La questione comunista

di Fosco Giannini

su L'ERNESTO del 29/07/2009

La costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra. Editoriale l'Ernesto Maggio/Agosto 2009

Pur essendo passato un po’ di tempo, si deve e si può ripartire – per riaprire una discussione sullo “stato delle cose” relativa ai comunisti/e in Italia, alla questione dell’unità dei comunisti e a quella, centrale, della ricostruzione di un unico partito comunista nel nostro Paese – dalle elezioni europee, dal loro svolgersi sino all’esito elettorale.Partiamo dalle europee non per artifizio retorico, ma perché nel processo di costruzione della “ Lista comunista e anticapitalista”, nella messa a valore (o non messa a valore…) di essa nella campagna elettorale e - infine – nel suo dato elettorale definitivo, crediamo siano contenute oggettivamente questioni pregnanti ed essenziali che hanno un valore che va al di là del contingente, del passaggio elettorale stesso, questioni che, a partire dalla Lista, la trascendono, divenendo paradigmatiche di una fase e di una serie di contraddizioni oggi presenti tra i comunisti e all’interno del movimento comunista italiano. Il quadro complessivo della UEI risultati elettorali nei diversi paesi dell’Unione europea, pur tra differenziazioni e sfaccettature, ci consegnano:- la vittoria delle destre;- il crollo delle socialdemocrazie;- la tenuta e ripresa delle forze comuniste e di sinistra anticapitalista.Le destre egemonizzano ormai largamente il senso comune dei popoli dell’Unione europea, ma al cospetto di questo dato “superficiale” e facilmente riscontrabile vi è un’altra questione che invece è quasi del tutto elusa (anche a sinistra), per nulla indagata. Si tratta del rapporto oggettivo che intercorre tra la vittoria delle destre e la base materiale di tale vittoria; in altre parole: il rapporto tra le destre politiche vincenti e la matrice dalla quale si formano: l’Unione europea come polo neo-imperialista in formazione, che in virtù della propria natura e nell’obiettivo di entrare in forze nella battaglia internazionale contro gli altri poli imperialisti per la conquista dei mercati, punta a demonizzare culturalmente e politicamente le forze comuniste e anticapitaliste del vecchio continente; a colpire, sottomettere ed emarginare le organizzazioni storiche del movimento operaio (politiche e sindacali), offrendo così un terreno di organizzazione del consenso alle forze della destra e persino dell’estrema destra.È questo un dato importante, decisivo sul piano strategico, poiché chiede a tutte le forze di sinistra (dai comunisti alle sinistre anticapitaliste e d’alternativa della Ue) di abbandonare velocemente ogni illusione riformista sull’Unione europea per intraprendere invece un cammino di lotta, dal carattere antimperialista, volto ad una organizzazione di un conflitto sovranazionale sia contro le politiche euro-atlantiche della Ue che contro le sue politiche liberiste.È questo per i comunisti che in Italia si battono per l’unità e per un nuovo partito comunista unito, un dato particolarmente importante, poiché ci parla della natura che tale partito dovrebbe avere anche nella battaglia contro le derive conservatrici e di destra della Ue.Sicuramente, un altro punto importante messo a fuoco dal dato elettorale delle europee è il crollo – dal carattere storico e su di un’area continentale - delle socialdemocrazie. Esso non è casuale e trova le sue ragioni razionali in un quadro internazionale di nuovo segnato – negli ultimi vent’anni – dal ritorno prepotente della lotta interimperialista per la conquista dei mercati (altro che fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, come fantasticavano gli adulatori di Toni Negri e della categoria dell’Impero).I nuovi poli imperialisti tendono a regolare i rapporti di forza a loro favore per comprimere e diminuire i salari, tagliare le spese sociali per istruzione, sanità, servizi sociali (salario indiretto), pensioni (salario differito), in modo da poter disporre di una quota maggiore di profitto da investire in una spietata competizione interimperialistica globale. Cosa che, regolarmente e senza opposizione di classe – né politica né sindacale - è avvenuta in Italia, ma non solo1. Cosa direbbe, oggi, Luciano Lama, di fronte al grande strazio sociale prodotto: concepirebbe ancora, come prioritaria, la linea della “concertazione” in nome degli “ interessi nazionali”?In questo quadro è rimasto ben poco da redistribuire socialmente e alle forze socialdemocratiche è stata tolta l’acqua ove nuotare. Esse, in questo contesto, perdono di senso storico e ruolo sociale. Il responso elettorale è conseguente.È chiaro quindi che la crisi delle socialdemocrazie e (più strutturalmente) l’impossibilità di fase di intraprendere serie politiche neokeynesiane pone problemi seri

