MANCO’ LA FORTUNA NON IL VALORE

MANCO’ LA FORTUNA NON IL VALORE

images

-          CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO

-          Di Antonio Leo

La tragedia di oltre 230 mila italiani durante la seconda guerra mondiale. Privi di armi moderne e di equipaggiamento adatto, quei ragazzi combatterono con grande valore e dignità. Poi dovettero soccombere alla forza d’urto dell’esercito sovietico. E cominciò il martirio della ritirata….Orde di sovietici si riversarono con incredibile violenza contro il fronte nemico che disordinatamente tentava di uscire da quell’inferno. Ma più i nostri arrancavano tra la neve e il ghiaccio in una ritirata che non sembrava non avere mai fine, più si sfinivano nel fisico e nel morale e agli incalzanti assalti russi, nulla potevano più opporre se non la fuga disperata. Il 2° corpo d’armata era completamente annientato e altre divisioni arretrando precipitosamente riuscirono a creare una linea di alcuni chilometri più a sud. Gli obiettivi dei russi erano il bacino industriale del Donetz e l’accerchiamento delle truppe italo-tedesche sul fiume Don(il tragico Don degli italiani…) che supportavano l’8° armata che assediava Stalingrado.

La maggioranza dei fanti della divisione Cosseria e della Ravenna e più ancora quelli della Vicenza ai quali erano stati assegnati in linea di principio compiti di retrovia, facevano pena purtroppo a vederli. Avevano infatti scarponcelli nostrani di tipo leggero, molti avevano in testa dei semplici passamontagna di maglia di lana autarchica, ossia indumenti atti a proteggere dal freddo dell’inverno italiano, non certo quello russo con 40° gradi sotto zero. Sul fronte del Don avvenne lo sfondamento definitivo e anche il corpo d’Armata Alpino, ultimo baluardo italiano, si arrese e si sfasciò. Ma dovette aspettare a lungo, fermo nella sua posizione, perché l’ordine di ripiegamento tardava ad arrivare. E’ evidente e palese che gli alti comandi tedeschi pensarono di rastrellare e di intralciare l’avanzata dei bolschevichi lasciandosi alle spalle, indietro di giornate di marcia le divisioni italiane. Dunque è sicuro che questi alleati scomodi germanici, quando ordinarono agli alpini di iniziare la ritirata, non poterono non essere consapevoli di emanare una sentenza di morte contro le decine di migliaia di uomini che costituirono il meglio dello C.S.I.R ( Corpo di spedizione italiano in Russia) prima e dell’’A.R.M.I.R  (Armata Italiana in Russia) dopo. Gli Ungheresi e i Rumeni invece inseguiti dai cosacchi del Don infischiandosene degli ordini se la davano a gambe.

In piena ritirata a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia per lo sfondamento dell’ultimo sbarramento dei bolschevichi russi. Il ruolo maggiore lo svolsero gli alpini della Tridentina con gli aiuti della divisione alpina Julia con i fanti della Cunese e gli artiglieri della Val Pusteria. Isba per isba si riuscì a penetrare attraverso le difese  sovietiche dei russi, dopodiché fu un’unica tirata verso la libertà. L’andare della colonna italiana verso la salvezza sembrava un fiume, un fiume del quale ciascun soldato italiano era un inconscia goccia o onda.

Dei 230 mila uomini inviati in Russia, 30 mila furono rimpatriati perché feriti o congelati, i superstiti furono 115 mila. Mancarono all’appello 85 mila uomini di cui 10 mila furono restituiti dall’U.R.S.S.. Il totale effettivo delle perdite ammontò a 75 mila uomini. R.I.P.

P.S. Per la cronaca a Isbuscenskij presso un’ ansa del fiume Don sul fronte orientale russo, il 24 Agosto 1942 ci fu l’ultima carica di cavalleria della storia degli eserciti effettuata con i cavalli. Essa fu condotta da unità dell’allora Regio Esercito e  vide protagonista il Reggimento “ Savoia Cavalleria”. L’azione coraggiosa quanto audace, aveva contribuito all’allentamento della pressione dell’offensiva russa ed aveva consentito il riordino delle postazioni italiane. Onore a loro.

