LA QUESTIONE ISRAELOPALESTINESE

 

LA QUESTIONE ISRAELOPALESTINESE

dalle origini ai nostri giorni

progressiva espansione dei territori occupati da Israele dal

1948 ad oggi

dossier storico-informativo

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Promuovono: Un Ponte Per – Laboratorio delle disobbedienze

Rebeldìa – Rete Radié Resch – Gruppo Jagerstatter – PRC Pisa –

Confederazione

Cobas Pisa – Centro Ghandi Edizioni – Mostupa (Studenti Scienze

per la pace)- Coordinamento provinciale di solidarietà con il popolo

palestinese (Pisa) – PDCI Pisa – Associazione “A SUD” -

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso

coinvolti…”

IN CHE CONSISTE LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE?

La questione israelo-palestinese nasce dal fatto che due

popoli, quello Arabo-Palestinese e quello Ebraico-Israeliano,

rivendicano entrambi dei diritti nazionali sullo stesso

territorio.

Affrontando l’argomento dal punto di vista storico, è

necessaria una breve premessa. La Palestina, come l’Italia

e qualsiasi altro stato moderno, ha avuto confini diversi a

seconda del tempo; le popolazioni che vi hanno abitato, le

lingue che si sono parlate e le religioni che si sono

professate, sono il risultato di numerosi avvenimenti storici.

Nei secoli passati è stata infatti conquistata, persa e poi

riconquistata da molti popoli: Egizi, Filistei, Ebrei, Romani,

Bizantini…

In epoca più recente, nei quattro secoli che vanno dal

1500 alla prima guerra mondiale, questa regione faceva

parte dell’IMPERO OTTOMANO : era quindi governata dai turchi e

abitata in maggioranza da popolazioni arabe, che

parlavano lingua araba e professavano religione islamica.

Per il resto, il 20-25% erano arabi cristiani e l’8% ebrei.

Con la prima guerra mondiale l’Impero Ottomano è

sconfitto e smantellato per cui le due grandi potenze

europee, Francia e Inghilterra, si spartiscono il Medio

Oriente: la Palestina e la Giordania vanno sotto il controllo (il

mandato) britannico, la Siria e il Libano sotto quello

francese. È in questa fase che la Palestina assume gli odierni

confini: a nord il Libano e la Siria, a est la Giordania, a sud

l’Egitto.

QUANDO NASCE IL PROBLEMA CON GLI EBREI IN PALESTINA?

Il problema nasce alla fine dell’800, quando un giornalista

ebreo austriaco, Teodor Herzl, afferma la necessità di

costruire uno Stato per gli Ebrei in Palestina, perché

“solo nella terra degli avi promessa da Dio, gli Ebrei

potranno sentirsi uguali a tutti gli altri popoli e non essere

discriminati”, come era avvenuto in Europa per secoli da

parte delle popolazioni europee. Da queste idee nasce il

SIONISMO , che si prefigge di creare uno stato fondato sulla

religione e sulla razza, in una terra già abitata da altre

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popolazioni, in larga maggioranza non ebree. In Palestina,

nel 1895, c’erano infatti 644.000 Arabi (92%) e 56.000

Ebrei (8%). Nonostante ciò uno degli slogan più noti del

movimento sionista è stato “una terra senza popolo per un

popolo senza terra”.

Con il Sionismo comincia una lenta immigrazione di

ebrei in Palestina, inizialmente molto lenta poiché solo

una minima parte degli ebrei europei era disposta a lasciare

gli stati in cui abitavano da secoli e di cui si sentivano

cittadini. Per la costruzione di un nuovo Stato, erano però

indispensabili tre elementi fondamentali: il territorio, la

popolazione e l’accordo con una potenza mondiale che

permettesse la realizzazione di questo progetto. I fatti storici

del ’900 favorirono tutte queste condizioni.

