LA TROIKA? “Una pestilenza si aggira per l’EUROPA…”

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LA TROIKA? “Una pestilenza si aggira per l’EUROPA…”

L’Europa Unita che è stata una grande speranza per tutti coloro che hanno vissuto e capito i drammi infiniti che le due grandi guerre mondiali hanno scatenato, di fatto, è stata e resta la via maestra affinché simili  drammi non abbiano mai più a ripetersi. Quindi, niente cannoni e bombe, ma semplice condivisione per un benessere possibile. Invece… La globalizzazione ha fatto saltare, di fatto, tutti questi ottimi propositi.

Ed ora, con la globalizzazione vincente su tutto il pianeta, la democrazia è diventata una chimera da mandare in soffitta, giacché a loro parere non è compatibile con gli interessi del capitalismo globale. E quanto sta avvenendo tra la Grecia e il resto dell’Europa lo sta dimostrando concretamente. I giannizzeri europei, giannizzeri del capitale globale, infatti, lo stanno urlando a tutto volume nei confronti di coloro che propongono rispetto democratico dei popoli, ai quali, i giannizzeri, dicono no con argomenti di questo tipo: “gli interessi economici vengono molto prima del rispetto della democrazia e delle  Costituzioni in quanto risultano vecchie e incompatibili con gli interessi globali della finanza internazionale”. Insomma, la politica apatica, ignava, ha lasciato campo libero ai pescecani della finanza e questi hanno occupato tutto lo spazio politico. Che è come dire: la politica sociale non conta un cavolo, conta solo la finanza con i suoi maledettissimi interessi. La Troika, ovvero i tecnocrati europei che hanno defenestrato ogni pretesa politica e ridotto l’Europa ad un coacervo di interessi finanziari hanno scardinato le basi di uno stato sociale. E poi, prestano sì i soldi, ma non hanno interessi reali ad ottenere il rimborso, ma più semplicemente si accontentano di perpetuare il debito a tempo indefinito, tenendo il debitore in perenne dipendenza e subordinato ai loro progetti strategici. Un micidiale Cappio al collo ai governanti, i quali sono poi costretti a realizzare i loro piani strategici che sono quelli di superare, anzi, demolire lo stato sociale e tutti i diritti che un popolo intero per secoli ha saputo conquistare con lotte e sacrifici. E i governi, Monti e Renzi, si sono dimostrati i più servili nei confronti di questa strategia, mentre, per l’Europa, serviva ben altro. É necessario invece che dall’Europa della tecnocrazia e delle banche, bisogna passare all’Europa della democrazia e dei popoli. E la Grecia ha già battuto un colpo con il suo NO al referendum. Se altri governi e popoli seguiranno la strada aperta da Syriza, una democratizzazione dell’Europa diventa possibile e realizzabile, quindi poter ritornare al punto centrale del problema: Un approccio più umanistico all’economia finanziaria, per non essere succubi del “dio profitto”.

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            I cannoni tacciono da sett’anni, quanto meno in Europa, ma sul resto del mondo invece non ci siamo risparmiati:  tra Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, sono stati massacrati, con le nostre “bombe intelligenti” circa un milione di poveri cristi in questi Paesi, e, mandato in brodo di giuggiole, tutti i produttori di armi e le multinazionali del petrolio. Come sempre con lo spudorato motivo, buono per i bischeri: “la democrazia da esportare in quei paesi”. In realtà erano ben altri e molto meno nobili i loro obiettivi. Dopo questo sconquassamento di popoli e nazioni che hanno causato diversi milioni di profughi accampati nei paesi vicini dello stesso Medio Oriente, una minoranza di questi profughi stanno raggiungendo le sponde dell’Europa. E che fanno le nazioni responsabili di questo disastro umanitario? Chiudono le frontiere e negano l’ingresso sul loro territorio di questi poveri esuli che scappano dalla loro terra in fiamme, fiamme accese appunto da queste nazioni spudorate e benpensanti. Ed ecco un’altra vigliaccata dei paesi responsabili di così tanto disastro. Ecco, la politica spicciola, incapace di gestire i problemi veri, si fa sentire e cerca di dimostrare di esistere contro questi poveracci in cerca di una terra meno tormentata della loro.

