LA FIERA ELETTORALE 2.0

le pecore

LA FIERA ELETTORALE 2.0

Come volevasi dimostrare: tutti hanno vinto, nessuno ha perso, paradossale! Certo, ormai tutto si consuma, si assorbe in modo virtuale, perché non dovrebbero essere virtuali e manipolabili anche i risultati elettorali? Comunque, se uno ha perso e vuol dirsi vincitore di qualcosa, perché negarglielo? Contento lui…

Però, la mia modesta opinione mi suggerisce che hanno invece perso un po’ tutti. Quando un 50% circa non si reca al seggio, un buon 50% l’hanno già perso un po’ tutti. O no? Quel grande scrittore, Premio Nobel per la letteratura, Josè Saramago, con il suo libro “Saggio sulla Lucidità”, aveva addirittura raccontato di una terribile reazione da parte delle autorità costituite contro i “biancosi”, cioè, gli elettori che  lasciavano la scheda in bianco, quindi, rifiutandosi si esprimere un voto a favore di una delle tre formazioni politiche: il p.d.d. (partito di destra), il p.d.c. (partito di centro), e il pds (partito di sinistra).

Qui da noi invece il problema è inesistente, anzi, arrivano addirittura a dirsi tutti vincitori pur essendo stati abbandonati da milioni di elettori che non si sono neanche presentati al seggio. Si direbbe, con superficialità, che è più tollerante il potere qui da noi rispetto a quanto ci ha raccontato Sarago in quella “Città Stato” da lui descritta. In realtà, qui da noi, si tratta solo di insipienza politica, menefreghismo della prassi democratica e tanto tanto amore per le poltrone, per il potere, che comunque non pensano nemmeno lontanamente che una metà di elettori che non esercitano un loro diritto possano scalfire il loro potere consolidato.

D’altra parte c’è chi giura che una democrazia matura in tutto l’Occidente si reca a votare mediamente molto meno del 50% degli elettori. Quindi, se in Inghilterra e tante altre nazioni, molto democratiche (?), ciò avviene senza intaccare la bontà della democrazia, perché noi dovremmo scandalizzarci del 50% che non esprime un voto? Anzi sono anche troppi coloro che si recano a votare! E non manca chi giura: “è vero, abbiamo perso voti ma siamo più forti”.

Di Certo possiamo solo dire che non sentiremo più la solita cantilena del dittatorello fiorentino che ad ogni piè sospinto tirava fuori il suo 41% che incassò nelle ultime elezioni europee, d’ora in poi parlerà del 41 bis?. Adesso, inoltre, sarà costretto a fare i conti un po’ più dettagliatamente con la sinistra del suo stesso partito. Nel frattempo esplode l’ennesima bomba giudiziaria, ancora esponenti del PD e della destra nelle varie formazioni, finiscono in galera come incalliti corruttori e corrotti. Ma pare che tutto è ormai un ruba ruba generale e non solo in Italia, ma con il calcio abbiamo scoperto che  il vizietto della corruzione ha carattere mondiale, anche se non credo che saranno capaci di eguagliare i nostri furfanti in numero di corrotti e corruttori e consistenza in tangenti.

Da noi poi, persino le coop hanno imparato a navigare nel torbido, infatti:

Penso che l’inglese Robert Howen, socialista utopista che ideò le cooperative come alternativa al capitalismo e l’anarchico russo Michail Bakunin che ne realizzò tante anche in Italia, si stanno di certo rivoltando nella tomba di fronte agli scandali che hanno coinvolto le cooperative come fossero delle ordinarie impresa private a carattere capitalista. L’idea di fondo era:“La produzione industriale e agricola è fondata non più sull’azienda, ma sulle libere associazioni, composte, amministrate e autogestite dai lavoratori stessi attraverso le assemblee plenarie.”(Bakunin).  Quindi, partecipazione diretta dei lavoratori e superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è chiaro?.

La società dei magnaccioni:

Per noi sì, ma la cupidigia del denaro ha corrotto tutte le buone intenzioni e son finite anche le coop a rincorrere lo stesso profitto dei capitalisti prima e ora anche a fare concorrenza sulle tangenti, e a quanto pare, non sono seconde a nessuno. Nè tanto meno si può dire qualcosa di buono delle coop bianche e clericali nonchè di Comunione e Liberazione con le sue varie attività imprenditoriali sempre un gradino sopra la legge. Che brutta fine hanno fatto tutti quei sani principi di sinistra e cristiani che le hanno ispirate. Povero quel prete , don Luigi Giussani, che tanto si era speso nell’organizzare Comunione e Liberazione, anche questo si starà rivoltando nella tomba. Tutti questi buoni propositi, sia laici che religiosi erano rivolti nell’interesse dei lavoratori e nel vano tentativo di sconfiggere per sempre lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, invece…

F.to pagliatano

Collepasso, 6/6/2015

 