anche alle forze comuniste, che non possono più coprire a sinistra (pena la condanna elettorale, come è accaduto per l’Arcobaleno) alleanze di sinistra moderata prive di ogni afflato riformatore e forza di cambiamento, come la vicenda – più esce dalla cronaca ed entra nella “storia”, e più si rivela politicamente drammatica per i comunisti – del governo Prodi dimostra.Un’altra lezione che ci viene impartita dalle elezioni europee è quella relativa alla tenuta e alla ripresa delle forze comuniste e anticapitaliste, lezione che viene ampiamente a dimostrarci come la “crisi del movimento comunista” sia in verità la crisi del movimento comunista italiano. Ma su questo punto troverete un’ampia analisi nell’articolo del compagno Fausto Sorini.Il quadro italiano:il Pdl non stravinceUn altro dato che occorre tenere in considerazione è quello relativo ai consensi elettorali (per le europee) conseguito dai maggiori partiti italiani. Il PDL di Berlusconi ottiene alle europee oltre 10 milioni di voti (35,3%), perdendone – rispetto alle elezioni nazionali del 2008 – circa 2 milioni; il PD ottiene alle europee oltre 8 milioni di voti (26,1%), perdendone, rispetto al 2008, circa 3 milioni. L’intera destra italiana raggiunge - alle ultime europee - il 54,2%.Le due forze maggiori (PDL e PD) perdono consensi significativi e ciò potrebbe alludere al fatto che nessuna delle due forze ha ancora concluso la fase transitoria di costruzione per divenire partito di massa radicato e strategicamente consolidato e che entrambe queste forze potrebbero essere vittime, in una fase non lontana, di crolli elettorali. Nonostante il berlusconismo sia “venduto” (dallo stesso PDL) come un regime dalla vasta e profonda potenza, i dati elettorali ci dicono che in fondo, rispetto alla veloce e vasta mutevolezza che ha dimostrato avere in quest’ultimo quindicennio l’elettorato italiano, esso non è affatto ancora pienamente stabilizzato, non riesce ancora ad essere pienamente e propriamente un regime.Possiamo forse azzardare una lettura meno contingente e dai caratteri più strutturali: il punto è - crediamo - che il grande capitale italiano non ha ancora scelto definitivamente su quale cavallo politico salire per giungere ad una “democrazia per il profitto” stabile e - da ogni punto di vista - per essa rassicurante. Sintomatico è stato il fatto che, recentemente, anche il Corriere della Sera (oltre a La Repubblica) è sceso in campo - rispetto ai suoi tanti vizi privati e alle sue introvabili pubbliche virtù - contro Silvio Berlusconi. Il Corriere della Sera e La Repubblica: due rappresentanti di blocchi diversi della borghesia italiana uniti contro il capo del governo. Qualcosa si muove? E perché?2 Resta il fatto che il quadro politico è in forte mutazione carsica e che i due blocchi politici maggiori sono in lotta (lo scarto elettorale non così vasto, appunto, lo dimostra) per rappresentare la borghesia italiana. Con quali strategie, con quale forma di regolazione e controllo delle masse in una crisi economica profonda che il padronato sa – ad onta dei proclami ottimistici di Tremonti – niente affatto superata?Tutto ciò non può non interessare i comunisti del nostro Paese, che non dovrebbero cadere di nuovo – come vi cadde il Bertinotti della fase ipermovimentista – nella trappola di Marco Revelli, quella teorizzante l’assoluta sovrapponibilità tra centro-destra e centro-sinistra.Il risultatodella Lista comunistae anticapitalista alle europeeInnanzitutto – come è ovvio – è necessario valutare il dato elettorale: quel 3,4% (oltre un milione di voti) ottenuto dalla Lista, un dato che è stato immediatamente brandito come un simbolo funereo dagli oppositori interni al PRC della Lista comunista e anticapitalista. Alcuni leader dell’area “vendoliana” rimasta in Rifondazione hanno subito strillato ai quattro venti che quel 3,4% era una sconfitta disastrosa quanto quella dell’Arcobaleno e che, dunque, sia la Lista che l’Arcobaleno dovevano essere per sempre archiviati3.C’è da dire che alla critica chiaramente strumentale dell’“area Rocchi” al dato elettorale della Lista si sono – con toni diversi - aggiunte voci di parti della maggioranza, quelle che, partendo da posizioni politiche che si autodefiniscono più “radicali”, da “comunisti di sinistra”, trovano poi un punto solidale con quelle posizioni del PRC, moderate e ormai “post-comuniste”, contrarie all’unità dei comunisti e ad un partito comunista unico in Italia.Ma come giudicare, in verità, quel 3,4% ottenuto dalla Lista? Come giudicarlo obiettivamente e in modo scevro da strumentalizzazioni? Noi non crediamo certo che esso rappresenti una vittoria, è anzi il segno delle difficoltà di un movimento comunista italiano che oggi si trova a pagare per intero il prezzo di decenni di errori e tradimenti dei suoi vari gruppi dirigenti: da quelli dell’ultimo PCI sino alla Bolognina, giungendo alla stagione davvero distruttiva e nefasta del bertinottismo.Tuttavia, questo è un giudizio che, pur essendo necessario, è di tipo generale, strutturale, mentre abbiamo anche il bisogno di circoscrivere quel 3,4% nel suo preciso – breve - contesto temporale, quello che va dalla scelta della Lista sino al voto di giugno, passando per la campagna elettorale. E circoscrivendo razionalmente l’esito elettorale in questo lasso di tempo non possiamo più parlare – come fanno i compagni “catastrofisti”, quelli che formano l’arco che va dagli ex vendoliani ai “comunisti di sinistra” del PRC – di sconfitta bruciante, ma di una sconfitta con molte attenuanti; un dato elettorale, comunque, ben distante dalla Waterloo arcobalenista, un consenso comunista da cui davvero si può ripartire, con speranze razionali di farcela.Parte del PRC ha rematocontro la lista unitariaCosa è accaduto, concretamente, per farci esprimere un giudizio di questo tipo, che rifiuta una lettura catastrofista del voto di giugno?Dal nostro punto di vista, molte e negative cose, in una certa misura addebitabili anche – lo diciamo senza remore e senza ipocrisie – ad una parte del gruppo dirigente nazionale del PRC, la parte che va (ancora) da aree di “comunisti di sinistra” allo stesso compagno Ferrero, segretario del Partito. Innanzitutto occorre ricordare che sul voto “europeo” di giugno, sulla Lista comunista, pesavano due macigni enormi, potenzialmente in grado, da soli, di portare a fondo la Lista: da una parte la sconfitta storica dell’Arcobaleno (bruciante e in grado di produrre ancora onde alte di disaffezione, scetticismo e lontananza del “popolo comunista” dai due partiti comunisti che ne fecero parte) e d’altra parte la pesantissima scissione operata da Vendola e da buona parte del gruppo dirigente storico bertinottiano del PRC poco prima della tornata elettorale: una mazzata politica e simbolica che, perpetrata nelle stesse dimensioni, avrebbe potuto abbattere una forza ben più corposa del PRC e della Lista stessa.Si sono manifestati inoltre seri problemi ed errori (oltre ad ostacoli eretti scientemente, contro la Lista, da parte di alcuni dirigenti del PRC) relativi alla fase stessa della campagna elettorale, che hanno finito per essere determinanti per il mancato raggiungimento del 4%. Gran parte di questi errori sono fioriti sull’albero della “paura comunista”: una parte del PRC – composta da pezzi della maggioranza unita alla minoranza -, per paura che la Lista fosse percepita come l’anticipazione dell’unità dei comunisti, o potesse divenire tale, ha cercato in tutti modi (sotterranei o meno) di smorzare l’essenza comunista della Lista, finendo per danneggiarla, sia sul piano politico e sociale che sul piano mediatico ed elettorale.I risultati di questa pulsione contraria alla Lista si sono visti sin da subito:- La sua stessa costituzione è stata fatta slittare sino all’ultimo, sperando che lo sbarramento per le europee non ci fosse e che dunque la Lista non dovesse farsi, speranza meschina che ha bruciato tanto tempo utile per la campagna elettorale.- Una volta fatta la Lista (obtorto collo, per div

ersi all’interno del PRC) non vi è stato un lavoro assiduo volto a farla divenire popolare, a crearle attorno la necessaria passione popolare (paura massima per i contrari all’unità dei comunisti). La stessa manifestazione di Piazza Navona di fine marzo, diretta a presentarla pubblicamente, è stata fatta – da parte del PRC - in tono minore, col risultato che la manifestazione stessa ne è uscita dimezzata (poca gente, piazza mezza vuota).- All’inizio della campagna elettorale – addirittura! – il Dipartimento Enti Locali del PRC invia una “circolare” a tutto il Partito, a tutte le Federazioni, con cui si chiede di non lavorare (dunque, di sabotare) nelle elezioni amministrative per liste comuni col PdCI, di non utilizzare in quelle elezioni il simbolo per le europee, precostituendo così una situazione diffusa di confusione e di scarsa mobilitazione generale e persino di avversione per la Lista comunista e anticapitalista. In alcune aree, importanti anche sul piano simbolico (Milano, Torino), il messaggio negativo inviato dal Dipartimento Enti Locali passa e la lista unica col PdCI non si fa, ingenerando così uno stato confusionale tra lo stesso elettorato comunista, che vede i comunisti uniti per le europee e divisi per le amministrative: un messaggio che viene dalle metropoli, dunque forte, che aggrava, agli occhi del nostro elettorato, quel senso della divisione già pesantemente alimentato dalla scissione di Vendola e che spinge tanti comunisti (a cominciare proprio da Torino e Milano) a disertare le urne o a cambiare voto.