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            Mentre in tutto il Medio Oriente sale la ribellione contro l’occidente con pieghe pseudo religiose e i massacri e i crimini non si contano più, che fa l’occidente capitalista? Si preoccupa dell’Ucraina, vuol fermare le mire espansionistiche di Putin, invece di bloccare le mire nazifasciste incastonate in una cornice religiosa dell’ISIS. Per capirne un po’ e in qualche modo orientarsi è necessario rendersi conto che questi fanatici dell’ISIS sono stati armati e finanziati dall’occidente e da alcune monarchie del golfo Persico, come l’Arabia Saudita e altri suoi simili regime autarchici. Quindi l’occidente è entrato con prepotenza nella lunga e antica diatriba tra sunniti e sciiti, che è un po’ l’equivalente degli scontri tra il cristianesimo avvenuti già nei secoli trascorsi fracassandosi e annichilendosi tra ortodossi, cattolici e protestanti, roba da scervellati, sia i primi che i secondi. Che centra l’occidente? Intanto c’è sempre più bisogno di armi, e questo è già un ottimo affare per certi pescecani, poi ci sono sempre le fonti energetiche da tenere sotto controllo, altri pescecani: far scannare sunniti e sciiti, mentre i petrolieri raccolgono l’oro nero e gli armaioli vendono armi e realizzano grossi affari. Cinismo allo stato puro! È IL CAPITALISMO, BELLEZZA!

F.to pagliatano

Collepasso 10/7/2015

 

 

 

 

  1. La situazione, non riguarda solo il popolo greco ma l’Europa intera, e l’esito – qualora fosse quello auspicato da Tsipras – avrebbe una portata eccezionale. Di certo la questione è seria perché mette in discussione in maniera pesantissima l’essenza stessa dell’Europa per come è concepita oggi. Perché questa Europa non è quella dei Popoli, che abbiamo sempre sognato, come hanno fatto più generazioni prima di noi. È un’Europa delle banche, lontanissima da quell’Idea superiore che avrebbe forse consentito al continente di essere forte e determinato. La situazione greca è la fotografia di questa contraddizione: unione monetaria, finanziaria, senza unione di intenti, di tradizioni, di idee. E proprio per questo la questione non è solo economica: è, prima di tutto, politica. Su questo piano l’ha condotta Alexis Tsipras, già prima che con il referendum mettesse la patata bollente in mano al suo popolo. Avrebbe potuto accettare l’accordo e portare a casa, in questo modo, un nuovo programma del Fondo salva-Stati, imprese e famiglie avrebbero respirato per un attimo e, nel breve periodo, la questione sarebbe stata risolta. Nel breve periodo, si.
    Guardando oltre però non avrebbe fatto altro che prolungare un’agonia: altri debiti, sempre debiti, non pagabili nemmeno nel lungo periodo. Inoltre, se avesse accettato, Tsipras avrebbe fatto l’esatto opposto rispetto al programma elettorale con il quale ha vinto le elezioni.
    Il referendum greco pone molte questioni: da una parte bisogna dire che Tsipras ha vinto, deve governare, dunque governi. Girare la palla al popolo da più parti è stato visto come un atto di codardia. C’è chi invece ha apprezzato il livello di democrazia della Grecia, che sulle decisioni importanti fa scegliere il popolo. Da questo punto di vista, nulla quaestio: la sinistra italiana dovrebbe prendere lezioni dalla sinistra greca. Del resto, ciascuno dovrebbe pensare al suo popolo e il prestito alla Grecia non è stata, evidentemente, un’idea geniale. Un’altra responsabilità che la sinistra italiana porta sulle spalle. E se la posizione di Tsipras risulta ambigua, pretendendo di restare in Europa ma non volendo – e non potendo – pagare i debiti, di certo l’ultima sua preoccupazione è quella degli Stati creditori: ha già il suo bel daffare per tentare di arginare i problemi suoi e del suo popolo, per preoccuparsi di chi vanta crediti nei suoi confronti. Si aprono dunque, scenari tutti nuovi che andranno esaminati con estrema attenzione perché, nel lungo periodo, Tsipras potrebbe aver visto giusto

