LA DITTATURA DEL DENARO

GIUSEPPE.2

LA DITTATURA DEL DENARO

 (di Errico Pietro Giuseppe)

Nonostante la mia tavolozza di colori non sia molto ricca,  vorrei provare a “pittare” quei  pochi pensieri che ho trovato nascosti  nei  versi di Salvatore Quasimodo.

Una volta, quando a marinare la scuola erano ancora i Pinocchi e i Lucignoli, capitava che almeno una volta a settimana dovevi  imparare a memoria qualcosa che spesso neanche capivi. Del resto, non erano ancora molte le primavere vissute. Da poco sedevo  in quel banco di scuola e poco mi importava se l’aquilone del Pascoli volava e cadeva con piroette disegnate nel cielo. Certamente era più divertente farlo volare davvero.

Io, dicevo, ero più bravo.  Nelle mie mani quell’aquilone, durante l’estate, aveva steso un  lunghissimo  filo nella sua corsa verso la Luna.

Era il 19 luglio del 1969. L’umo era partito alla conquista della luna. Mio padre, emigrante in Germania,  era venuto in ferie.

“Ferie”,  una parola che ricordo bellissima.

Durante le ferie tornava mio padre e alla gioia di poterlo abbracciare aggiungeva, ogni volta, dei piccoli doni. Mi diceva che in Germania, veniva pagata ogni mese una piccola somma da spendere in giocattoli per i figli degli operai. Che popolo i tedeschi!

Quell’anno aveva portato un giocattolo strano: era la riproduzione del  Lem sbarcato sulla luna. Si muoveva da solo, girava a desta e sinistra e poi,  fermandosi,  apriva un portello da cui usciva l’astronauta  pronto a scendere sulla luna.

Insieme a quella macchina strana, mi aveva portato anche un aquilone . Non era di carta, non aveva i soliti sostegni di canna. Era un prodigio di plastica con sopra l’immagine di un’aquila ad ali spiegate.

Quella mia aquila volava così in alto nel cielo che quando, il giorno dopo,  ascoltai le parole pronunciate da  Neil Armstrong : “Houston, qui Base della Tranquillità. L’Aquila è atterrata” pensai subito che ciò era accaduto grazie a quell’aquilone.

Per anni ho ricordato quel giorno e quando poi a scuola mi fecero imparare a memoria la poesia del Pascoli, cominciai a prendermi gioco di quel povero padre che stentava a far volare il suo aquilone e certamente non sarebbe mai arrivato, come me, sulla luna.

Qualche anno dopo, con Leopardi, conobbi un garzoncello scherzoso a cui qualcuno cercava di spiegare che

“ ..cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave. 

 

Qualcosa era già successo nella mia vita. Avevo affrontato qualche prima difficoltà di una famiglia in difficoltà. Poi ancora, avevo  conosciuto quello strano peso, di piombo, che le malattie caricano su chi è vicino ad una persona cara. Poi le prime sconfitte, che avevo già imparato ad affrontare a muso duro, sempre attento a non farmi compatire da nessuno. “Meju  castimatu ca compatuto”, era il mio credo.

Quando imparai la poesia di Leopardi, volai immediatamente a quel 19 luglio: la vigilia della conquista della luna. Era il mio compleanno, c’era mio padre, la mia aquila ed io che avevo già scoperto il desiderio  di conquistare la “luna”.

Non potevo cedere al pessimismo di Leopardi e, imparando a memoria, quella poesia trasformai i giorni che da lì venivano in continue vigilie di altri giorni che speravo di festa.

Mi accorgo che ancora, la mia infinita vigilia, non è ancora finita. Non è ancora pronto il  sole a sorgere in quel  giorno di festa che forse non avrò mai la voglia di conoscere.

“…stagion lieta è cotesta”  continuo a ripetere a me stesso.

 

1982. Esame di maturità. Anche allora, come quest’anno i mondiali di calcio. I gol di Paolo Rossi e Tardelli. Notte prima degli esami, di Antonello Venditti. Studiavo insieme a Simonetta e imparavo a memoria  la poesia di  Salvatore Quasimodo “Alle Fronde dei Salici”:

 

“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,…
…Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,…”
La poesia esprime tutta l’amarezza del poeta per l’oppressione del “piede straniero” dei nazisti, che hanno invaso l’Italia.