 

EL ALAMEIN-LA LINEA DEL FUOCO

images (2)

 

Sono gli eroi leggendari di El Alamein, sono quelli della Folgore, la brigata paracadutisti dell’esercito italiano. I ragazzi della Folgore, distintisi negli anni recenti in tutte le operazioni militari di pace, in particolare in Somalia(Mogadiscio)  nel 93, saranno sempre quelli di El Alamein. A El Alamein(le due bandiere) l’allora divisione Folgore, oggi Brigata, resistette con grande valore all’attacco numericamente soverchiante dell’Esercito di sua maestà britannica(la perfida Albione). In ottemperanza agli ordini ricevuti la divisione paracadutisti Folgore, che in Africa fu usata prevalentemente come divisione di fanteria, iniziò la ritirata e dopo 2 giorni di marcia nel deserto, ciò che restava della divisione si arrese, ma senza mostrare bandiera bianca e senza alzare le mani agli inglesi. Il coraggio e lo spirito combattivo della divisione suscitò il rispetto e l’ammirazione degli stessi avversari, tanto che ottennero dai britannici l’onore delle armi.

“Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni della Folgore”. Con queste parole pronunciate alla camera dei comuni di Londra, Winston Churchill rese onore all’eroico sacrificio dei soldati italiani a El Alamein, in quelle drammatiche giornate che infiammarono le sabbie del deserto con il riverbero di una lotta disperata e leggendaria. Da questo momento la Folgore passerà alla storia come la divisione più leggendaria di tutti i tempi. “I resti della divisione italiana Folgore del Regio Esercito(oggi Esercito Italiano) hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane e al di là di ogni possibile speranza”. “Gli ultimi superstiti della folgore sono stati raccolti esamini nel deserto”. “La Folgore è caduta con le armi in pugno”, riecheggia la radio BBC da Londra. L’onore delle armi del nemico, la testimonianza più autentica, l’unica che in fondo valeva davvero qualcosa.

Mai i simboli e l’epopea della Folgore restano indissolubilmente legati alle vicende di El Alamein, tra il Luglio e il Novembre del 42. I ragazzi della Folgore infatti vivono in buca. La bella uniforme perde ogni suo colore, crescono le barbe. La depressione di El Quattara è una fossa torrida sita a 50 metri sotto il livello del mare. Non vi è un folgorino che non è febbricitante, ma nessuno brontola. Trascorrono le giornate nel fondo di una buca, stretta come il fosso di una bara, la sete è una brutta bestia. I barbuti ragazzi della Folgore si assottigliano, i battaglioni diventano compagni, poi plotoni, poi squadre. All’alba del 23 Ottobre 42 inizia la battaglia di El Alamein in cui i soldati italiani scrissero una delle più belle pagine della guerra africana. La lotta proseguì violenta per due giornate, ad un certo punto i parà italiani si trovarono privi di munizioni. Al grido di Viva l’Italia e la Folgore muore, ma non si arrende, scattarono come molle dalle loro buche e, usando delle bottiglie Molotov combatterono in un impari corpo a corpo col nemico, facendo saltare in aria quasi tutti i carri armati inglesi, i pezzi di artiglieria semovente campale e gli obici da campo della fanteria corazzata inglese . La lotta si svolse ad alterne vicende, La Folgore è isolata nel deserto ed accerchiata dal nemico,la differenza e la disparità di uomini e di 6500 parà italiani  contro 55mila soldati  inglesi( I Topi del deserto del generale Montgomery) la sua sorte è segnata. Da questo momento le vicende della Folgore cessano di essere storia e diventano leggenda. “ La resistenza opposta dalla divisione italiana paracadutisti Folgore è invero mirabile, dissero gli inglesi”. Dei 6450 ne restarono solo 340, inclusi ufficiali, ma nessuno ha mai alzato bandiera bianca. Dopo questa, la campagna d’Africa, alla Folgore venne conferita la medaglia d’oro al valore militare.

