O briganti o emigranti!

 

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La copertina del libro di Pino Aprile, Ed. Piemme

 Dalla presentazione dell’editore, traggo e pubblico:

Fratelli d’Italia…  ma sarà poi vero? Perché, nel momento in cui ci si prepara a festeggiare i centocinquant’anni  dall’unità d’Italia, il conflitto tra nord e sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia.

                Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico.

“Terroni” è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se cento cinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. Come dice l’autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent’anni  sono tornate una. Perché  da  noi non è successo?

Di certo c’è che un po’ a tutti noi è capitato di vedere qualche film sull’unità d’Italia. Film che  a volte raccontava una storia ufficiale e quindi esaltante, accompagnata da fiumi di retorica, altre volte film terribili, i quali ci raccontavano una storia molto diversa da quella studiata sui libri di scuola, raccontata dai nostri insegnanti.  Anzi, molto diversa. Però non abbiamo prestato molta attenzione. Abbiamo sorvolato su quelle immagini che, penso, a tutti noi hanno procurato solo un po’ di fastidio e nessuna spinta ad approfondire l’argomento. Certo, qualcosa l’avevamo già incamerata anche leggendo qualche pagina dei tanti intellettuali meridionalisti, da Gramsci a Tommaso Fiore, ma quanto è stato dettagliatamente descritto, con particolare documentazione, da questo giornalista e scrittore  Pino Aprile, non ce lo aveva raccontato nessuno.

Spesso si sente dire: “La storia la scrivono i vincitori”, quasi sempre ci è sembrata un’affermazione retorica, ma spesso non lo è.  E, in modo particolare  in questo caso, con questo lavoro di ricerca basata su documenti esistenti nei vari archivi di Stato, quella affermazione, apparentemente retorica,  diventa verità inconfutabile.

Trecento pagine terribili perché piene di stragi tremende. Non solo per i massacri di civili indifesi, in modo particolare donne e bambini, non solo per i resistenti descritti, trattati e fucilati come briganti, ma a questo va aggiunto anche l’immenso ladrocinio, le ruberie di tutte le risorse del sud Italia furtivamente fatte traslocare al nord Italia (proprio come si fa con i popoli vinti, massacrati e depredati, altro che liberati!).  Descrivere il saccheggio e il genocidio che si è consumato  in poche righe,  è impossibile, a meno che non si ricorra a qualche simmetria.  L’immagine appropriata la si può ottenere paragonando l’invasione del regno Sabaudo nel sud, come l’invasione delle due americhe da parte di alcune Nazioni europee, con tutto ciò che ha comportato per gli indigeni.

L’autore, pur mettendo in chiaro già dalle prime pagine che con  il suo lavoro non intende certo mettere in discussione l’unità d’Italia, malgrado ciò, il rischio che finisca col divenire strumento di propaganda politica di parte c’è, e non se lo nasconde. Né mi nascondo che questa mia recensione positiva sul testo e l’autore, possa essere interpretata da qualcuno come una personale nostalgia borbonica (già il fatto stesso che la chiesa cattolica è sempre stata contro l’unità d’Italia fino al Concordato del 1929…) . Ci mancherebbe altro! Non sia mai! È già costata così tanto al meridione  quest’unità d’Italia, che è giusto sia proprio il meridione a doverla difendere con le unghie e con i denti più di quanto hanno il diritto e la voglia di farlo quelli del nord.  Però, siccome sappiamo bene che c’è già chi al nord soffia sul fuoco contro il meridione nel tentativo di rendere ancora più povero il sud, come sempre a vantaggio dell’egoista nord, non credo sia il caso, anzi vorrei scongiurare chiunque a pensare e ad agire utilizzando questa revisione storica per fare avanzare le personalissime ambizioni elettorali, magari  invocando giustizia per il sud. Insomma, il sud avrebbe bisogno di tante cose, ma non certo di una lega del sud altrettanto egoista quanto quella del nord. Occorrerebbe  ben altro! Per esempio, che i parlamentari del sud, una buona volta, indipendentemente dai partiti in cui militano, rileggessero e applicassero consigli e indicazioni degli innumerevoli meridionalisti. Intellettuali meridionali, questi, dei quali i cittadini del sud possono, a buon diritto, esserne fieri. 

 Il mio punto di vista sul lavoro dell’autore Pino Aprile

gaetano paglialonga

Collepasso, 17/1/2011

 

 

  1. Sì, è un libro da leggere, proprio quest’anno delle celebrazioni; un libro per tutti, unitaristi e secessionisti-federalisti o leghisti che dirsivoglia. Bisogna superare l’impasse delle prime pagine, dure da mandar giù, ma poi tutto diventa più chiaro; e armatevi di pazienza, perchè a questo “benedetto” autore, pugliese di Gioia del Colle, piace “correre avanti e indietro come un matto”, ma un po’ alla volta diventa simpatico. Il resto l’ha detto bene Gaetano. Buona lettura.

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  2. Io l’avevo comprato, ma non anora aperto, poi con questa tua recensione ho inziato a leggere le prime pagine. La cosa che mi ha disturbato e trovato stravagante, è quell’accostamento tra il brigante e il partigiano anti fascista. si può anche convenire nel rifiutare il termine brigante per coloro che per un motivo o per un altro stavano bene così come stavano con quel sistema dei Borbone, però, con i partigiani, no. Questi ultimi sono stati altra cosa, altra storia, altri ideali. Certo qualche cosa la sapevamo già che non tutto era filato liscio nel momento dell’unità d’Italia, però questo libro ho l’impressione che mi riserverà molte altre sorprese.

