La lotta di classe dopo la lotta di classe”

“La lotta di classe dopo la lotta di classe” 

Nel libro “Lotta di classe dopo la lotta di classe”, Luciano Gallino descrive come e perché la lotta di classe oggi c’è ancora, ma è praticata solo delle classi dominanti contro la base, i lavoratori, il ceto medio. Ecco un passo molto significativo:

“La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che possiamo definire genericamente i vincitori sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. Dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. Questo è il mondo del lavoro nel XXI secolo, così è cambiata la fisionomia delle classi sociali, queste sono le norme e le leggi volute dalla classe dominante per rafforzare la propria posizione e difendere i propri interessi. L’armatura ideologica che sta dietro queste politiche è quella del neoliberalismo, teoria generale che ha dato un grande contributo alla finanziarizzazione del mondo e che ha avuto una presa tale da restare praticamente immutata nonostante le clamorose smentite cui la realtà l’ha esposta. La competitività che tale teoria invoca e i costi che la competitività impone ai lavoratori costituiscono una delle forme assunte dalla lotta di classe ai giorni nostri. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, politiche di austerità che minano alla base il modello sociale europeo”.

Continua Gallino nel suo libro col dire  che i problemi che hanno spazio e visibilità in questo periodo storico, di fatto, sono solo: l’Unione Europea; il debito pubblico; il pil; il fatto che avremmo vissuto al di sopra dei nostri mezzi; che sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato; che agevolare i licenziamenti crea occupazione; che la funzione dei sindacati è esaurita; che il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, scuola, previdenza, sanità; infine che la globalizzazione impone la necessaria moderazione salariale”. Insomma il welfare state, per i signori del mercato globale e di tutti i suoi cantori, è diventato, di fatto, l’unico problema di tutti i mali che affliggono il nostro sistema. Questo ed altro ancora denuncia Gallino.

Chi ha vissuto in fabbrica gli anni ’60 e ’70, ricorda bene quando la lotta di classe era praticata dal basso e gli effetti postivi che ne scaturirono. Furono realizzati risultati in termini di aumento dei salari e conquista di maggiori diritti e tutele nei luoghi di lavoro, in una parola conquistammo un autentico welfare state degno di una democrazia e il punto più avanzato di queste conquiste si realizzò nel 1970 con lo “Statuto dei Lavoratori”, legge 300/70.

L’assurdo di tutto ciò è che il sistema capitalista, ora che ha raggiunto il massimo della sua crescita, sta strozzando l’economia per l’eccessiva volontà di accumulazione. Quindi è facile capire che si sta condannando da solo a sparire. Il motivo è semplice: il sistema capitalista vive e allarga il suo potere e la sua influenza, se tiene conto che il consumatore è altrettanto importante quanto il produttore e mette in atto tutte le condizioni affinchè il produttore abbia le risorse necessarie per spendere, per comprare e consumare quanto egli stesso produce. Se un produttore non consuma, il sistema crolla. Ma tanto ci hanno ridotto le disponibilità della nostra esigua borsa, che questo mondo finanziario non ci lascia margini di consumo; di conseguenza il sistema è destinato a crollare. Come dire, stanno trascurando del tutto la lezione sul liberalismo di Adam Smith, il quale spiegò: Nelle società moderne la ricerca che ciascun individuo fa del proprio tornaconto personale può e deve essere compatibile con il benessere collettivo”. Il comportamento attuale della finanza internazionale invece fa venire in mente la favola della rana e dello scorpione. Questa favola è utilizzata per indicare il comportamento di alcune creature che, incontentabili, trascurano le conseguenze delle loro stesse azioni. Del resto, se noi chiedessimo a questi poteri finanziari come mai sono così poco accorti se non addirittura autolesionisti, ci risponderebbero come lo scorpione rispose alla rana: è la mia natura”. Quindi, solo alla voglia insana di far soldi con i soldi rispondono i loro impulsi, ma inevitabilmente ciò li porterà al suicidio del loro stesso sistema economico. E così sia! 

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 9/10/2013

 

 

 

 

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