LE RADICI DELLO STATO DI ISRAELE (1917-1948)

La grande occasione si presenta con il MANDATO BRITANNICO : la

Gran Bretagna, grande potenza mondiale di allora, passa a

controllare la Palestina dopo la sconfitta dell’Impero

Ottomano e nel 1917 con la “Dichiarazione Balfour” approva

e aiuta il progetto sionista. L’Inghilterra era infatti

interessata a creare, in quelle terre abitate in maggioranza

da arabi, una colonia di coloni europei filo-britannici, che le

agevolasse il controllo sul Canale di Suez, molto strategico

per i suoi traffici. Gli inglesi avevano però già promesso nel

1915 la Palestina agli arabi, per l’aiuto prestato nella

lotta contro l’impero Ottomano. La stessa terra veniva

dunque promessa a due popoli: quello arabo già presente

nell’area e quello ebraico, allora in assoluta minoranza.

Per favorire l’immigrazione ebraica in Palestina, gli inglesi

promulgano leggi e regolamenti che favoriscono

l’acquisizione di terre da parte degli ebrei europei.

Riconoscono inoltre all’Organizzazione Sionista la

giurisdizione sulla popolazione ebraica, creando così un

embrione del futuro stato ebraico. Le popolazioni arabe

vengono invece svantaggiate in ogni modo, anche attraverso

la loro suddivisione in piccole comunità e lo strangolamento

della loro economia. L’immigrazione, grazie a tali politiche,

aumenta e vengono costituite le prime colonie agricole

(kibbutz). Nel 1929 gli ebrei sono già saliti a 170.000.

Il NAZI-FASCISMO in Europa, con le leggi razziali e la

persecuzione degli ebrei, determina un ulteriore

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incremento dell’immigrazione e fa sì che migliaia e migliaia

di ebrei emigrino in Palestina. Dal 1932 al 1938, in soli 6

anni, emigrano in Palestina il doppio di quelli che erano

emigrati nei 130 anni precedenti. Nel 1936 gli ebrei sono

già 400.000. Aumenta quindi sempre di più l’acquisizione

di terre: delle nuove terre peró solo il 5,6% del territorio

sottratto ai palestinesi viene comprato, il resto viene

occupato (nel 1925 solo il 7% del territorio era in possesso di

ebrei).

A partire dagli anni ’30 il rapporto Palestinesi-Ebrei, sino ad

allora pacifico, diventa conflittuale, a causa del massiccio

arrivo di ebrei, dell’occupazione di molte terre arabe, della

politica inglese di discriminazione delle popolazioni arabe e

dell’intenzione dichiarata da parte ebraica di soffocare

l’economia palestinese (con discriminazioni dei palestinesi,

cui viene impedito di lavorare).

Le tensioni sfociano nell’INTIFADA (1936-39) , la lotta della

popolazione araba nel disperato tentativo di arrestare la

spoliazione della propria terra, che si realizza in uno sciopero

generale di 6 mesi, attentati e scontri armati quotidiani tra

palestinesi, immigrati ebrei europei e inglesi. La grande

rivolta araba viene repressa nel sangue da parte del

governo inglese, che manda in Palestina 20.000 soldati.

Nel 1939 l’Inghilterra per ridurre le tensioni nell’area e per

assicurarsi le fonti petrolifere è costretta a fare concessioni

ai Paesi Arabi, per cui tenta di limitare l’immigrazione degli

ebrei nell’area. Entrano allora in azione i gruppi

paramilitari ebraici (gruppo Stern, Irgun e altri, con a capo

alcuni dei futuri capi di stato israeliani: Begin e Shamir).

Mettono in atto azioni terroristiche dirette contro

l’Inghilterra (l’attentato all’Hotel King David fa 91 vittime),

contro le Nazione Unite (viene ucciso il suo rappresentante a

Gerusalemme) e contro i palestinesi: sono compiuti massacri

della popolazione civile per indurla ad abbandonare case e

terre, subito occupate da immigrati ebrei.

NASCITA DELLO STATO D’ISRAELE (1947-1949)

Nel 1947 l’Inghilterra rinuncia al mandato sulla

Palestina.

Le Nazioni Unite, per porre fine alle tensioni nella zona,

propongono come soluzione il “Piano di Spartizione della

Palestina” (risoluzione 181) secondo cui si sarebbe dovuti

formare due stati indipendenti con:

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- il 56,5% del territorio agli Ebrei (che erano 500.000, il

30% del totale),

- il 42,5% ai Palestinesi (che erano più del doppio,

1.150.000, il 70%).