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  3. Caro Cipputi,
    mi piace molto il garbo con cui tratti chiunque si affaccia sul tuo blog. Mi piace il tuo modo di gettare, come pietre nello stagno, gli argomenti più diversi nella speranza di smuovere il fetore di un immobilismo dialettico che ormai pervade ogni livello sociale.
    Nel nostro dialogo, piuttosto lungo, relativo all’uso circostanziato della bestemmia, ho avuto modo di dimostrarti, e altrettanto hai potuto fare tu con me ,che, seppure separati in forma evidente da un ideale diverso che ognuno di noi ha abbracciato, è stato solo piacevole continuare a discutere e, facendolo, mai, ne tu ne io, abbiamo messo in discussione la necessità del rispetto della dignità dell’uomo. Anzi, partendo da origini apparentemente lontane, abbiamo condiviso lo stesso obbiettivo: nulla può giustificare il sacrificio della dignità umana.
    Bada, dignità è una parole che ultimamente sento spesso: l’ho sentita ascoltando commosso i lavoratori di Mirafiori; l’ho sentita ascoltando indignato i fatti che riguardano la cosiddetta vita privata del Presidente del Consiglio; l’ho sentita ascoltando disarmato i giovani mentre parlano del loro futuro sulle terrazze delle Università; ancora, l’ho sentita ascoltando con speranza le parole del Presidente Napolitano nel messaggio di fine anno e purtroppo, l’ho sentita con paura ascoltando le parole dei Tunisini durante le concitate fasi della loro rivoluzione.
    Sempre e ovunque la stessa parola: dignità, è una questione di dignità.
    Vedi come la stessa parola suscita emozioni diverse? Vedi quanto è importante contestualizzare appropriatamente l’uso della stessa parola per esprimere un idea?
    Non ho ancora letto il libro che proponi, ma immagino di conoscere perfettamente la storia. Non è diversa da altre letture che ognuno di noi ha potuto fare nel corso della sua formazione. Sono convinto però che anche in questo caso mi troverò di fronte allo stesso problema: cosa hanno capito i cafoni meridionali quando ascoltavano i discorsi dei Piemontesi nel 1861? Cosa è stato loro raccontato quando gli è stata proposta l’unità d’Italia?
    In forma surreale mi sembra quasi di ascoltarli, i Piemontesi del 1861: immagino Francesco Crispi, meridionale come un altro personaggio attuale, che dice: “Votate “Si” perchè solo così possiamo investire 1 miliardo di euro e andare avanti, altrimenti, poiché siete briganti, dovete morire di fame”.
    Manca solo che mandi le Giubbe Rosse, questa volta canadesi in ossequio alla globalizzazione, al comando di un nuovo Nino Bixio e il piatto è servito!
    Il Principe Salina, nel Gattopardo, fece un ritratto di Francesco Crispi che non è diverso da quello che oggi si potrebbe fare di Marchionne. Questa volta però i cafoni non sono solo meridionali, o almeno non vivono solo nel meridione.
    Sono le parole che intorpidiscono le coscienze e sono soprattutto quelle che non capiamo che poi ci fottono. Cosa vuol dire per esempio stock option, è inglese o piemontese stretto? Considerato che ormai molti italiani comprendono le parole italiane, la necessità di utilizzare una parola nuova così strana, c’è un’allitterazione che soddisfa il palato quando la pronunciamo, sottintende lo stesso obiettivo: fottere!
    E’ chiaro che le parole, poiché vengono utilizzate per spiegare i fatti, non sono più importanti dei fatti che spiegano e, se i fatti non devono essere spiegati, si usano parole che non si comprendono per ribaltare la responsabilità di non averli capiti. E’ un gioco di parole, ma se non comprendiamo qualcosa, o non comprendiamo i fatti è perché siamo ignoranti e la colpa di essere ignoranti, terroni, cafoni è solo nostra!
    Ti faccio un esempio:
    Mi capitò fra le mani il Bilancio 1995 dell’Istituto San Paolo di Torino; sfogliandolo mi accorsi che la sede di Lecce dello stesso istituto era iscritta in bilancio per la modica cifra di ca 11.miliardi e rotti di lire. Rimasi perplesso, non capivo come, secondo le quotazioni dell’epoca, 900 mq di superficie su 2 piani e cantina, all’interno e all’angolo di un orribile palazzo in piazza Mazzini a Lecce potessero valere tanto: fai tu il calcolo. Piu o meno le stesse quotazione di Milano in via Montenapoleone. Volevo capire anche perché se tanto mi dà tanto l’intero patrimonio della più grande banca italiana, ancora Istituto di diritto pubblico, poteva essere enormemente annacquato (è un termine tecnico per indicare una eccessiva valutazione compiuta dolosamente di un bene patrimoniale).
    Cercai e trovai il Bilancio 1997 della Rolo Banca che all’epoca aveva acquistato la nostra Banca Vincenzo Tamborrino. Volevo trovare dei riferimenti oggettivi che potessero essere considerati comparativi. Risultato: valore iscritto in bilancio del famoso e storico palazzo di Lecce: migliaia di metri quadrati su più piani in pieno centro città, un intero isolato, gioiello dell’architettura leccese in stile Liberty, venduto per la misera cifra di 11 miliardi e poco più di lire. Meno di quel garage in piazza Mazzini.
    Dov’è il problema: la legge consentiva delle rivalutazioni patrimoniali, le nostre Banche le hanno sfruttate in maniera corretta e uniforme al mercato. Le banche del Nord invece le hanno sfruttate a prescindere, allontanando pericolosamente il valore reale da quello indicato in bilancio. Lo stesso valore che comunque consentiva il calcolo di quote di ammortamento più alte che riducevano artificiosamente il valore degli utili e quindi davano all’Istituto la possibilità di versare minore imposte all’Erario. Ancora, il totale del valore patrimoniale dell’Istituto San Paolo di Torino, che a questo punto possiamo pensare non corrispondesse a realtà, è stato la leva su cui si sono costruite quelle operazioni finanziarie che, anche con la responsabilità di nostri conterranei, hanno dato il via alla scomparsa obbligata, su indicazione degli ispettori della Banca d’Italia (governatore all’epoca della Banca d’Italia era il “Sig.” Fazio”), del sistema finanziario salentino, poco patrimonializzato si diceva, composto essenzialmente da un elevato numero di banche private.
    E’ solo una questione di parole. Ci hanno fottuto i nostri risparmi che dovevano essere impiegati al nord con parole che hanno pronunciato e non hanno voluto farci capire, se non per dirci che volevano garantire gli stessi risparmi sui quali avevano in programma di mettere le mani.
    Caro Cipputi, tu eri in fabbrica a costruire le tue barricate e loro ti hanno fottuto l’unico sistema, magari da riformare, che avrebbe potuto maggiormente garantirci un futuro.
    Vorrei non poter non essere smentito perché ho descritto fatti solo con parole, se lo ritieni opportuno indicami un indirizzo e-mail, ti allegherò gli estratti dei bilanci citati e ti esorto a continuare nella tua opera con lo stesso stile ed entusiasmo che fin qui hai mantenuto. La cosa più importante, penso, sia far capire, che non c’è libertà senza conoscenza e che l’oppio dei popoli potrebbe anche non essere più solo e soltanto la religione.
    A proposito a Francesco Ria vorrei dire che non si può considerare seria una informazione non libera, soprattutto quando è di parte. Essere di parte vuol dire aver scelto con libertà da che parte stare e questa è una cosa seria, o sbaglio!

