L’arena bipolare

Ricevo da Antonio Leo e pubblico.

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L’arena di Verona

 

 L’arena bipolare

Il problema fondamentale della politica italiana è che in questo nostro Paese non ci si fida più di nessuno, né degli amici, né tantomeno dei competitori politici. Berlusconi sospetta di Tremonti, i suoi rapporti con Fini sono lacerati, forse lo saranno anche quelli con Bossi e ogni giorno è costretto a dimettere qualcuno dal governo. La cronaca politica è ormai satura, piena di sospetti, di messaggi e di chiacchiericci da corridoio o sussurrati dietro le porte. Nel Pd le fibrillazioni tengono banco e gli  esponenti  non riescono a darsi una linea chiara di comportamento politico, anche lì sospetti ed illazioni continue. Sembra però affermarsi in entrambi gli schieramenti servilismo, adulazione, identificazione con il capo di turno, preoccupazione ossessiva per le apparenze. Nello stesso tempo vediamo sorgere una serie di episodi di corruzione, di intrecci tra ruoli politici e malaffare e non passa giorno che non si abbiano notizie sul nascere di vere e proprie camarille. Così non si va da nessuna parte. Intanto la crisi morde e le persone attendono delle risposte ai loro problemi. Da questa situazione occorre cercare di uscire e ridare alla politica il suo senso vero. Per questo non servono più le dichiarazioni moralistiche, servono atti politici e delle cesure con gli ultimi due decenni di storia politica italica. Infatti il modello basato sul sistema bipolare a vocazione maggioritaria è fallito. Per sostenere questa affermazione basta seguire i comportamenti del Presidente del Consiglio: insofferente, poi bellicoso e qualche volta tollerante. Un giorno promette sfracelli e il giorno dopo offre ramoscelli d’ ulivo. Una leadership  si esercita solamente in due modi: nella forma decisionista o in quella mediatrice. L’una è condensata nel “ghe pense mi”, l’altra è quella che smussa, ripiana, ragiona e cerca combinazioni.

Sappiamo anche che lo stile leaderistico è proprio delle forme politiche a bipolarismo compiuto, dove i partiti non vivono di vocazione, ma di capacità di alternanza. In Italia non abbiamo un bipolarismo compiuto, ma solo delle vocazioni che sono contraddette dalla situazione reale. Questa contraddizione ci ha portato verso nuove forme di democrazia bloccata, imballata e impotente. Non è un caso che a vivere fortemente le tensioni interne siano i due partiti maggiori. Lasciare le cose come stanno e non affrontare le questioni allontana la possibilità di avviare le riforme e l’ innovazione di cui l’ Italia ha bisogno. Da qui la necessità di avviare una vera transizione verso un modello che vada oltre le pretese maggioritarie e bipolari fondate sulle leadership, per un modello che privilegi il confronto, la mediazione, l’arte del governare e del decidere.

Per costruire una vera transizione non bastano solo le alchimie politiche. Occorrono invece un forte ricambio nei comportamenti degli attori della politica e il ripristino nel fare e nel dire parole che sono diventate desuete e che sono state svalorizzate come:  onestà, uguaglianza, giustizia sociale, meritocrazia e trasparenza. Di fronte a certi episodi, infatti, serve la capacità di indignarsi e reagire alla perdita del senso comune  del pudore civile. Non si può fare i furbi, rubare e poi vantarsene.  Ed inoltre, è proprio partendo da questa situazione che bisognerebbe avere il coraggio di dichiarare che il modello politico con cui abbiamo convissuto in questa Seconda Repubblica è in una fase terminale e che il bipolarismo italiano può dichiararsi definitivamente tramontato. Poiché  in politica, cosi come nella vita, anche se si è avversari non si può  essere sempre “ o con me o contro di me”…… in quanto la virtù la maggior parte delle volte si trova in mezzo al guado !

Antonio Leo

Collepasso, 25/10/2011

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