La città di Gerusalemme, dentro il territorio palestinese,

sarebbe diventata zona internazionale controllata dalle

Nazioni Unite. I due stati sarebbero stati misti, ma mentre in

Israele popolazione araba ed ebrea sarebbe stata quasi pari,

nello Stato Palestinese gli Ebrei sarebbero stati in netta

minoranza.

Il piano viene accettato dagli Ebrei, ma non dai

Palestinesi e dagli altri Stati Arabi, che non accettano

l’evidente squilibrio nella divisione delle terre a vantaggio

degli ebrei, né di dover pagare – per conto degli europei – le

tremende colpe dello sterminio attuato dal nazi-fascismo

contro la popolazione ebraica.

All’alba del 9 aprile 1948 le truppe dell’organizzazione

paramilitare terroristica Irgun, guidate da Begin (futuro capo

di stato in Israele), circondano e distruggono il villaggio

arabo di Dheir Yassin (a ovest di Gerusalemme): vengono

uccise 250 persone, colte di sorpresa, prevalentemente

donne e bambini. Un’azione pianificata per diffondere il

terrore tra le popolazioni palestinesi e spingerle alla fuga di

massa. È l’inizio della massiccia diaspora palestinese,

che prende il nome di NAKBA (catastrofe). Quelli che seguono

saranno mesi di terrore. Quasi 200.000 palestinesi fuggono

dai villaggi della Galilea e dalla fascia costiera attorno a

Jaffa.

PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA (1948-1949)

Il 15 maggio 1948 gli ebrei proclamano la costituzione

dello Stato di Israele.

In seguito alla proclamazione unilaterale, da parte ebraica,

dello stato di Israele, una coalizione di stati arabi della

regione (Egitto, Giordania, Siria, Iraq) muove guerra al

nuovo stato.

Durante la guerra l’esercito israeliano approfitta per

aumentare le azioni militari contro la popolazione civile

palestinese, i cui villaggi sono distrutti in modo da

provocarne l’esodo di massa. La guerra si conclude con la

vittoria di Israele, molto meglio armata degli stati arabi,

rifornita com’era dalle potenze occidentali.

La vittoria consente al nuovo stato sionista:

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di

occupare molto più territorio di quello

assegnato dalle Nazioni Unite. Israele si prende il

78%, mentre ai Palestinesi resta il 22% della Palestina:

la Striscia di Gaza sotto il controllo dell’Egitto, la

Cisgiordania (West Bank) e Gerusalemme Est sotto il

controllo della Giordania

di

espellere gran parte della popolazione araba

dal territorio conquistato. Durante la guerra vengono

espulsi 750.000 palestinesi da 450 villaggi sparsi

nell’attuale Stato di Israele. Oggi questi villaggi non

esistono più perché furono completamente rasi al suolo.

È allora che nasce il problema dei profughi palestinesi:

molti arabi si rifugiano infatti nei campi profughi in Libano e

in Giordania, mentre i 200.000 palestinesi rimasti all’interno

dello Stato di Israele vengono espropriati e discriminati. L’11

Dicembre 1948 l’ONU adotta la Risoluzione 194 che prevede

il diritto al rientro dei profughi palestinesi in Palestina,

oltre a un risarcimento per le perdite di terra e casa,

prevedendo compensi per quelli che non desiderano

esercitare tale diritto.

La questione israelo-palestinese, da quell’anno fino ai nostri

giorni, riguarderà dunque sempre due aspetti: il territorio e

la popolazione.

Da una parte gli israeliani che tentano di conquistare

sempre più territorio e di riempirlo di popolazione ebraica,

creando nuovi insediamenti e favorendo l’immigrazione

ebraica da tutto il mondo.

Dall’altra parte i palestinesi che tentano di riconquistare il

territorio perduto, di non andare via e di non farsi cacciare.