    Gius

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  4. Carissimo GIUS, è con particolare piacere che leggo e apprezzo sempre i tuoi dotti interventi e, questa volta, mi hai ulteriormente sorpreso. Ti ho creduto un filosofo, un sociologo, ora scopro la tua competenza in campo economico finanziario, complimenti.
    Non ho nulla da obiettare su quanto qui sostieni, anche perchè in questo settore, pur essendo fondamentale per le ricadute su quasi tutto lo scibile umano, devo confessare che, le mie conoscenze sono scarse, sono elementari. Sono contento infine che trovi l’argomenti che tratto e il modo con cui li espongo giusti e opportuni al fine di smuovere un po’ le acque stagnanti che ci circondano. Non pretendo di più, è proprio questo il massimo che mi proponevo di raggiungere, di realizzare.
    In Quanto alla domanda finale: mi meraviglia che francesco abbia sostenuto da qualche parte cose diverse, cercherò di contattarlo ancora e stimolarlo a intervenire in questo nostro confronto di idee. ciao gaetano

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  5. FRANCESCO RIA 23 gennaio 2011, 9:12

    Ciao Gius,
    confesso che non ho capito il tuo pensiero finale.
    Ma credo dipenda dal fatto che anche di domenica mattina mi fanno svegliare alle 6 per venire al lavoro!
    comunque mi piace ricordare una frase di Enzo Biagi, più grande cronista italiano degli ultimi decenni: “senza un punto di vista non si può fare cronaca”. Ognuno ha il suo ed è giusto che sia così. Quando però si omettono fatti o commenti o notizie solo per tutelare una parte politica o una squadra di calcio o un’azienda, si tratta di propaganda e non più di informazione.

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  6. Ciao Francesco,
    facevo riferimento a quanto ho letto su un altro blog collepassese.
    Le tue risposte, come tu dici, mi sono sembrate, entrambe, piuttosto istintive.
    Non ti sembra scontato che quando si afferma di fare dell’informazione libera, questa deve essere necessariamente seria. Dare un significato alternativo, o l’una o l’altra possibilità, non ti sembra un ossimoro piuttosto pericoloso?
    Parafrafrasando Enzo Biagi potrei dirti: ognuno è libero di avere il suo punto di vista per fare della cronaca seria.
    Se così non fosse sarebbe “malangu” … o gossip come si dice ora.

    P.s. Vero è che ammiro molto il tuo modo di pensare, altrimenti non me ne sarei preoccupato. Dico anche che, sia nell’articolo che nelle risposte del titolare di quel blog,
    non ho letto niente di serio, e tantomeno di libero: solo stupidi e vuoti proclami pre-elettorali.

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