- La stessa scelta di Paolo Ferrero di non presentarsi alle elezioni europee (anche qui: paura di mettere in campo, con Diliberto candidato, un’anticipazione del partito comunista unito) certo non ha aiutato a rendere più prestigiosa e più accattivante la Lista e sicuramente ha partecipato al mancato raggiungimento di quello 0,6% in più col quale oggi i due partiti comunisti italiani sarebbero presenti nel Parlamento europeo.Vi sono state altre questioni che hanno oggettivamente danneggiato la Lista: il vero e proprio oscuramento mediatico (che non si era dato per L’Arcobaleno di Bertinotti né si è dato per Sinistra e Libertà, a dimostrazione di come si muove la borghesia italiana e come si muove lo stesso D’Alema, che ormai da lungo tempo opera per la cancellazione dei comunisti in Italia); il regalo fatto improvvisamente da Giulietto Chiesa a Marco Ferrando, che ha eroso alla Lista proprio ciò che le è mancato per superare lo sbarramento; lo spostamento verso il partito di Di Pietro, operato scientificamente da alcuni “dirigenti comunisti” per danneggiare la Lista: molte cose sono accadute e tutte nell’unico segno: evitare l’affermazione della Lista comunista.La crisi del movimentocomunista in Italia èprofonda e viene da lontanoAbbiamo scritto all’inizio che il non raggiungimento del 4% è il segno - innanzitutto - di una crisi profonda del movimento comunista italiano, che dovrà fare una gran fatica a risollevarsi dai colpi mortali che l’eurocomunismo, Occhetto e Bertinotti gli hanno inferto e dunque è qui la base reale delle difficoltà e lo diciamo affinché non si cerchino risposte consolatorie, anche per il risultato europeo; tuttavia anche le difficoltà contingenti - quelle descritte - hanno certamente partecipato al mancato conseguimento del 4%.Ed è proprio questo micidiale combinato disposto - dato dalle difficoltà oggettive, di carattere strutturale e storico che pesano sui comunisti e da quelle incontrate nella campagna elettorale - che ci fa dire che quel 3,4 % non è da buttare, che è il segno che si può ricominciare, a patto, certamente, che i comunisti giungano ad una decente accumulazione di forze (attraverso la loro riunificazione), tornino a praticare il loro ruolo di soggetto principe nel conflitto contro il capitale, si radichino nei luoghi di lavoro, nei territori, si attrezzino per intervenire, come si diceva un tempo, in ogni piega della società, e si dotino di un corredo teorico e politico all’altezza dell’odierno scontro di classe.È in questo senso che abbiamo sempre proposto, praticato ed interpretato la linea dell’unità dei comunisti: una linea volta a superare la divisione del movimento comunista italiano (unificazione dei due partiti e riassorbimento della “diaspora comunista”) attraverso una ricollocazione del Partito comunista italiano riunificato nel campo della lotta antimperialista e anticapitalista e la ridefinizione di un progetto politico e teorico rivoluzionario, attraverso una linea complessiva (teoria e prassi) volta ad acutizzare le contraddizioni capitalistiche, non a sanarle (obiettivo al quale puntano le sinistre moderate, comprese quelle “bertinottiane”); volta cioè – come primo compito di fase - a far saltare il progetto del capitale (che è quello – ai fini del mantenimento inalterato del potere e del profitto - della pace sociale, “poiché il capitalismo – come oggi scrive chiaramente Slavoj Zizek – può prosperare solo in condizioni di stabilità sociale di base”), per poter cancellare dal senso comune la nozione secondo la quale il capitalismo è natura immutabile e riproporre strategicamente - a partire dalle coscienze intellettuali su posizioni di classe e dalle aree più avanzate e combattive del mondo del lavoro – l’esigenza storica e il disegno di una transizione al socialismo.Sulla crisi del movimento comunista italiano: da molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta “questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e riaprire un’opzione antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro Paese.Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più analitici, possiamo asserire, è che tale involuzione prende corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una provincialistica enfatizzazione del ruolo storico e mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del movimento comunista e antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo (e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e al grande ruolo che oggi gioca, sul piano planetario, la grande triade Russia- Cina – India.); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina” (un passaggio politicamente devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi dell’essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo che torna (dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico della rifondazione comunista, ma sferra un nuovo, letale colpo alla stessa residua autonomia comunista italiana.La crisi capitalisticaè anche un’opportunitàper la ripresa delmovimento comunistaLe attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento comunista italiano (diciamo,