Non capivo cosa aveva da rimproverare Quasimodo ai Tedeschi che obbligavano gli operai ad acquistare giocattoli per i loro figli.

Perché si sentiva così impotente al punto di chiedersi  quale fosse  realmente il significato ed il valore della poesia di fronte agli orrori della guerra.  Addirittura, meglio tacere e appendere le  cetre, simboli del loro canto, ai rami dei salici. Lo diceva con tono così solenne e meditativo che per farlo richiamava un salmo biblico in cui si raccontava  la prigionia degli Ebrei a Babilonia.

Una tragedia raccontata con le stesse parole di un’altra tragedia.

Che forza i poeti!

La loro sola arma è la parola e, quando la realtà diventa difficile da capire, da interpretare, arrivano con la forza di quella parola e svelano quel tuo stato d’animo, quella tua sofferenza che ti morde l’anima e ti fa appendere alle fronde di nuovi salici ogni desiderio di futuro.

Oggi il piede straniero non ha più le scarpe chiodate dei nazisti. Oggi il piede straniero non ha bisogno di appendere i nostri figli al palo del telegrafo, non abbandona i corpi, sull’erba dura di ghiaccio, nelle piazze. No, oggi il piede non è più neanche straniero.

Sono trascorsi i tempi in cui ci si combatteva in nome dei propri principi, delle ideologie, delle utopie.

La tua vita per l’onore delle case regnanti.  Mille i motivi, mille gli eroi e i cavalieri.

Oggi il piede straniero è il denaro.

Certamente anche una volta nelle competizioni  militari scorrevano fiumi di denaro. Il denaro per armare, il denaro per corrompere, il denaro per tradire.  Il denaro per il potere.

E’ sempre stato così: il denaro produce potere, il potere produce denaro. Nonostante ciò, il rapporto tra denaro e potere non ha mai raggiunto il livello di barbarie raggiunto in questi ultimi venti anni, mai.

Una volta si parlava di ricchezza  e la parola era rapportata alla proprietà immobiliare, al dominio sulle persone, all’esercizio di un potere. Il denaro non è mai stato sinonimo di ricchezza. Non era necessario per fare la distinzione di una posizione sociale.

La distinzione non era tra ricchi e poveri dal punto della disponibilità finanziaria. C’erano i potenti e c’erano gli umili. Potevano esserci ricchi non potenti e in qualche caso potenti poveri.

Il denaro non era un fine ma un mezzo. Un mezzo per costruire strade, chiese, acquedotti. Un mezzo per armare gli eserciti, per organizzare spedizioni coloniali. Finanziare lo splendore di una casata attraverso la produzione di opere d’arte, investire nell’impresa, nell’industria e vantarsi di essere “il capitano”. E poi per ognuno, il denaro poteva rappresentare un piccolo gruzzolo su cui costruire il futuro per i propri figli o garantirsi una serena vecchiaia.

Raramente è stato preso in considerazione il principio che il denaro potesse servire per produrre altro denaro. A lungo la Chiesa Cattolica ha guardato con sospetto e  condannato questa pratica. Lutero, poi si distinse in questa condanna e mai, anche quando le pratiche commerciali richiesero la necessità di porre in essere, attraverso le Casse di Risparmio o i Monti di Pietà dei prestiti finalizzati, il traffico di denaro era fine a se stesso.

Oggi non è più così. Il successo di una posizione sociale, dipende direttamente dalla disponibilità di denaro.

L’accumulo di denaro è ormai finalizzato a se stesso. Non esiste spinta diversa se non quella di possedere più denaro. Non serve per realizzare opere, bisogna solo accumulare. La finanza speculativa si preoccupa esclusivamente di impiegare denaro per produrre altro denaro e un impiego fuori da questa spirale è solo secondario, marginale.

Oggi si combatte per il denaro. Le guerre sono diventate “tempeste” finanziarie. Ci sono generali (i finanzieri), le loro truppe (i promotori), le loro organizzazioni (gli istituti bancari) e, purtroppo, anche le vittime (piccoli risparmiatori, e lavoratori). In questa guerra però si usa un’arma che nello stesso tempo è arma e scopo: il denaro.

Vincere questa guerra è possibile solo se si ha denaro. Molto denaro. Più degli avversari. Il fine coincide con i mezzi, è una patologia. E’ autoreferenzialità. E’ nichilismo puro. E’ l’esistenza di qualcosa che si giustifica solo in se stessa e diventa aggressiva, totalizzante, distruttiva. Un serpente che si nutre mangiandosi la coda, che non si accontenta di rimanere tale e quale. La finanza fine a se stessa ha bisogno di crescere continuamente per potersi salvare.