Nel corso dei decenni, con il venir meno dei pregiudizi ideologici e di interpretazioni storico riduttive, la battaglia di El Alamein, per lungo tempo ufficialmente dimenticata, ha guadagnato lo spazio che ne compete nell’attenzione degli storici e nel rispetto delle autorità nazionali di destra e di sinistra. La battaglia di EL Alamein rimane uno degli esempi più significativi di coraggio ed abnegazione nella storia delle nostre truppe. A Quota 33 esiste un monumento, per la verità un sacrario militare, eretto per merito dell’ingegner Paolo Caccia Dominioni reduce di El Alamein e della guerra d’Africa dove sono custodite le spoglie di migliaia di soldati italiani, tra cui tantissimi ignoti. Li c’è la meglio gioventù d’Italia. Mancò la fortuna non il valore. Oltre alla Folgore, si sacrificarono ad El Alamein le Divisioni Bologna, Brescia, Trento e Trieste del nostro Esercito ed in particolare la divisione corazzata carristi dell’Ariete che si immolò letteralmente contro i carri armati (tanks) inglesi con corazze nettamente superiori alle nostre. I nostri carri armati, denominati “scatole di sardina” per la corazzatura non molto spessa, saltarono in aria uno ad uno sino all’ultimo carro impedendo al soverchiante nemico di oltrepassare la linea del fronte di El Alamein. Ma alla fine tutto fu vano.

A circa 70 anni di distanza, El Alamein è il valore del soldato italiano testimoniato dagli stessi avversari di allora, diventa simbolo della ritrovata unità del popolo italiano attorno ai valori forti, riconosciuti e condivisi, un’occasione per ricostruire una memoria nazionale da confrontare con quella di tutti i popoli protagonisti di quelle pagine di storia che furono la seconda guerra mondiale.

P.S. Fra sabbie non più deserte son di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore-Divisione Folgore Legione d’anime a presidio del deserto. El Alamein 1942.

ANTONIO LEO

Collepasso, 4 novembre 2014.

+++++

clip_image0033

Carissimo Antonio, noto con disappunto che la tua giovanile ubriacatura assorbita nella folgore tanti anni fa, non ti abbandona per niente e mi costringi a ricordarti alcuni princìpi umani ai quali ogni buon uomo dovrebbe sempre fare riferimento, soprattutto a fattacci di guerre, anche perché, ancora oggi, siamo circondati da questa follia umana. Insomma, i mostri sono ancora oggi in agguato, perciò scherzare, elogiare valori e coraggio in queste imprese che non hanno certo dato lustro e decora alla nostra storia patria, la trovo fuori luogo e tanto anacronistico, oltre che immorale. Inoltre non trovo niente di cui biasimare la sconfitta che l’esercito italiano subì da parte degli alleati anglo-americani, ce la meritavamo tutta. Quindi vantarne le gesta e/o il coraggio di quelle imprese è da sconsiderati.

Da quanto ci è dato sapere, si è sempre giustificato, anzi esaltato il sacrificio di vite umane nella difesa del proprio suolo e a difesa dei propri valori in cui un popolo si identifica. Mentre una guerra di aggressione è sempre stata denigrata. E la seconda guerra mondiale, ancor più che la prima, è da considerarsi guerra di aggressione demenziale. Ciò non significa che coloro che hanno combattuto quella guerra devono necessariamente passare per fascisti aggressivi, so bene che quasi la totalità erano costretti a sparare e uccidere per non farsi uccidere. Non partire in guerra, voluta da quel bandito internazionale di Mussolini, significava, nelle migliori delle ipotesi, finire in galera e sputtanati come vili e traditori. Però, ci sono stati eccome, quelli che si son dati alla macchia o sono fuggiti all’estero, certi che combattere contro altri popoli al fine di sottometterli era cosa ripugnante per i più accorti e informati. Ecco, a questi va tutta la mia stima umana, mentre per coloro che sono partiti e hanno imbracciato un’arma contro un altro popolo, a questi riservo solo la mia umana comprensione: non sapevano, né potevano far altro. Quindi vanno considerati come vittime di un regime disonesto, violento e disumano. Poi, siccome tutti hanno bisogno di un esercito e di tanti ingenui per fare eventuali altre guerre, si piazzano targhe e monumenti, seguiti dalle immancabili medaglie al valor militare. Io credo che se quei caduti avessero la possibilità di farsi sentire, sicuramente manderebbero, urlando, a quel paese, non solo coloro che li hanno mandati in guerra ma anche quelli che gli innalzano dei monumenti alla memoria. “Oggi l’idea della Patria non esiste più,  quei ragazzi avevano creduto nell’amor di Patria, ma era una grande bugia, una grande truffa: sono stati sacrificati per volere dei potenti. Allora come oggi  i conflitti nascono per il potere e la ricchezza dei pochi. I nemici non sono nella trincea di fronte,  sono quelli che hanno mandato soldati ad uccidere uomini come loro”. Quanto virgolettato sono parole di Ermanno Olmi, un intellettuale a tutto tondo, non si tratta dunque di un disfattista anarchico. Quindi, nei confronti delle vittime delle guerre, dovrebbero, i poteri costituiti, chiedere scusa altro che innalzare monumenti, suonare inni patrioti, far garrire bandiere nazionali. Per favore basta ipocrisia, smettetela, chiedete scusa, invece, ai caduti e alle loro famiglie!

