L’URLO DEL CAMPIONE

 

30 anni fa

L’URLO DEL CAMPIONE

Ci sono vittorie che non affievoliscono nel ricordo. Sono i successi che segnano un punto di svolta, un riscatto, lasciano un’impronta. L’urlo incontenibile di Marco Tardelli nel 82, la mano di Dio di Maradona nel 86, la lacrime di Baresi e Baggio nel 94, l’incedere da zombie di Ronaldo nel 98, il golden gol coreano nel 2002, la testata di Zidane a Materazzi nel 2006, la figuraccia in Sud Africa 4  anni fa e quella in Brasile con relativo morso di Suarez in versione Annibal Lecter oggi. La storia dei mondiali di calcio è legata indissolubilmente alle nostre vite. Amori, amici, scuola, commilitoni, università, lavoro, colleghi, famiglia, salute, viaggi, matrimoni, compleanni. Per ogni ricordo una partita. Per ogni partita un ricordo.

Quell’urlo invece è storia di tanto tempo fa. Un’altra epoca, il telefonino non esisteva, internet neanche, la globalizzazione era un discorso per manager, esisteva ancora la cortina di ferro e in Italia dominava il Pentapartito. Eravamo usciti dagli anni di piombo ma non ce la passavamo bene, comunque meglio di oggi. Poi arrivò quella sera di Luglio. Come spesso ci capita eccetto quest’anno, sembravamo un ranocchio e diventammo un principe, se ne accorse anche forse il miglior Brasile di tutti i tempi, sicuramente quello più amato dalla torcida brasileira, più di quel campione del mondo di Mexico 70 con Pelè, era la Selecao di Socrates, Falcao, Cerezo, Junior, Zico, Eder,  la squadra più forte che mi è capitato di veder giocare e che fu travolta dal ciclone Paolo Rossi al secolo Pablito. Quel pomeriggio caldo del 5 Luglio 1982 me lo ricorderò per sempre. La partita incominciò alle 17 pomeridiane con la temperatura a 38 gradi e il mitico Estadio de Sarrià, lo stadio dei trionfi azzurri, dove avevamo già battuto l’Argentina campione del mondo di Maradona, divenuto un catino o meglio una canicola. Anche quei festeggiamenti non li scorderò mai.

Sarà che avevo 9 anni, sarà che avevo voglia di diventare grande, sarà che per me il calcio è un fenomeno sociologico, sarà che boh…

Ho avuto la fortuna di veder vincere un altro Mondiale, ma non dimenticherò mai “L’URLO DI TARDELLI”. Fu un urlo che fece uscire l’Italia dagli anni più brutti della nostra storia, che sembra incredibile quelli di oggi sono quasi peggio di quelli di allora.

Oggi l’Italia è stata eliminata perché ha trovato un mezzo arbitro, perché ha giocato una brutta gara, e perché in un appuntamento che sapevamo durissimo è stata anche sfortunata. Vittorie e sconfitte nel calcio si decidono per un soffio o per episodi, per una palla che rotola dentro, che esce per qualche millimetro o per un’espulsione ingiusta. E comunque, non è mai solo colpa  di una persona, tantomeno di Balotelli…

Ecco, adesso servirebbe quell’urlo. Per ricordare che non è mai finita, che non si è mai battuti in partenza, che tutto può sempre cambiare: una cosa sportiva come una partita di pallone, o una cosa importante come la nostra vita.

Sarebbe bello se ci fossero 60 milioni di Tardelli in questi giorni.

F.to ANTONIO LEO

Collepasso, 27/6/2014

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