Una resistenza che porta, nel 1964, alla nascita dell’OLP

(Organizzazione per la liberazione della Palestina) e del

movimento di resistenza palestinese AL FATAH, guidato

da Arafat.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI (1967)

Con una guerra lampo di soli sei giorni, l’esercito israeliano

sconfigge i male armati eserciti di Siria ed Egitto e

conquista tutta la Palestina, sottraendo le Alture del

Golan alla Siria e il deserto del Sinai all’Egitto; si

annette inoltre la parte est di Gerusalemme e sposta la sua

capitale da Tel Aviv a Gerusalemme. Durante la guerra

Israele provoca pesanti distruzioni nei villaggi arabi (molti

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rasi al suolo), ottenendo l’esodo di altri 200.000 palestinesi

dai territori occupati.

Rispetto alle cause del conflitto, vi sono versioni

discordanti. All’epoca l’esercito israeliano affermò di aver

reagito a sospetti movimenti di truppe egiziane. Più tardi vari

generali e storici israeliani hanno ammesso che si trattò in

realtà di un attacco a sorpresa, preparato da molto tempo

allo scopo di espandere ancora una volta il territorio dello

stato ebraico.

Con la Risoluzione 242 le Nazioni Unite dichiarano che

Israele deve ritirarsi dal territorio sottratto ai palestinesi.

Israele però non si ritira e stabilisce un’occupazione militare

stabile su tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che da

allora prendono nome di “ TERRITORI OCCUPAT I”. Si verifica così un

nuovo esodo di palestinesi che vanno a ingrossare la massa

di profughi del conflitto del 1948.

Nasce allora la strategia di occupazione israeliana attraverso

gli insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati,

intorno a Gerusalemme Est e lungo il fiume Giordano. Una

strategia attuata da tutti i governi israeliani che si sono

succeduti da allora fino a oggi e che viola la risoluzione 242

dell’ONU. Una tattica volta ad appropriarsi di più territorio

possibile con all’interno meno palestinesi possibile e che

costituisce uno degli ostacoli maggiori alla via del negoziato.

L’OLP riunisce tutti i gruppi della resistenza con Arafat

presidente.

DOPO IL 1967: RESISTENZA PALESTINESE E ACCORDI DI PACE

Nel 1974 si verifica una svolta diplomatica importante:

Arafat è invitato all’ONU come rappresentante del popolo

Palestinese; il Consiglio Nazionale Palestinese di fatto

considera ormai lo Stato d’Israele un fatto storico e chiede di

costruire un proprio Stato indipendente a fianco di quello

israeliano, nei Territori Occupati (Gaza e Cisgiordania, ossia

il 22% della Palestina storica).

Il 6 giugno 1982 Israele invade il Libano per eliminare

la resistenza palestinese e i suoi leader rifugiati in quel

paese (dove si trovano molti dei campi profughi palestinesi).

Ad agosto l’OLP accetta il cessate il fuoco e lascia Beirut in

cambio dell’incolumità per la popolazione palestinese. Gli

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israeliani però proseguono i bombardamenti sugli

insediamenti palestinesi.

Il 16 settembre, miliziani falangisti libanesi alleati di

Israele, penetrano nei campi di Sabra e Shatila e per 40

ore compiono massacri e violenze con 3.000 morti e

scomparsi. Tutto avviene sotto la supervisione israeliana (e

del futuro capo di stato Sharon): i campi sono illuminati a

giorno e vengono bloccate tutte le vie d’accesso, per

impedire sia di scappare sia di entrare a vedere che cosa sta

avvenendo. In Libano gli israeliani saccheggiano anche il

Centro di ricerche palestinesi distruggendo 25.000

volumi e manoscritti, al fine di annientare non solo l’OLP,

ma qualsiasi segno dell’identità e della storia del popolo

palestinese. I crimini e le responsabilità israeliane in Libano

saranno riconosciute da una commissione del parlamento

israeliano nel 1983, ma i responsabili manterranno i loro

posti di potere.

Tra il 1987 e 1992 si sviluppa la PRIMA INTIFADA nei territori

occupati. Scoppia dopo 20 anni di occupazione, che ha

prodotto 139 insediamenti abitati da 60.000 coloni. È una

rivolta spontanea non armata di massa della

popolazione, con manifestazioni, scioperi, disobbedienza

civile, chiusura di negozi, boicottaggio dei prodotti israeliani.

Segue una repressione spietata con coprifuoco, migliaia di

arresti, uccisioni (2.000 morti, 100.000 feriti), demolizioni,

sradicamento di alberi…

Nel 1993 si stabiliscono gli ACCORDI DI PACE DI OSLO tra Arafat,

Peres e Rabin.

Cosa prevedevano? Il processo di pace, voluto dagli USA

per stabilizzare il Medio Oriente (strategico per il petrolio),

divideva i territori occupati (Cisgiordania e Gaza), in tre

zone. Nei primi mesi tutte le città sarebbero state liberate

(zona A), mentre nell’arco di 6 anni quasi tutto il territorio

rimanente (zone B e C) sarebbe poi passato gradualmente ai

palestinesi. L’accordo si fondava sulla convinzione che il

rispetto e l’attuazione del processo di pace, avrebbe creato

un clima di fiducia fra i due popoli con la possibilità alla fine

di risolvere i problemi più spinosi: territori occupati,

insediamenti abusivi dei coloni e status di Gerusalemme.

Che cosa avviene concretamente? Il processo di pace

funziona solo i primi mesi: vengono liberate città come

Gerico e Gaza, e Arafat può tornare in Palestina dopo 25

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anni di esilio. Dopodiché il processo si interrompe, anche per

l’assassinio di Rabin, nel 1995, da parte di un estremista

ebreo.

Con il tracollo del processo di pace, le zone palestinesi

autonome liberate, separate tra loro da strade e

insediamenti israeliani, si trovano in una situazione

economica disastrosa, con livelli molto alti di

disoccupazione, il dilagare della corruzione e la crescita

abnorme dell’apparato burocratico. Intanto gli insediamenti

ebraici continuano a crescere: nel 2000 si arriva a 170

colonie con 200.000 coloni.

Nel 2000 si aprono i NEGOZIATI DI CAMP DAVID : voluti dal

Presidente degli Stati Uniti Clinton, alla fine del suo

mandato; sono un fallimento. I palestinesi non accettano

un “piano di pace” che li obbligherebbe ad accettare

condizioni inaccettabili, tutte a favore di Israele: divisione

della Cisgiordania in tre regioni non collegate fra loro (per far

sì che i nuovi insediamenti rientrino in Israele), cioè uno

stato senza continuità territoriale; esclusione dalla città

vecchia di Gerusalemme, con sovranità palestinese

circoscritta alla Spianata delle Moschee, collegata con un

tunnel sotterraneo al territorio arabo; rinuncia al ritorno dei

profughi.

DOPO IL 2000: LATTUALITÀ

Nel settembre 2000, la provocazione di Sharon (capo del

Likud, il partito della destra israeliana) che si reca sulla

Spianata delle Moschee con centinaia di poliziotti, fa

esplodere la SECONDA INTIFADA , che si estende oltre ai territori

occupati, anche nelle regioni arabe d’Israele come la Galilea.

Questa seconda rivolta è segnata da un livello di conflitto

molto più alto della prima, con scontri molto violenti tra

palestinesi malearmati ed esercito israeliano e la

rioccupazione militare di tutte le città palestinesi. Atti di

brutale repressione colpiscono l’intera popolazione

palestinese, ridotta allo stremo e chiusa in campi profughi o

in città sovraffollate, devastate dalle incursioni israeliane. In

questo contesto sempre più feroce, di frustrazione e

disperazione, si afferma sempre più la nuova strategia di

Hamas (“Movimento di Resistenza Islamica”, nato a Gaza

nel 1988) e di alcuni gruppi armati palestinesi di ricorrere ad

attentati suicidi contro i civili israeliani.

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Sharon vince le elezioni nel 2001 e avvia la

costruzione del muro: una barriera di cemento armato

alta 8 metri, con filo spinato e torrette di controllo con

cecchini e telecamere; più una miriade di check-point che

limitano al massimo la mobilità dei palestinesi. Il muro, che

alla fine sarà lungo 750 km, viene costruito all’interno dei

territori occupati, con ulteriore sottrazione di terre e

massicce distruzioni di case e terre coltivate. La sua

presenza, giustificata da Israele per “motivi di sicurezza”,

frammenta ancor di più le zone abitate dai palestinesi e

rende la vita di milioni di persone un inferno, costringendole

a vivere in prigioni a cielo aperto e impedendogli di lavorare,

di curarsi e di vivere umanamente. L’edificazione del muro è

stata condannata dalla Corte internazionale di

giustizia dell’Aia nel 2004 come contraria al diritto

internazionale.