Eh sì caro Antonio, c’è un abisso tra le mie e le tue convinzioni.

F.to pagliatano

*****

Caro Gaetano, io ti capisco e ti comprendo, ma tu vieni da una generazione e da una storia ben diverse dalla mia, una storia ormai passata, finita, come la mia d’altronde, anche se non vuoi ammetterlo. Una storia, che ormai solo a pensarci sembra passata da un secolo e invece sono passati neanche vent’anni. Una storia di cui sotto ti narro un po’ brevemente, anche se noto, che essere stato un ufficiale italiano e un militante di quel partito lì, è per te un onta incancellabile, che comunque, avevi già espresso nell’articolo “Tradizione AUC”:

SIAMO CHI SIAMO                                                                                                                                                                                                                                                                                          di Antonio Leo

E’ la storia di una generazione che è cresciuta nel fuoco degli anni più difficili, quando si faceva politica veramente, è la storia di un mondo, delle sue passioni, delle sue contraddizioni. Era l’epoca di Tangentopoli e, noi giovani fieri e orgogliosi di appartenere ad una formazione politica ”allora” incontaminata, ma fino a quei tempi discriminata, di cui non è necessario fare il nome, indossavamo a Roma, passando felici sotto Montecitorio(Palazzo Chigi), la maglietta con scritto: “arrendetevi siete circondati”. Noi giovani allora neanche ventenni dal sorriso un po’ incosciente. Giovani con lo sguardo ardente dell’età più felice, ragazzi con il sacro fuoco dentro  e il futuro davanti agli occhi, pronti per servire la patria, con l’aspirazione di farlo magari nei parà della Folgore(quelli di El Alamein) dove si mormorava  ci fossero il 100% di veri italiani e lo 0% di simpatizzanti della tua parte. Giovani di vent’anni fa che speravano in un mondo diverso, che si battevano per i propri valori e ideali, che cantavano la vita e che poi avrebbero visto la morte da vicino(Somalia 93). Responsabilità troppo grandi per spalle allora così piccole, dolori troppo atroci per cuori così puri e impavidi, ed oggi a distanza di 20 anni la delusione troppo amara di fronte a ciò che è stato di quei sogni e di quelle lotte. Prima infatti erano gli anni della politica come missione e passione, della volontà che vince sul fuoco, del sangue contro l’oro, dell’amicizia fraterna, delle lotte in strada, delle battutacce con relativi pugni chiusi e saluti romani che ci scambiavamo con i compagni di sinistra di Collepasso (tra cui tuo figlio Ivan) e che finivano quasi sempre con una risata incollando insieme i manifesti oppure dietro a una birra (pure a casa tua) o insieme ai concerti rock. E poi a scuola con la classica goliardia di fine anni 80 inizio 90, eh la scuola la scuola…gli amici, i libri, i professori democristiani o il preside(maoista) dello scientifico Vanini  di Casarano fervente  comunista come te e noi rappresentanti di classe e anche di istituto(io entrambe le cose) dichiaratamente della parte opposta… con il rischio del 7 in condotta, il rischio dunque di saltare l’esame di quinto anno, e il rischio ancora più grande che se questo fosse successo, nonostante una media notevole nelle altre materie, mio padre mi avrebbe sicuramente tagliato i viveri e cacciato di casa. Ci andai vicino. Comunque, anche il preside era un padre di famiglia è, capito l’ardore e la spregiudicatezza dell’età, lascio perdere gli infausti propositi. Ma noi, porca “boia”, non “mollavamo” di un millimetro, e a ripensarci ora, capisco veramente quanto eravamo stronzi e penso; ma chi ce l’ho faceva fare?!? I compagni inoltre, nei corridoi  erano sempre più numerosi dei camerati e si finiva quasi sempre in una bonaria caciara. Amicizie, persone con le quali si è cresciuti insieme e con le quali si è condiviso tutto per 5 anni e, con le quali non ci si vede da più di vent’anni. Condivisioni di idee, di pensiero e di aspettative. Quel sorriso ingenuo e vivo della gioventù, senza malizia, senza ipocrisia, senza secondi fini. Ah Fini Fini… il nostro presidente di quegli anni e anche di quelli successivi. Dove sei? Che fine hai fatto, caro Gianfranco? Fini-to…come tutti noi del resto e tutti voi…!! Con Bertinotti che è scomparso dalla scena politica come e più di Gianfranco Fini(la classica fine di tutti gli ultimi presidenti della camera). Anche se a voi resta l’ultimo appiglio di Tsipras e a noi un po’ quello Meloniano. Ma chi se ne frega oramai… E ancora, i Ray Ban alla Rommel delle truppe corazzate(carristi). Gli anfibi da lancio militari, i capelli allora lunghi, il chiodo dei metallari o il giubbotto mimetico, i pantaloni jeans rockettari super schiariti e strappati.  E ancora  sogni, speranza, ardimenti, rabbia, dolore, passione, il mito della volpe del deserto ad  El Alamein, e dell’Italia di Bearzot Campione del Mondo nel 82 in Spagna. Noi giovani forse allora cresciuti troppo in fretta, ma ancora oggi con la sindrome evidente di Peter Pan.

