RENZI PEGGIO DI BERLUSCONI…

 

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RENZI PEGGIO DI BERLUSCONI…

SOTTO RIPORTO ALCUNE CONSIDERAZIONI CHE Landini, segretario generale della fiom ha rilasciato a Roberto Mania in un’intervista pubblicata su “La Repubblica” di martedì 24 febbraio. Siccome le ho trovate molto significative e soprattutto con una felice sintesi ne pubblico volentieri alcuni stralci.

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Perché? Perche Renzi ha scelto di stare dalla parte della confindustria;  perché di fronte al dissenso di tre milioni di lavoratori che scesero in piazza per difendere l’articolo 18, Berlusconi si fermò capendo che non aveva il consenso. Renzi non si è fermato…

…Renzi, come Berlusconi, non ha il consenso di chi lavora, Renzi sta attuando il programma dettato dalla confindustria e della BCE nella famosa lettera dell’agosto 2011…

…è evidente, c’è una compressione dei diritti di chi lavora,  non ha precedenti nella nostra storia. È in atto una scissione tra il lavoro e i diritti di chi lavora. E chi lavora è povero. Dall’altra parte aumenta la corruzione, l’evasione fiscale, il controllo di settori dell’attività economica da parte della criminalità organizzata…

…il governo di Renzi sta facendo politiche che favoriscono questi processi. Renzi dice che si ha il diritto di licenziare sempre e che si possono evadere le tasse…

C’è un’idea di accentramento del potere in mano all’esecutivo mentre la Costituzione disegna una democrazia partecipata nella quale è riconosciuto il ruolo dei soggetti sociali…

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Gustavo Zagrebelski, dal suo articolo su repubblica del 25 febbraio aggiunge: “viviamo un tempo esecutivo”. L’esecutivo vorrebbe tutto. Il legislativo e il giudiziario dovrebbe essere nulla, se vogliono contare qualcosa, sono d’impiccio…

…Quindi il dovere è di adeguarsi, di allinearsi, di mettersi in riga. L’esecutivo deve “tirare diritto” alla meta, cioè deve “fare”, deve “lavorare”. Il legislativo e il giudiziario, se non si “adeguano”, costringono a rallentamenti, deviazioni, ripensamenti, fermate: cose che sarebbero normali e necessarie, nel tempo degli equilibri costituzionali; che sono invece anomalie dannose nel tempo dell’esecutivo. Ed è questa la dittatura del presente che si autoriproduce e aspira a crescere sempre più su se stessa…

…le forme della democrazia possono anche non essere eliminate ma, allora, la sostanza si restringe e rinsecchisce, come un guscio svuotato. Le idee e i progetti si inaridiscono; i partiti si cristallizzano attorno alle loro oligarchie; il conformismo politico alimenta il cosiddetto pensiero unico e il pensiero unico a sua volta alimenta il conformismo politico. La competizione tra i partiti solo illusoriamente ha una posta politica. In realtà si trasforma in lotta per ottenere posti, potere, prebende…

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Di mio (pagliatano) aggiungo: il piano di “rinascita” del famigerato Licio Gelli che avrebbe dovuto realizzare Berlusconi membro della loggia P2, non è riuscito a realizzarlo per il semplice e palese fatto che si è interessato più ai suoi affari che del reazionario piano Gelli. Ora, il suo giovane allievo Renzi ce la sta mettendo tutta per realizzarlo e in parte può ben dire: fatto. Ciò che più rattrista coloro che restano ancorati ad una visione della democrazia e del rispetto della Costituzione è che molti sono coloro che votano questo dissennato liberare a pensiero unico, convinti di dare un voto a sinistra. Insomma è come chiudere gli occhi, bere aceto e pensare al vino; oppure come scopare una vecchia baldracca e pensare a quanto era pura e bella da giovane. Che è come dire: gli elettori di sinistra sono rincoglioniti.

Infine aggiungo alcune considerazioni sulla riforma del lavoro targata Renzi, di Carla Corsetti segretaria nazionale di Democrazia Atea.

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Un sintetico glossario per comprendere la riforma del lavoro.

JOBS ACT: è un tecnicismo angloamericano utilizzato per far meglio digerire una riforma del lavoro becera e di impronta padronale, che trasforma il mondo del lavoro in un assalto alla diligenza da parte di imprenditori spregiudicati.

CO.CO.PRO: erano i lavoratori assunti a tempo determinato e legati alla specificità di un progetto. I precari riconducibili a questa categoria avevano un rapporto di subordinazione camuffato da una finta indipendenza. Renzi ha rottamato questa categoria e non si sa cosa faranno ora i 200mila co.co.pro. rottamati. Forse finiranno in una delle altre 46 tipologie contrattuali di precariato che Renzi ha comunque mantenuto intatte.