non casualmente, italiano, poiché le ultime elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono, esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva.La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni capitalistiche: già dal prossimo autunno, la crisi del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti, avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa comunista.Questione comunistae unità delle sinistreDunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e - insieme- ad una crisi del capitale che si presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre condizioni:- un’accumulazione di forze (ed è per questo che tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero - per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e diaspora comunista);- una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè la costituzione di un Centro studi avente il compito di dar vita ad una stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi seria della società italiana, che un progetto di transizione al socialismo);- infine, una capacità di unire (sul campo, nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.Oggi, il punto è: come queste tre condizioni possono sussistere e svilupparsi entro la Federazione di sinistra (la chiamiamo, per favore, “comunista e di sinistra”?) che ha preso avvio a Roma il 18 di luglio?Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze comuniste (e cioè il processo unitario tra PRC, PdCI ed altre soggettività comuniste); la ricerca e lo sviluppo di un profilo politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di razza, di scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del berttinottismo e delineare un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe; l’obiettivo di aggregare attorno al cardine comunista la diffusa sinistra anticapitalista e antiliberista: queste tre condizioni possono darsi solo se, entro la Federazione, i comunisti rimangono autonomi, sul piano culturale, politico, organizzativo ed economico; se essi non vengono sussunti nella Federazione; se la Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo soggetto politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe a mano a mano la (residua e già debole) cultura comunista sino a portarla ad estinzione.In sintesi, la questione è la seguente: la costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra.Se questa distinzione verrà mantenuta potranno darsi – dialetticamente - sia la costruzione di un più forte partito comunista che quella dell’unità della sinistra di classe. Se tale distinzione cadrà, saremo di fronte al fallimento di entrambe le opzioni.Dobbiamo saper criticamente riassumere, da materialisti, le lezioni della storia. E ricordare, dunque, che esperienze di federazioni di sinistra, in Europa, si sono già avute e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia, il tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da Maria Damanaki (oggi finita, significativamente, nel Partito Socialista greco) di cancellare, attraverso la Federazione, l’autonomia del Partito comunista di Grecia è finito in una scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna, nell’ormai lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista spagnolo ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa Izquierda – animale politico ambiguo più che mai, quanto moderato – è ormai di fronte al proprio fallimento politico ed elettorale.Ripetiamo: la questione non è quella di rifiutare, in Italia, la Federazione, anzi dobbiamo ribadire il fatto che l’unità della sinistra di classe non è solo, socialmente, “giusta in sé”, ma - se ben condotta - è anche base materiale di rafforzamento della stessa opzione comunista; la questione è che essa non deve divenire la tomba dell’autonomia comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di trasformarsi - bertinottianamente, vendolianamente - in un nuovo partito politico, in un nuovo Arcobaleno. Lo diciamo perché, invece, le pulsioni alla sua trasformazione in un nuovo partito politico di sinistra sono potenti. Fare di essa una Die Linke italiana, ha affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a Roma, il 18 luglio; mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti politici di Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista rivoluzionario, riprendendo interamente lo spirito e la lettera della Seconda Internazionale. Ed è stato lo stesso Cesare Salvi, nella relazione introduttiva al convegno romano della Federazione, a porre chiaramente il problema della “necessità”, per ogni soggetto della Federazione, di praticare cessioni di sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello Statuto dei primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si chiedeva ai vari soggetti (soprattutto al PCE, che era il soggetto più forte) di cedere sovranità, negandogli, in due articoli decisivi, la possibilità di sviluppare una politica internazionale autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la cessione continua di sovranità è stata la causa essenziale del declino profondo dei comunisti spagnoli. La cessione di sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e PdCI.I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a condizione di poter sviluppare, in piena autonomia, una politica antimperialista e anticapitalista. Se ciò non fosse possibile, per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento comunista italiano si avvierebbe alla fine. È stato il compagno Claudio Grassi a chiarire che la questione centrale non è quella di “quale contenitore” debba essere la Federazione, ma che cosa essa debba fare sul terreno della lotta sociale e politica: è l’impostazione giusta. Ed è stata la compagna Manuela Palermi, nel convegno romano del 18 luglio, a ribadire con forza l’esigenza – anche all’interno della Federazione – di mantenere e sviluppare l’identità comunista.È questa la strada: autonomia comunista e unità della sinistra anticapitalista. Se questo rapporto dialettico si rompesse a favore di una deriva izquierdista partitica, l’unità dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia, per le condizione date, forse per un lungo periodo non troverebbero più modo di prendere forma e concretamente realizzarsi.Riprendere e intensificare l’iniziativa per l’unitàdei comunistiIn questa situazione sarà quanto mai opportuno che tutti i compagni, tutti i comunisti, dentro
e fuori il PRC e il Pdci, che si sono battuti in questi anni - ed aspirano oggi - a sviluppare una presenza comunista organizzata in Italia, sappiano prendere le opportune iniziative volte a costruire momenti reali – possibilmente permanenti e non solo occasionali – di unità comunista, sviluppando coordinamenti e forme di cooperazione organizzata per affrontare questioni essenziali per la costruzione di una linea politica comunista: – la costruzione di un sindacato unitario di classe e il ruolo dei comunisti; antimperialismo e solidarietà internazionalista; l’organizzazione, lo sviluppo e diffusione di una cultura critica marxista nelle condizioni del monopolio capitalistico dei mass media; gli immigrati quale parte più sfruttata e oppressa del proletariato…Su queste e altre questioni occorre favorire e organizzare il confronto tra i compagni, che hanno bisogno di parlare concretamente di esse, non in termini “politicisti”, non nell’ottica dei microschieramenti e microgruppi interni o esterni ai due partiti comunisti, ciascuno a guardia del proprio microspazio con la propria etichetta doc; occorre tornare ad analizzare il reale con gli strumenti dei comunisti, e tornare ad essere i promotori e i protagonisti di lotte di massa, di resistenze sociali, politiche, culturali, alla gestione capitalistica della crisi.Nella UE, in Italia in particolare, tutti gli indicatori ci parlano di un acutizzarsi della crisi che colpirà pesantemente i lavoratori, in primis i precari, e gli strati più deboli della società. I comunisti possono, debbono, essere i promotori della resistenza proletaria alla crisi del capitale. Possono, se sapranno praticare concretamente l’unità, superare visioni tatticistiche e particolaristiche, di piccola bottega, che tanto danno hanno fatto anche negli ultimi tempi; se sapranno, lavorando a fianco a fianco - compagni del Prc, del Pdci, della Rete dei comunisti, e i tanti della diaspora comunista -, volare alto, nella consapevolezza che si gioca oggi una partita importante, forse fondamentale per la presenza di una politica comunista in Italia.Questa rivista, che ha la grande ambizione nel nome che porta, di coniugare ragione marxista e generosa dedizione rivoluzionaria, e i compagni che ad essa fanno riferimento e ne hanno reso possibile col loro lavoro quotidiano la quasi ventennale pubblicazione, sono impegnati ad essere promotori e punti di riferimento per le iniziative culturali, politiche, di lotte sindacali e nei territori, nella difficile battaglia per la ricostruzione in Italia di un partito comunista adeguato alle terribili sfide del nostro tempo.Note1 Cfr. i dati sui salari europei nell’articolo di Stefano Barbieri nelle pagine di questa rivista.2 L’articolo di Domenico Moro fornisce elementi di analisi sul blocco sociale berlusconiano e le sue incrinature nella fase di crisi.3 Con una contraddizione interna non da poco: asserito ciò, Rocchi, Rosi Rinaldi e compagni propongono la strategia di costruzione di una “sinistra” che somiglia ancora come una goccia d’acqua ad un Arcobaleno con un altro nome.

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