Quanta storia c’è in tutto questo? Un tuffo nel passato e nella storia di una comunità militante (ei fu…) allora sana che voleva cambiare il mondo, sperando che non fosse il mondo(di Arcore) a cambiarla, come poi ammalandosi di berlusconite, in effetti è avvenuto…!! AMEN

P.S. Maliteu Gaetaninu, alla fine mi hai fatto parlare del più e del meno, di tutto e del contrario di tutto e mi hai fatto spaziare con la mente, ritornando indietro nel tempo e negli anni, quando il mio unico intento e obiettivo era solo quello di rendere omaggio e onore ai tanti caduti italiani di tutte le guerre, dato che siamo in prossimità della fatidica data del 4 Novembre(Festa delle Forze Armate).

(Antonio Leo)

 

 

 

 

  1. Quanta confusione terminologica!
    “Difese sovietiche dei russi, sbarramento dei bolscevichi russi”, quando nella realtà, pur guidato da commissari politici, era un popolo intero che si difendeva dall’invasione nazifascista (e, quindi, pure politica, in quanto dichiaratamente anticomunista).
    E poi definire “orde”, ancora di sovietici, i manipoli organizzatissimi e motivatissimi di guerriglia, è proprio il colmo, oltretutto dal punto di vista lessicale.
    Caso mai erano orde, in questo caso confuse e disperate, le truppe dell’ARMIR in rotta, gettate allo sbaraglio del tutto improvvide, come del resto ammetti.
    Per fortuna, sarà in quelle nevi che nascerà e germoglierà di lì a poco la coscienza antifascista e il fiore della Resistenza.
    O no?

    Reply
  2. Fame e macerie sotto i mortai
    Come l’acciaio resiste la citta’
    Strade di Stalingrado, di sangue siete lastricate;
    ride una donna di granito su mille barricate.
    Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
    D’ora in poi trovera’ Stalingrado in ogni citta’.

    L’orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffe’,
    l’inverno mette il gelo nelle ossa,
    ma dentro le prigioni l’aria brucia come se
    cantasse il coro dell’Armata Rossa.

    La radio al buio e sette operai,
    sette bicchieri che brindano a Lenin
    e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile,
    vola un berretto, un uomo ride e prepara il suo fucile.
    Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
    D’ora in poi trovera’ Stalingrado in ogni citta’

    Reply
  3. Il cinque di marzo del quarantatre nel fango le armate del duce e del re gli alpini che muoiono traditi lungo il Don. Cento operai in ogni officina aspettano il suono della sirena rimbomba la fabbrica di macchine e motori più forte è il silenzio di mille lavoratori. E poi quando è l’ora depongono gli arnesi comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi. E corre qua e la un ragazzo a der la voce si ferma un’altra fabbrica altre braccia vanno [in croce. E squillano ostinati i telefoni in questura un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura. Grandi promesse la patria e l’impero sempre più donne vestite di nero allarmi che suonano in macerie le città . Il dieci marzo il giornale è a Milano rilancia l’appello il PCI clandestino gli sbirri controllano fan finta di sapere si accende la boria delle camicie nere Ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori perchè scendono in sciopero centomila lavoratori Arriva una squadraccia armata di bastone fa dietro-front subito sotto i colpi del mattone e come a Stalingrado i nazisti son crollati alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

