L'opinionista

L’opinionista

Chi sa fa, chi non sa insegna, chi non sa nemmeno insegnare fa l’opinionista.

Quella dell’opinionista è un attività tipica di chi non riuscendo a fare nulla nella propria vita mette bocca su tutto ciò che lo circonda e comincia a parlare senza  riuscire mai a capire che cosa sta dicendo.

Gli opinionisti sono nati grazie alla televisione e ora, grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa, si sono diffusi a tutti i livelli.

Attenzione, sono personaggi da non sottovalutare:

cosa sarebbe il calcio senza di loro?  Una semplice disciplina sportiva, come altre del resto;

cosa sarebbe l’arte senza di loro? Forse ancora ogni forma dell’attività umana che porta a forme  creative di espressione estetica.

Cosa sarebbe la moda, il mondo dell’auto, il turismo, il vino, la cucina tipica senza il loro contributo? Sarebbero semplici vestiti, automobili, viaggi o  semplici alimenti.

Loro sono il motore di questa economia moderna, nelle loro mani e affidato lo sviluppo economico di settori “strategici” della nostra economia e ormai non c’è settore anti-economico che non sia affidato ad un opinion-leader.

Haoo!!! Cosa credete c’è  pure una gerarchia da rispettare: opinion-leader, opinion-people, opinion-bar, opinion-of we other, opinionista di noi altri per chi abita a Collepasso e non mastica bene l’inglese.

Lo stile, per intenderci, è sempre quello, cambia solo il contenitore. E’ il contenitore che fa la differenza, il contenuto, anche di quello che dice, non appartiene all’opinionista, non gli interessa. Il suo compito è solo quello di parlare.

Non ci eravamo accorti ma è nata una nuova corrente di “pensiero”: l’Opinionismo. Oddio, definirla corrente di pensiero è cosa difficile, più facile sarebbe dire corrente di “non pensiero”,  poiché altrimenti non sapremmo come spiegare il nulla di cui si nutre. Più avanza il nulla, più gli opinionisti diventano importanti e potenti.

Se l’economia fosse rimasta legata ai bisogni dell’uomo, senza trasformarsi nel nulla nutrito  dagli opinionisti  finanziari, ora non avremmo la crisi.

Se la politica fosse rimasta legata ai diritti dell’uomo, senza trasformarsi nel nulla che nutre gli opinionisti politici e finanziari, ora avremmo ancora la democrazia.

Ma la cosa che più mi fa incazzare è aver affidato l’etica sia pubblica che privata agli opinionisti. Da opinionisti  si sono trasformati velocemente in moralisti. Se li tocchi, anche sfiorandoli, ti gridano in faccia il loro niente: “Tu non sai chi sono io!”, “Secondo me, quella persona  si deve Vergognare!”, “Siete ridicoli!”. Da moralisti impongono il loro nulla ad istituzioni e a  tradizioni di valori mettendo in ginocchio una serie di regole tanto politiche quanto morali poste alla base del vivere civile.

Grazie a questi nuovi  moralisti ormai non c’è settore, non c’è categoria professionale che sia all’altezza della propria deontologia professionale.  Giornalisti, magistrati, insegnanti, medici ma anche sacerdoti e le stesse forze dell’ordine, mai sono stati così tanti, mai  sono stati così totalmente assenti dal servizio quotidiano ai cittadini. Padri, madri, figli, fratelli, nipoti, mai sono stati così inondati di benessere ma mai sono stati così distanti dai loro doveri familiari.

Sono opinionisti, costantemente impegnati ad esprimere il loro pensiero nei vari salotti televisivi e non. Giudici insolenti, senza etica civile e privata  che non si sono accorti che le loro parole o le loro teorie basate sul nulla  non possono rifondare quella stessa etica pubblica o privata che loro stessi con quelle parole hanno distrutto. Leggi o leggine funzionano solo in presenza di comportamenti e tradizioni di cultura  che ne insegnano il rispetto e se per i moralisti il nulla non fosse d’impedimento, se  possedessero solo un grammo di onestà intellettuale dovrebbero avere il coraggio di  chiamarsi fuori e  dichiarare il loro fallimento.

I moralisti non sono in grado di capire che di fronte ad un problema basta   accontentarsi di individuare le condizioni di possibilità di una soluzione e che la capacità di individuare quelle condizioni non appartiene a loro ma solo e soltanto ad un’altra figura, quella dell’uomo di coscienza.

Ciò che distingue il secondo dal primo sono le stesse proprietà del moralista, che nell’uomo di coscienza mancano, è un’ “a-proprietà” dell’uomo di coscienza.

Mentre il moralista vuole il raggiungimento della perfetta coincidenza tra il dovere e l’essere, l’uomo di coscienza sa che in lui governa un dovere che si nega al suo possesso, nonostante sia la cosa con cui ha più intimità e che è sempre al di là delle sue possibilità.

Il moralista è responsabile in quanto risponde a sé delle proprie azioni; l’uomo di coscienza risponde a qualcosa che non è lui ma ne è al di sopra.

Il moralista si illude di essere all’origine di se stesso; l’uomo di coscienza sa di essere generato da qualcos’altro.

Il problema del moralista insomma è che se la suona e se la canta, mentre l’uomo di coscienza subisce il fascino e il timore di essere ripreso, redarguito e persino sfidato da un conflitto dialettico.  Per l’uomo di coscienza esiste sempre qualcosa che non ha prezzo, che è assoluto, incondizionale, non negoziabile. Di conseguenza, servire per lui è un onore e il sacrificio è sempre una possibilità.

Una parte dei nostri problemi sociali e privati non sarebbe forse risolta se ci fossero in giro a tutti i livelli più uomini di coscienza?

Il problema è che l’uomo di coscienza non è frutto né del caso né della decisione. C’è bisogno di una tradizione culturale e di una comunità educativa all’interno delle quali la vita degli uomini di coscienza possa trasmettersi alle giovani generazioni esplicitamente e implicitamente, come per magia e mai bisognerebbe preoccuparsi di un “opinionista” che con il suo becero moralismo ti grida in faccia: “Ma poi, quistu ci ete !!!”; è cosa inutile, non sa quello che dice, basterebbe rispondergli: “Sono e rimango un uomo di coscienza!”

Errico Pietro Giuseppe

Collepasso, 6/7/2012

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