ARTICOLO 18: è una tutela in tema di licenziamento che fino ad ora la legge riservava ad alcune categorie di lavoratori. Il datore di lavoro poteva sempre licenziare il lavoratore per motivi legittimi, ma se dopo un lungo processo il giudice accertava che i motivi erano invece illegittimi, il datore di lavoro era costretto a risarcire il lavoratore con una gran quantità di denaro. Rispetto a questa eventualità il datore di lavoro non licenziava tanto facilmente o quantomeno non licenziava se non era certo di agire secondo legge e non secondo discriminazione. Ora con Renzi questa tutela è spazzata via, rottamata pure questa. La libertà di licenziare è sempre stata una chimera per molti ed è la prima volta, dagli anni ’70, che un partito di destra, il PD, riesce a raggiungere questo obiettivo contro i lavoratori dipendenti e a favore dei datori di lavoro.

COSTITUZIONE: è l’ostacolo più grande per Renzi. Sta provando a rottamarla ma non c’è ancora riuscito. Ancora si ritrova la Legge Fondamentale dello Stato ad impedirgli di smantellare tutto. Anche il jobs act, per esempio, ha gravi profili di incostituzionalità perché gravemente discriminatorio, e ci vorranno anni prima che la Corte possa rilevarli.

Ma Renzi doveva fare i compiti a casa altrimenti la Troika lo avrebbe licenziato, prima che se ne accorgesse.

L’imperativo categorico ora è: rottamare Renzi.

Carla Corsetti

Segretario Nazionale di Democrazia Atea

 

www.democrazia-atea.it

 

Collepasso, 25/2/2015

  1. Il vero problema dell’ Italia e che Renzi non ha una vera opposizione, espressa dall’altra parte della schieramento politico. Infatti, la formula su cui s’è retto a lungo il centrodestra è ormai esaurita. E da molto tempo. Ciò sarebbe pure nella fisiologia dei processi politici. Il problema è però che la disabitudine al confronto delle idee, il rifiuto di ogni forma di dissenso (gabellato come “tradimento” in nome del principio “carismatico”) hanno portato all’impoverimento delle risorse umane e delle energie politiche dell’intero schieramento, impedendo l’affermazione di un modello alternativo, una nuova proposta politica che fosse capace di reggere all’urto dell’antipolitica e di ricreare le condizioni del consenso in una fase di forte esasperazione sociale e di persistente crisi economica. Il dato più sconcertante è l’illusione di superare la crisi rinunciando a guardare alla società italiana e a chiedersi perché il centrodestra non riesce più a rappresentare i suoi tradizionali ceti di riferimento. Difatti, nodi di questo gap cognitivo sono venuti al pettine in queste settimane di candidature in cui si sono formate le liste in vista delle regionali di fine Maggio. Il caso Puglia, con Forza Italia che si affida a un candidato diverso da quello originariamente scelto, cioè con Adriana Poli Bortone che scende in campo per sfidare l’oncologo Francesco Schittulli, è l’emblema anche a livello nazionale di una disarticolazione politica di cui, al momento, non si vede una soluzione imminente.

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  2. Durante la trasmissione di ieri sera, Bersaglio Mobile, condotta da Enrico Mentana su La7, Silvio Berlusconi ha affermato che la caduta del suo governo nel novembre del 2011 è da attribuirsi ad un complotto ordito contro di lui da Giorgio Napolitano e da Gianfranco Fini.
    La risposta di Gianfranco Fini non si è fatta attendere: “Berlusconi è vittima di se stesso. I complotti contro di lui esistono solo nella sua testa!”

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  3. Pur con la cautela necessaria, perché confrontare le elezioni regionali con quelle europee può essere azzardato, i dati dimostrano che Renzi non ha perso perché è stata premiata un’ “altra idea” della sinistra. Più semplicemente tra coloro che questa volta sono stati a casa ci sono molti elettori che hanno revocato la loro fiducia al partito del capo del governo. Ovviamente solo il tempo dirà se si tratta di un dato temporaneo e quindi se il trend negativo aumenterà o rientrerà; quel che è certo è che dopo le regionali l’ambizione renziana di costruire il partito della nazione esce fortemente ridimensionata per il riacutizzarsi delle polemiche interne al Pd ma soprattutto perché sarebbe davvero velleitario il progetto di costruire un partito di governo oltre la destra e la sinistra mentre aumentano gli italiani che, seppure con diverse modalità, esprimono la loro sfiducia nell’operato del premier.
    Ne consegue che per il centrodestra (Berlusconi, Salvini, Fitto, Meloni, Alfano) c’è davvero ancora molta strada da percorrere per trovare quella unità non di facciata che è indispensabile per nutrire la speranza di rappresentare una alternativa credibile al renzismo.

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