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  2. In una settimana non viene giù l’Europa, anche se è difficilissimo tenerla in piedi. Il referendum greco ha messo a nudo diverse debolezze, ma una soluzione gli ingordi di Bruxelles dovranno trovarla. Il problema è che cosa intendiamo fare noi, oltre che assistere – pagando – allo spettacolo.
    Da domenica scorsa in poi, rischia di essere ancora peggiore il rapporto fra membri dell’Unione europea, i sospetti alimenteranno le relazioni politiche. A partire dal fatto che il voto referendario isterizzera’ il fronte degli sconfitti, quelli che lontano da Atene tifavano per il si’. Ora hanno mille ragioni, i poteri forti europei, per temere il precedente del ricorso al popolo. Un motivo in più per darci una mossa anche noi.
    Il negoziato che si apre pone una domanda alla quale nessuno potrà sfuggire: se la Grecia non viene aiutata, può uscire dall’Europa? E a che prezzo? Si’, dall’Europa, perché è l’unica maniera per sottrarsi al ricatto dell’euro, a cui nessuno dei paesi aderenti può altrimenti rinunciare. Dall’euro non si esce, dall’Europa si’. Attraverso le regole di un negoziato.
    È da prendere alla leggera il rischio di un’uscita greca? A parole e’ un’ipotesi che nemmeno Atene considera; ma va detto che Tsipras, ha tirato molto la corda col suo popolo e non può tornare in Patria con un magro bottino. Di qui la necessità di capire che cosa può cedere l’Unione europea in una trattativa in cui entra più debole chi voleva infierire su Atene. E lo spread in impennata nonostante non ci sia ancora la minaccia di uscire dall’Europa, fa capire che bisogna tenere i nervi a posto e non solo i conti in ordine. Del resto, aver mobilitato i greci in un referendum costringerà Tsipras a pretendere risultati molto concreti. E le due grandi questioni restano lì’, sul tavolo: no all’austerità, assenza di sostenibilità del debito. Dicono i greci: non vogliamo essere schiavi.
    Non ha molto senso insistere nella polemica su sprechi e privilegi rivolta ad Atene. Non credo che nei paesi europei ci siano tutte queste virtù nella stesura dei bilanci statali.
    Inoltre, ne’ alla Merkel ne’ a Tsipras possiamo ad esempio chiedere un aiuto per limitare i danni da immigrazione. E se non decidiamo ora, e assieme al nostro popolo, come e se stare in Europa, quando verrà il momento di farci sentire?
    A Bruxelles ora sono più deboli. Il cerino e’ in mano loro!

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  3. Uno, Nessuno, Centomila 11 luglio 2015, 13:55

    L’euforia per la “sovranità” riconquistata dai greci, con tanto di feste in piazza e sventolio di bandiere , è durata una manciata di ore. Il leader greco aveva promesso ai greci che martedì 7 luglio le banche avrebbero riaperto. E invece sono rimaste chiuse. Le immagini di un popolo atterrito e angosciato, con i pensionati in coda davanti ai bancomat, hanno fatto il giro del mondo. E hanno fornito a tutti la rappresentazione plastica che la demagogia e il populismo, non solo non pagano mai, ma che risultano anche assai costosi. La Grecia ha vissuto, tra il 5 e l’11 luglio, la settimana più drammatica della sua storia recente. I farmaci cominciavano a scarseggiare, decine di imprese chiudevano i battenti ogni giorno, lo spettro del fallimento del sistema bancario ellenico aleggiava sempre più minaccioso sui risparmiatori. E tutto questo perché? Per dare l’illusione a Tsipras e agli agitatori di Syriza di aver ribaltato in un sol colpo i destini d’Europa.

    I conti inchiodano i demagoghi di Atene alle loro pesanti responsabilità. E’ stato calcolato che siano bastate due settimane (dal giorno della rottura delle trattative con Bruxelles alla notte dell’approvazione del piano) per distruggere il 4% del Pil greco. E c’è di più: le stime sull’andamento dell’economia greca nel 2015 bocciano l’intera esperienza al governo di Atene. Nel novembre del 2014, un paio di mesi prima delle elezioni che hanno visto Tsipras per trionfatore, le stime del Fmi prevedevano un +2,9% di crescita per Atene. Oggi siamo invece a un tristissimo -6%.

    La lezione greca deve valere per tutti. Per i greci, in primo luogo (come è ovvio). Deve valere anche per i governi della Ue: non si può e non si deve mai spingere un Paese sull’orlo del burrone. Ma deve valere soprattutto per i tanti populisti sparsi per l’Europa: non si gioca mai con la rabbia e la frustrazione della gente. Gli esiti, prima o poi, si rivelano disastrosi. Non siamo però convinti, purtroppo, che una tale lezione sarà recepita. Soprattutto in Italia.