    Reply
  4. Una trentina di parà che cantano un inno fascista, “Se non ci conoscete”, molto gettonato anche dagli ultrà della Lazio. Lo fanno in circolo, dentro al piazzale della caserma Bandini di Siena, in un momento di relax, sicuramente fuori dall’orario di servizio. Una bravata finita male, perchè sull’episodio – filmato e pubblicato su You Tube – lo Stato Maggiore dell’Esercito ha aperto un’inchiesta, i cui risultati saranno poi passati alla Procura militare o civile (a secondo di quello che emergerà).

    Tra i protagonisti del coro, come si vede dal filmato ripreso con uno smartphone, c’è un anziano col basco amaranto e la divisa bianca. L’uomo è sempre ripreso di spalle ma si tratta di Santo Pelliccia, classe 1923, reduce della battaglia di El Alamein, dove morirono nell’ottobre del ’42 quattromila soldati della Folgore. La sua presenza, insieme a quella di altri personaggi in abiti civili, lascia pensare che l’episodio sia accaduto in un’occasione particolare, probabilmente durante un raduno di ex paracadutisti.

    Lo confermano tra l’altro le immagini del video, in cui quasi nessuno di coloro che indossano la mimetica ha il basco calzato e nessuno di quelli inquadrati porta lo scudetto del reparto di appartenenza sulla spalla destra. Insomma non solo il veterano Pelliccia potrebbe essere un ex, ma anche altri dei partecipanti al coro. Per individuare i protagonisti è stata immediatamente aperta un’indagine interna della forza armata.

    Dalla sede del comando di brigata di Livorno arriva una condanna durissima verso l’episodio: “Un gesto stupido, che ci amareggia e ci mortifica, dando vita ad un’immagine che non ci appartiene e che col lavoro serio che portiamo avanti tutti i giorni, in Italia e all’estero, pensavamo cancellata – è il commento ufficiale affidato al maggiore Marco Amoriello, capo ufficio stampa della Folgore -. I primi ad essere danneggiati siamo noi, semplicemente perché non siamo quelli rappresentati in quel video. E’ in corso un’indagine interna per individuare i responsabili e capire se tra questi ci sono eventualmente appartenenti alla forza armata. Se ci fossero saranno presi i provvedimenti del caso”.

    Reply
  5. mille papeveri rossi 10 novembre 2014, 8:53

    Ma di grazia che ci facevano gli italiani sul Don e ad El alamein?

    Reply
  6. Facevano come Fabrizio Quattrocchi : “Vi faccio vedere come muore un italiano” !!

    Reply
  7. Caro Antonio, non insistere, se no da una contraddizione ti infili in un’altra. Infatti il Quattrocchi, dal mio punto di vista, ha fatto la figuraccia dell’idiota, altro che italiano. E’ andato in zona di guerra non certo per interessi patriottici, ma più semplicemente per fare incetta di dollari e ha fatto la fine che meritava. In quanto al fatto che tu faresti “come Quattrocchi”, no, non ci credo, non sei nè stupido nè tanto meno a caccia di sporchi dollari come era lui, sei, secondo me, solo tanto nostalgico. Ma occhio Antò, la nostalgia quasi sempre ti porta fuori dalla realtà e si finisce con il combinare casini e fare, in ultima analisi, la figura dell’utile idiota. occhio Antonio, ca nu si fessa!.

    Reply
  8. Caro Gaetano, non voglio essere essere frainteso, so benissimo, che come diceva Rousseau: “la Patria non può sussistere senza libertà, ne la libertà senza virtù, ne la virtù senza i cittadini”. Penso però, che l’educazione al patriottismo costituzionale, inteso come moderno amor di patria, è uno degli strumenti privilegiati per promuovere un sentimento di unità di un Paese al passo coi tempi. La coesione di una Nazione infatti, trova il suo fondamento nella solidità del patto di cittadinanza e nei valori costituzionali che fondano l’etica civile dei suoi cittadini! P.S. Quale nostalgia?? Nostalgia dell’avvenire…!!

    Reply

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *