MAFALDA DI SAVOIA & GIORGIO PERLASCA

MAFALDA DI SAVOIA & GIORGIO PERLASCA

 

 

-      DALLA REGGIA AL LAGER (Facile essere una principessa…)

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Weimar: 29 Agosto 44, nel cimitero militare delle SS, non lontana dal campo di sterminio nazista di Buchenvald, una donna viene seppellita. Sulla sua tomba depongono un cartello con una laconica iscrizione: N. 262 Sconosciuta. Chi era questa sfortunata vittima del nazismo? Per quale delitto la privarono non solo della vita, ma anche del nome di battesimo? E perché, anche se sconosciuta, fu seppellita in un cimitero tedesco?

E da qui che inizia la drammatica vicenda della gentile principessa dagli occhi neri; Mafalda di Savoia figlia del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Dai fasti della regalità al tragico epilogo, dalla regia alla morsa della furia tedesca nel lager di Buchenvald.

Mafalda di Savoia è una di quelle figure tragiche e commoventi che sembrano quasi uscire da un romanzo, uno di quei pochi casi in cui la realtà supera la fantasia. Si rimane colpiti da questa donna semplice nel senso migliore del termine, brillante, in apparenza timida. ma piena di coraggio. Mafalda si considerava soprattutto madre e moglie. Di fronte alla solitudine e al dolore che visse nell’ultimo anno di vita, da prigioniera dei tedeschi, essa dimostro dignità e sollecitudine verso il prossimo. Per tutta la vita cercò di aiutare gli altri, che si trattasse dei suoi parenti, di persone indigenti, dei soldati feriti al fronte e soprattutto dei suoi compagni di sventura a Buchenvald. Tutti i testimoni, anche vari prigionieri dei lager, italiani e non, descrivono la principessa, innanzitutto come una brava persona di animo magnanimo. Ebbe solo la sfortuna di essere travolta da eventi più grandi di lei, e forse per troppa fiducia nel prossimo e nei suoi familiari, non si salvò. Mafalda infatti, resterà vittima di un bombardamento aereo americano. Essa  si era rifugiata in un fossato con alcuni compagni di prigionia, ma fu gravemente ferita da una pioggia di schegge. Avrebbe dovuto essere operata d’urgenza, non fu possibile date le condizioni disastrate dell’infermeria del lager e dunque morì dopo inaudite sofferenze dovute alla cancrena.

La Principessa non pensava affatto alla politica, ai tradimenti, ai partiti, alle dittature e quant’altro, pensava soprattutto a salvare la sua famiglia. Questo è l’aspetto “del caso Mafalda” più toccante, più eroico, più femminile, più mirabile. Essa rinuncia a porsi in salvo per essere vicina al marito tedesco principe d’Assia, sposato per amore  e ai figli. Quindi questa famiglia è anche tedesca, ma che importa? Non tutti i Tedeschi sono animali, molti di loro anche allora erano persone perbene, esseri umani come noi  e meritavano di essere amati e di amare come si sono amati Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia insieme ai lori figli. Oggi che siamo in Europa, oggi che non c’è più un mostro come Hitler, siamo sinceramente in grado di comprendere maggiormente l’assurdità di certi steccati e di certi pregiudizi.

Mafalda di Savoia fu quindi  una donna italiana, ma anche tedesca, soprattutto una donna lontana dall’odio e dagli intrighi della politica e tuttavia anche se principessa, consapevole di essere come tutti  gli altri, in particolare lì nell’inferno di Buchenvald.

Sette Italiani come lei, rinchiusi nei lager tedeschi con lei, non appena liberi seppero trovare tra mille la sua tomba anonima, la tomba della “donna sconosciuta” n. 262, e si tassarono per apporvi la lapide che la identificava. Era la tomba di quella che un tempo fu anche la loro principessa e vollero che si sapesse. Vollero onorare in lei tutte le donne d’Europa e del mondo dell’Italia e della Germania, del popolo come dell’aristocrazia che nel mezzo della bufera e della guerra avevano saputo vivere, amare e morire!

 

-        Giorgio-Perlasca

-         IL SILENZIO DEL GIUSTO (La banalità del bene).

