale, in queste condizioni socio-economiche e culturali, con qualche accidentale eccezione ma con un infausto sistema maggioritario, altro non può generare, se non candidature, liste ed eletti, di stampo trasversale, individualistico e qualunquistico; in una parola “impolitico”.

Tramontata ogni progettualità realmente alternativa, di sistema, tutto fluisce in un unico grande alveo, dove si discute di piccinerìe fattibili da qualsiasi governo di qualsiasi colore e si scelgono i delegati ad amministrare in base ai più stupidi personalismi, mancando le organizzazioni partitiche che medino ed indirizzino infinite posizioni, sempre più molecolari e astiose.

L’informazione deviata/deviante, ammannita dai media sulle nostre popolazioni storicamente immature, assesta, infine, il colpo di grazia e, purtroppo, non si salvano neanche i più giovani, che in questo brodo di coltura hanno visto la luce.

Diventa sempre più imperiosa la necessità di rilanciare il principio di uguaglianza, magari a scapito del principio di libertà, che, fortemente frainteso, tanti danni ha procurato nell’ultimo ventennio “urbi et orbi”.

Insomma, un bel potere forte, ma contro i forti; semplice, ma difficile a farsi, per ora; le condizioni generali sopra descritte non lasciano prevedere niente di buono, possiamo solo opporvi l’ottimismo della volontà, la forza della coerenza, la più vasta unità possibile.

Bisogna, perciò, non demordere e ripartire subito, tessendo un ampio arco “costituzionale”, che lavori a recuperare quanto dissipato, a causa di vacui e deleteri personalismi, pesanti macigni sulla via del progresso nella nostra città.

Giuseppe LAGNA (Partito dei Comunisti Italiani-Federazione della Sinistra)

 

 

  1. Grande Giuseppe, italiano perfetto e perfetto volo pindarico. quando scenderai tra noi miseri collepassesi e ci racconterai quanto bolle in pentola nella nostra disastrata Collepasso? E poi dilla tutta, chi è codesto pseudo politico che scivolerebbe sul personale? Ma se il nome è tabù, dicci almeno cosa, dove e quando è successo!

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  2. poi dicono che i comunisti sono morti 18 maggio 2011, 12:52

    Dicono che i comunisti sono spariti, purtroppo non è così. Condivido comunque il senso della parole del maestro e la necessità di ricreare i partiti all’interno dei quali ci deve essere una selezione anche della classe politica, però i partiti devono prima esserci sul territorio altrimenti sono parole al vento
    Mi permetto di aggiungere solo una cosa, il clientelismo che c’è e sempre esisterà però deve essere evidenziato in tutti gli schieramenti, della serie le “punture” di uno non valgono meno delle “punture” del Castello dell’altro. O no??

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  3. Dai comunisti si devono guardare e preoccupare i ladri, i mafiosi, gli evasori fiscali, gli sfruttatori in generale. Mentre i lavoratori onesti, coloro che vivono dal proprio lavoro, dormano sogni tranquilli. Quindi stia tranquillo, l’anonimo che preoccupato lamentava: “purtroppo non è così”. noi comunisti non mangiamo più i bambini. Sogniamo di mangiare invece gli adulti sfruttatori, i vecchi ladri, i puzzolenti mafiosi ecc. saluti gaetano

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  4. luigi marzano 19 maggio 2011, 11:40

    Completamente d’accordo con l’analisi di Giuseppe Lagna, analisi arguta e profonda che rileva come pesi sul nostro Comune, come su tanti altri nel sud, la scomparsa di una classe media intellettuale che faccia da tramite e “informi” la popolazione. Siamo ridotti a nuvole di piccoli clienti, a favoritismi da comparaggio, soggetti a dipendenze neo-feudali verso i potentini di turno, uno squallore che porta a regressione, mancanza di idee, corsa alla soddisfazione di piccoli egoismi, frammentazione sociale. E’ vero che negli anni “70 ci fu una spinta di rinnovamento da parte dei giovani di allora e ben lo so io che fui tra i primi a spingere verso il Pci tanti miei coetanei, titubanti e spaventati di essere catalogati come comunisti, ma che alla fine molti scelsero, con risultati positivi per la cittadinanza. Al contrario però non attaccherei la libertà in cambio dell’uguaglianza, sono valori paritetici e difficilmente scindibili e vedo tale accoppiata semmai come valore necessario, dato che non c’è libertà in un luogo dove il rapporto tra me e il mio potente-benefattore e intriso dal ricatto ne tantomeno uguaglianza. Una ventata di libertà fa sempre bene perchè apre gli animi a predisporsi verso il nuovo, verso il superamento di vecchi limiti, di vecchie paure e può diventare la premessa alla consapevolezza della propria condizione di classe, un superamento del controllo sociale e patriarcale, che infarinano l’assolutismo reazionario base solida per imporre asimmetrie di potere, rapporti di soggezione, paura del discredito, rassegnazione.

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