  1. Argent'Uccio 6 giugno 2015, 13:31

    Il governo è comunque ancora saldamente nelle mani del Pd e dei suoi alleati. E’ un dato di fatto certamente importante ma è presto per dire se il modello ligure sarà seguito in futuro dal centrodestra e specie quando si voterà per le politiche. Oltre al fatto, tutt’altro che marginale, che le leggi elettorali sono diverse e che nelle elezioni politiche la presentazione di un programma di governo davvero comune e non ambiguo è assai più importante agli occhi degli elettori rispetto al rinnovo delle regioni,

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  2. Regionali e comunali oltre ad aver rappresentato momenti di confronto e sorpresa per gli equilibri tra renziani, sinistra e tutto quello che resta a destra del Pd hanno offerto il dato incontrovertibile dell’astensionismo. Quasi la metà degli aventi diritto non è andata a votare. Colpa del sole, del mare? O forse colpa della stanchezza dalla politica o dell’assenza di una offerta politica adeguata?
    Effetto impresentabili o semplicemente mancanza di reale offerta politica per i cittadini? Sarà quel che sarà ma sta di fatto che il livello di soddisfazione per queste elezioni è stato molto basso. Il 48% afferma con decisione di non essere “per nulla” soddisfatto e il 31% poco. Quindi la percezione negativa degli esiti ottenuti raggiunge praticamente l’80%. C’è poco da discutere allora sui candidati che hanno passato il turno e il loro ruolo guida del centro destra e del centro sinistra. Resta solo e abbastanza evidentemente uno spazio politico che queste elezioni non sono riuscite a colmare.

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  3. La visione tradizionale della democrazia rapptesentativa stabilisce una divisione di compiti molto netta tra i cittadini e gli eletti: i primi votano, i secondi decidono. Ma questo modello di partecipazione ha davvero una effettiva capacità di influenzare gli eletti? Ma quando anche i partiti ed i movimenti politici fossero eccellenti strumenti di partecipazione e quando anche i media fossero dei veri watchdogs, basterebbe tutto questo a rendere efficace ed effettivo il concorso dei cittadini alla vita democratica?In buona sostanza, la democrazia pluralistica, nei fatti, dimostra consistenti lacune nei meccanismi di partecipazione. Nessuno può pensare che la vita democratica si esaurisca nel momento del voto. Il problema è come assicurare un continuo flusso di informazioni e di comunicazione di esigenze tra elettori ed eletti, senza accontentarsi solo di ciò che possono fare i partiti e i media.

    Eppure, mentre dall’alto il processo decisionale tende a massimizzare la sua efficacia, abbattendo i tempi di discussione ed eliminando ogni dimensione di interlocuzione intermedia, dal basso il corpo sociale non sembra poi così disposto a rinunciare ad una propria sede in cui far valere interessi e domande. Infatti uno dei paradossi delle democrazie contemporanee sembra risiedere proprio nella distonia tra aumentata richiesta di nuovi strumenti e percorsi di partecipazione politica e di rappresentanza e la crescente defezione rispetto ai tradizionali canali della partecipazione. Ci si trova difronte ad visione moderna della rappresentanza deglì interessi che non è solo azione a tutela o promozione di interessi profit o non profit, ma è momento di articolazione della partecìpazione democratica.

    Tale fenomeno ha assunto una dimensione maggiore, soprattutto con la crisi dei partiti politici, tradizionali mediatori degli interessi della società civile presso le istituzioni pubbliche, ed è sembrato configurarsi quale succedaneo della rappresentanza politica.

    L’attività dei portatori di interessi è sempre esistita ed esiste in qualsiasi società evoluta. L’obiettivo è di rendere trasparenti le attività, le finalità e gli seopi, i mezzi umani e finanziari impiegati, i gruppi che muovono tali interessi e di razionalizzare un’attività già presente ma non regolata, per fornire al decisore pubblico uno strumento e un supporto chiaro con obiettivi e finalità ben definite, al tempo stesso, garantire ai cittadini il diritto di conoscere le ragioni sottese alla decisione pubblica.

    In questo senso, parlare di rappresentanza degli interessi o lobbying potrebbe significare parlare di democrazia, di trasparenza e di partecipazione dei processi decisionali, di informazione pubblica sulle modalità con cui le leggi, i regolamenti, i provvedimenti frutto del potere pubblico sono assunti. Ma spesso la parola lobbying è usata quasi sempre a sproposito come sinonimo di attività illecite o traffici immorali e come un generico passepartout per dire che esiste una qualche forma di influenza del mondo degli interessi nelle decisioni pubbliche.

    Solo in un contesto giuridico regolamentato, è possibile inserite la rappresentanza degli interessi, o l’attività di lobbying, all’interno dei processi partecipativi del modello democratico. In assenza di ciò, il rischio è il prevalere di tecniche e strumenti di persuasione che scivolano verso gli stereotipi negativi del clientelismo, dello scambio, del rischio di corruzione, che pure sono tratti presenti in forma degenerativa nel fenomeno. Tutto questo nuoce, in maniera complessiva, alla fiducia che i cittadini nutrono verso l’intero sistema politico, la cui classe politica viene considerata permeabile agli interessi particolari e poco attenta a deliberare nell’interesse collettivo.

    Molto si poteva e si può fare per disciplinare il rapporto tra i gruppi di interesse e le istituzioni politiche, ma nulla è stato fatto ad oggi.

    Oggi parlare di rappresentanza degli interessi o di lobbying con cognizione di causa è molto diftlcile sia per i polìtici che per i mass media. Rompere questo tabù è fondamentale per un più ampio, informato ed articolato dibattito pubblico sul tema, non relegando la questione ai pochi gruppi di specialisti del settore e ai politici di professione. E’ sempre più necessario, in una logica partecipativa, avviare iniziative di informazione sulle intenzioni legislative in materia, seguite da una o più consultazioni aperte a raccogliere le opinioni e le motivazioni dei cittadini, delle associazioni, dei professionisti del settore e dei gruppi operanti nel mondo della rappresentanza degli interessi particolari.

    L’esempio può essere il sistema d’informazione/consultazione partecipata prevista dalla Commissione europea con Iniziativa europea per la trasparenza del 2006, che ha organicamente inserito i contributi giunti da associazioni di categoria, gruppi della società civile organizzata, organizzazioni non governative e associazioni no profit, cittadini, portatori di interessi pubblici nel Quadro di riferimento per le relazioni della Commissione con i rappresentanti degli interessi del 2008, grazie al quale è stato creato il Registro della Trasparenza.

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  4. Se si vuole far nascere in Italia una politica credibile occorre che questa recuperi, attualizzandole, le sue radici culturali più avanzate, alcune delle quali risiedono nel passato, nel suo rapporto con la modernità, il dinamismo, la leggerezza, la velocità, l’eclettismo, la capacità di traguardare oltre il presente, di guardare lontano, di immaginare mondi.
    La “politica che non c’é” deve voler capire la scienza, attrezzarsi per immaginare un futuro desiderabile ed agire per determinarlo, deve comprendere oggi le conseguenze delle tecnologie emergenti per regolarne utilmente le applicazioni, deve studiare i mutamenti sociali per intuirne il corso e lenire i disagi, deve avere il coraggio di spingersi oltre le Colonne d’Ercole che segnano il confine tra il noto e l’ignoto.
    In altre parole deve darsi sostanza, altrimenti continuerà ad essere ciò “che non c’é” e l’Italia continuerà ad andare alla deriva.
    Non c’è difatti politica possibile senza un retroterra culturale capace di alimentare una visione, una concezione del futuro, in particolar modo se si afferma di concepire la nazione quale comunità di destini, se non altro perché i destini attengono al futuro, sono il futuro di un popolo.

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  5. 1, nn, 100mila 5 luglio 2015, 13:45

    Noto con dispiacere, che in politica in generale non esistono più gli avversari come una volta, ma solo dei nemici da combattere ed annientare ad ogni costo. Il problema fondamentale della politica italiana è che in questo nostro Paese non ci si fida più di nessuno, né degli amici, né tantomeno dei competitori politici. E’ ormai da tanti anni che molti politici, in particolare quelli attuali, invece di pensare al presente e per costruire il futuro, provano un gusto che definirei macabro a pescare nel torbido del passato e tirarsi addosso le peggiori offese. Credo in particolare, che sia necessario un serio lavoro di confronto tra le varie culture per individuare ciò che unisce e non solo per fare a gara su ciò che divide. Perché l’impressione è che caduto un muro se ne alzi un altro per non risolvere i problemi dell’Italia. Penso invece, che nella storia recente ed in quella più lontana, la ragione e la verità non sono mai state da una sola parte. Nessuno ha mai avuto ed ha il monopolio della bontà o della malvagità. Si può insomma sposare una causa giusta per convenienza, così come se ne può sposare una sbagliata per convinzione. La buona fede riscatta qualunque errore purché nel momento in cui lo si commette non lo si ritenga tale. Bisogna in fin dei conti che entrambi gli schieramenti guardino di più al futuro e lavorino con cuore e ingegno per la nostra Nazione.

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  6. Una volta, la politica non era questo…. All’epoca non ci si esprimeva così ; io parteggio per Berlusconi, io sono il pretoriano di Renzi, io sono l’ancella di Grillo. Quando una persona si identificava politicamente e si schierava diceva: io sono comunista, io sono democristiano, io sono missino !
    Credo non ci sia nessuna politica possibile senza un retroterra culturale capace di alimentare una visione, una concezione del futuro, in particolar modo se si afferma di concepire la nazione quale comunità di destini, se non altro perché i destini che attengono al futuro, sono il futuro dei cittadini.
    Obiettivamente credo di sprecare parole, anzi, pensieri al vento…, perchè, tra i politici di entrambi gli schieramenti c’è un muro invalicabile! Infatti, oggi la politica è fatta solo di personalismi, vige la regola ferrea del: “Chi sei tu e chi sono io”, non esistono più valori n’è tantomeno ideali.
    ERA MEGLIO QUANDO ERA PEGGIO…!

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