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  4. l’Europa germanocentrica dell’austerità ha poco da cantare vittoria: la Grecia non può, neanche volendo, sopportare la durezza delle misure che sono state imposte ed è destinata a cadere in un baratro di miseria, di instabilità e di insurrezione popolare.
    Inutile dire che l’Italia sarà la prima a pagarne le conseguenze. Yanis Varoufakis, fuggito prima del disastro, accusa chiaramente il governo italiano di Matteo Renzi: “i governi che avrebbero potuto mostrare maggiore simpatia verso Atene nella realtà si sono rivelati i suoi nemici più energici. Per i Paesi ad alto debito il peggiore incubo sarebbe stato il nostro successo. Se avessimo voluto negoziare un accordo migliore, avrebbero dovuto spiegare ai loro cittadini perchè non sono stati in grado di fare altrettanto”. Se l’Italia non si libera di Matteo Renzi rischia di pagare non solo il conto di un’austerità più che mai riconfermata, ma anche degli aiuti finanziari che sono stati promessi alla Grecia. Oggi più che mai è necessario in Italia un governo che sappia porre, sia pure in forme diverse, la stessa scelta che David Cameron sta ponendo alla Gran Bretagna: il referendum proposto agli inglesi non è quello utopistico dei greci, non chiede se si vuole accettare o meno l’austerità, ma chiede se si vuole rimanere o meno nell’Unione Europea.
    La resa di Alexis Tsipras, dopo il lungo braccio di ferro con la Germania e con la Commissione Europea, viene utilizzato in Italia e in tutta Europa per attaccare ogni posizione eurocritica. Ma la verità è esattamente opposta a quella che viene propagandata dalla stampa e dalla cultura dominante. Tsipras ha confuso il popolo greco non perchè ha promesso di liberarlo dalla morsa dell’austerità della Troika, ma perchè lo ha illuso che questa liberazione potesse essere compatibile con la permanenza nell’Euro. Questa contraddizione demagogica si paga molto amaramente: l’unica possibilità di uscire dall’austerità è contrastare alla radice il sistema dell’euro, dimostrandosi disponibili ad uscire anche dalla Moneta Unica. Altrimenti ci si riduce, come ha tentato Tsipras per cinque lunghi mesi, a chiedere l’aiuto e la solidarietà degli altri paesi europei contro tutte le regole dell’Unione Europea.

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  5. IL MINOTAURO

    Le condizioni che l’Unione Europea, la BCE e il FMI hanno imposto a Tsipras hanno un significato che va oltre il default greco e la crisi finanziaria dell’eurozona.
    Una unione monetaria era la garanzia che non ci sarebbero state più guerre tra le nazioni europee, almeno era ciò in cui si sperava.
    Purtroppo non è andata nel senso auspicato.
    Alle guerre convenzionali abbiamo sostituito quelle finanziarie.
    La guerra finanziaria che l’Unione Europea ha combattuto contro un suo Stato membro resterà nella memoria storica di ognuno dei cittadini europei .
    Gli organismi sovranazionali, già mal digeriti fino ad oggi, costituiranno il bersaglio politico delle prossime elezioni in tutti i Paesi dell’Unione: vincerà chi proporrà politiche di maggior contrasto se non disprezzo.
    Non sarà possibile ipotizzare quanto tempo occorrerà prima che in ognuno degli Stati membri almeno un partito inserirà tra i sui programmi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che regolamenta l’uscita dall’Unione, e le prossime tornate elettorali saranno la cartina tornasole di quanto sia stata tirata la corda contro i popoli europei .
    Con le condizioni imposte alla Grecia si è superato il limite di ogni credibilità e affidabilità verso l’Unione Europea, ormai percepita come un Minotauro insaziabile.
    Il Manifesto di Ventotene, da oggi, è mitologia politica, sbiadita nei ricordi e patetica rispetto alle paventate necessità di bilancio.
    Comunque vada nella votazione davanti al Parlamento di Atene, oggi è iniziata la fine dell’Unione Europea.
    Carla Corsetti
    Segretario Nazionale di Democrazia Atea

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