NELSON MANDELA (storia di un uomo libero)

 

STORIA DI UN UOMO LIBERO (Nelson “Madiba” Mandela)

(di Antonio Leo)

Non era certo tipo da sembrare immortale. Per niente. Chi è davvero grande non ha bisogno di mostrare la propria grandezza. Il grande vecchio della libertà, al secolo Nelson Mandela, ha pensato bene di chiudere la porta ed andarsene. Difficile sottrarsi alla sensazione che abbia voluto, con la sua morte, dare un ulteriore significato a quella che è stata la sua vita. Una morte silenziosa che illumina, ancor di più una esistenza in cui, senza alcuna mania di protagonismo ha messo a segno una meta di valore che non è esagerato dire incommensurabile: abbattere una delle più clamorose, grandi ingiustizie del pianeta, l’apartheid, cogliendo sì il momento storico più favorevole, ma centrando l’impresa ancor più grande di tenere assieme bianchi e neri del Sudafrica che avrebbero

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potuto dar vita ad un’altra sanguinosa guerra civile. Non è stato un semplice arbitro, ma un giocatore che finito il match ha imposto il terzo tempo, che ha voluto gli sconfitti partecipi della sua vittoria. E per riuscirci ha usato lui, nero (e per 30anni in carcere) lo sport dei bianchi: il rugby e il calcio. C’è stato un parallelismo fra due uomini bianchi con cui Mandela ha condotto il Sudafrica fuori dall’abominio dell’apartheid: De Clerk, il leader bianco con il quale ha compiuto il cammino di ri-civilizzazione e Pienaar, il capitano degli Springboks con cui si presentò nel ’95 con addosso la maglia di gioco come un qualsiasi tifoso. Quella stretta di mano nel consegnargli la Coppa del mondo di Rugby, vinta dal Sudafrica nel Mondiale organizzato proprio in Sudafrica, fu la vittoria del senso sul non senso, riportata secondo i canoni sportivi, quelli che hanno accompagnato la nascita dell’idea stessa di sport nella civiltà contemporanea. Non mi accanisco su colui che ho battuto, del quale ho fatto esplodere le contraddizioni. Lo coinvolgo, invece, in un progetto nuovo in un Paese difficile, in un mondo difficile. Così Mandela è diventato, suo malgrado un’icona. Ma piena di sostanza. Idolo per generazioni di sportivi (Gullit gli dedicò il pallone d’oro dell’89) e musicisti (Peter Gabriel gli dedicò un’intera tournée).

Una corsa, quella di questo uomo libero in un Paese dove il regime l’avrebbe voluto schiavo, che ben spiega come tutti, ancora oggi, siano innamorati di lui, affabulati da una vita dove c’è tutto, persino il lieto fine (raro) della politica, la vittoria sulla segregazione, la vittoria nello sport e l’elezione a Presidente. Insomma un lieto che invece non è toccato neppure ad uno che si credeva chissà chi come Napoleone Bonaparte.

Un invincibile, appunto, “Madiba” che negli ultimi anni ha conosciuto solo la sconfitta dell’essere umano e quindi ha rivelato al mondo l’aspetto estremamente mortale. Come tutti. Nelson Mandela era il “Madiba”. Colui che non si è fermato mai, neppure davanti alla galera più dura, contando sulla forza delle proprie convinzioni. Mandela si è liberato delle sue paure e la sua presenza automaticamente ha liberato gli altri. Anche così si costruì quel mito. La storia e gli uomini liberi non lo dimenticheranno mai!

ANTONIO LEO

Roma, 9/12/2013

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