Nel 2004 muore Arafat, leader dell’OLP, e viene eletto

come suo successore Abu Mazen (del movimento Fatah),

mentre in Palestina continuano le azioni della resistenza

palestinese e le durissime ritorsioni israeliane contro i civili

palestinesi. Nel 2005 Sharon fa sgomberare la Striscia di

Gaza, in maniera unilaterale.

Nel 2006, durante la pesante guerra di Israele in

Libano, che provoca migliaia di vittime civili tra la

popolazione libanese e 800.000 profughi (con le

infrastrutture del paese in gran parte distrutte), Israele

sferra un duro attacco anche nei territori occupati con decine

di vittime tra i palestinesi.

Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative con una

larga maggioranza. Tale vittoria, pur riconosciuta regolare

da organismi internazionali, non viene accettata da Israele,

USA ed Europa, in quanto giudicano Hamas

un’organizzazione di natura “terroristica”. Israele arresta o

uccide molti dei leader di Hamas e imprigiona molti suoi

parlamentari, impedendo al Parlamento palestinese di

riunirsi. Viene imposto un duro embargo economico

internazionale contro i palestinesi, che aggrava ancor di più

le loro condizioni di vita e favorisce lo scatenarsi di una

guerra civile tra Hamas e Fatah, uscito sconfitto dalle

elezioni. Uno scontro che porta Abu Mazen a sciogliere il

governo legittimo guidato da Hamas e si conclude nel 2007

con la divisione del territorio palestinese in due parti

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in mano alle due fazioni, con Hamas che controlla la

Striscia di Gaza, mentre Fatah la Cisgiordania.

Da allora la Striscia di Gaza, una minuscola fascia

costiera lunga 40 km e larga 10 km dove vivono ammassate

un milione e mezzo di persone, è sottoposta a un blocco

totale da parte di Israele, con la riduzione in stato di

miseria di oltre l’80% della popolazione (la metà

disoccupata), che vive di soli aiuti umanitari e ha scarso

accesso ad acqua potabile, alimenti, istruzione e cure

mediche. Una popolazione costituita per metà da giovani

sotto i 14 anni.

A metà del 2008 Hamas dichiara una tregua unilaterale,

attuando la cessazione del lancio di razzi (i rudimentali razzi

Qassam: responsabili di 23 morti in 7 anni), con l’accordo di

veder allentato il blocco di Gaza. Israele però intensifica il

blocco (anche degli aiuti umanitari), peggiorando ancora le

condizioni già terribili dei palestinesi, e riprende da

novembre le incursioni nella Striscia con “assassini mirati”

che fanno 10 vittime, portando così Hamas a non

rinnovare la tregua nel dicembre 2008.

Fino all’attuale invasione di Gaza, tra il 2000 e il 2008

risultano uccisi 5.389 palestinesi (tra cui 194 donne e 995

bambini), mentre 1.050 sono i morti israeliani. 32.720 sono i

palestinesi feriti, di cui 3.530 con handicap permanenti. 135

malati sono morti per l’impossibilità di raggiungere gli

ospedali. Sono stati registrati 70 parti ai check-point e 35

neonati sono morti a seguito di complicazioni igienicosanitarie.

L’esercito israeliano ha chiuso il 65% delle strade

di Cisgiordania e Striscia di Gaza. I posti di blocco sono 630,

di cui 93 con soldati e 537 con barriere di cemento e terra.

La costruzione del muro continua, così come quella degli

insediamenti ebraici.

Per chi vuole approfondire:

Noam Chomsky, Il conflitto Israele-Palestina e altri scritti, Datanews

Thomas Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino

Alain Gresh, Israele – Palestina, la verità su un conflitto, Einaudi

Edward Said, La questione palestinese, Gamberetti

Joe Sacco, Palestina, Mondadori (fumetto-reportage dai territori

occupati)

www.infopal.it, www.osservatorioiraq.it

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