Se non fosse stato per alcune donne ebree ungheresi da lui salvate in quel terribile inverno di Budapest, la sua storia sarebbe andata dispersa. Queste donne, sul finire degli anni 80 misero sul giornale dalla comunità ebraica ungherese un avviso di ricerca di un diplomatico apparentemente spagnolo, Jorge Perlasca, che aveva salvato loro e tanti altri corregionali durante quei mesi terribili della persecuzione nazista a Budapest , e alla fine della ricerca ritrovarono un italiano di nome Giorgio Perlasca. Quella di Giorgio è la straordinaria vicenda di un uomo che, pressoché da solo, nell’inverno 44-45 a Budapest e dintorni riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo, quello di console spagnolo, lui che non era ne diplomatico, ne spagnolo. Il sistema ideato era quello di fornire carte di protezione che ponevano gli ebrei sotto la tutela dei vari stati neutrali e creare delle case protette ossia dei palazzi nei quali vigesse l’extraterritorialità. Perlasca agì garantendo la sicurezza di questi israeliti arrivando al punto di sottrarre sui binari della stazione ferroviaria le vittime del viaggio verso la morte. I diplomatici ungheresi probabilmente intuirono  che qualcosa non funzionava nel ruolo impersonato da Perlasca, ma non avevano interesse a guastare i rapporti con la Spagna, la guerra era perduta e la Spagna, paese non belligerante, poteva rappresentare un utile rifugio. Così Giorgio continuò a rischio della propria vita l’operazione di salvataggio proprio nel momento peggiore, con i sovietici alle porte ed i nazisti intenti a massacrare gli ebrei per le strade della capitale d’Ungheria. In quei giorni tremendi Giorgio Perlasca salvò la vita di migliaia di ebrei.

Tornato in Italia dopo la guerra la sua storia non la raccontò a nessuno, nemmeno in famiglia, semplicemente perché riteneva d’aver fatto il proprio dovere, nulla di più e nulla di meno. La sua vicenda infatti non ebbe alcuna attenzione perché Perlasca non l’aveva portata a conoscenza di politici e giornalisti: nel 1987, come detto prima, alcuni ebrei ungheresi(donne)  residenti in Israele ritrovarono Giorgio e tutta la vicenda acquistò notorietà. Da allora l’eroismo di Perlasca divenne pubblico diventando quasi un paradigma dell’operato dei giusti di ogni nazione. Il destino decise che la sua storia venisse conosciuta e a suo ricordo è piantato un albero sulle colline che circondano il museo dello Yad Vascem. Il suo nome si trova a Gerusalemme tra i giusti del mondo: La vicenda di Giorgio Perlasca mostra come per ogni individuo è sempre possibile fare delle scelte alternative anche nelle  situazioni peggiori, in cui l’assassinio è legge di stato e il genocidio, parte di un progetto politico.

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto rispondeva semplicemente : “….ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?….”  Giorgio Perlasca, un uomo giusto tra i giusti, era un italiano ed è morto a Padova dove risiedeva, il 15 Agosto del 1992.

P.S. “….e poi la radio, il telegiornale, le bombe a mano, niente da fare….” (da X Forza e X Amore 1993).

F.to  ANTONIO LEO

Collepasso, 19/1/2015

  1. 27 gennaio 1945. Sono più o meno le tre del pomeriggio quando la Prima Armata del Fronte Ucraino comandata dal maresciallo sovietico Koniev apre le porte di Auschwitz. Ad accoglierlo una scritta, passata infaustamente alla storia, “Arbeit macht frei”. “Il lavoro rende liberi”. 27 gennaio 1945. Sono più o meno le tre del pomeriggio quando tutto il mondo, racchiuso negli occhi di un semplice maresciallo sovietico, vede per la prima volta che forma ha l’inferno. Da dieci anni il 27 gennaio è internazionalmente considerato La Giornata della Memoria.
    Memoria delle vittime della shoah (che in ebraico significa catastrofe, quella naturale, quella immotivata, quella che ti fa dubitare dell’esistenza di Dio); memoria dell’orrore nazista ma anche, e soprattutto, memoria del fatto che l’uomo può arrivare a negare sé stesso, la sua stessa umanità e trasformarsi in una creatura di puro odio.

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