Come si fa a non comprendere la contraddizione fra questa finanza e lo stato.  Nel regno del denaro mezzo-fine solo chi ha più denaro vince.  E chi se non lo Stato, stampando enormi quantità di moneta, può  vincere questa guerra. Ecco quindi che lo Stato diventa nemico comune: oppressore delle libere energie sociali,  parassita che approfitta della ricchezza prodotta da altri, impaccio per il progresso.

Un nuovo paradosso da aggiungere ad altri già noti. Uno strumento prodotto dallo stato come mezzo di progresso, un bene comune che, attraverso l’egoistica appropriazione di alcuni, diventa fine e nello stesso tempo contraddizione dell’esistenza stessa dello stato. Il potere nemico del potere. Il potere politico annullato dal potere del denaro e in questa lotta di un potere  contro l’altro potere, spesso combattuta dietro le quinte, in segreto,  si snodano tutte le vicende che hanno portato lo Stato, l’Italia, nella condizione attuale. Il senso dello Stato contro il senso degli affari.

Come non vedere tutte le vicende che dal dopo guerra ad oggi hanno insanguinato il nostro paese. Come si può reggere al ricordo di eroi famosi e non, che contro questo stato di cose si sono ribellati.

Falcone e Borsellino, i più famosi, riassumono nel numero una guerra che conta migliaia di vittime.

Un antistato nello Stato che accumula denaro per accumulare potere, concentra potere per accumulare denaro e depista, denigra, uccide, desertifica e avvelena interi territori.

Inquina l’ambiente con il denaro sottratto alla gestione dei rifiuti, inquina le coscienze corrompendo quelli che dovrebbero essere irreprensibili funzionari di stato. Perseguita chi fa il suo dovere e premia chi è utile alla causa.

Paradosso nel paradosso è poi la continua ricerca di una riforma costituzionale che dia più potere decisionale a chi deve decidere.

E’ disposto a comprendere l’esimio professore, rappresentanza di tutti i professori  che affollano la scena politica e sociale italiana, che, allo stato  attuale della politica, rafforzare il potere di decidere significa consolidare quell’impasto di potere-denaro rendendolo intoccabile e le cui conseguenze degenerative già conosciamo?

Lo confesso, ogni tanto, cedo alla tentazione di leggere le bacheche di facebook  di qualche esimio e non personaggio collepassese.  Ammetto che le amenità si sprecano. Non ho paura con queste mie affermazioni di offendere chicchessia  ma io mi sento offeso quando qualcuno pur potendo approfondire il senso della storia che stiamo vivendo esprime pareri come questo che riporto:

 

“Chi di streaming ferisce, di streaming perisce.
Bravo Renzi e, giacchè ti trovi, fai pagare a quel manipoli di ragazzotti/e anche l’ umiliazione di Bersani, Letta e la tua.
E fate partecipare la divinozza Lombardi e il bombolone Crimi : altro che Ballarò!”

 

Leggendolo, sono rabbrividito. Cui prodest?

Ma non sono i grillini che offendono!

Pur condividendo qualcosa del M5S, sono pronto anch’io a criticare quel loro modo di essere. Ma quando leggo: “manipolo di ragazzotti” non posso non tornare con al memoria  a Rosario Livatino, definito da un altro “vecchio”, come re Giorgio, che non sapendosi staccare da una carica che comporta onori ma soprattutto “altro” ebbe a definirlo il “giudice ragazzino”.

Isolare, denigrare, offendere gratuitamente  chi democraticamente lotta per l’affermazione di principi, cardine del vivere civile, deve sentire la nostra protezione. Non possiamo lasciarli soli  così come abbiamo fatto con Rosario Livatino ed altri, a partire dalla vittoria di quei mondiali di calcio del 1982.

C’era Paolo Rossi e il grido di Tardelli, Bettino Craxi e Ciriaco De Mita,  Io studiavo Quasimodo insieme a Simonetta al rumore delle moto-api, che tornavano dalle campagne cariche di tabacco, e ancora non capivo che, alle fronde dei salici, avremmo ancora appeso le cetre e ogni nostra altra speranza.

 

ERRICO PIETRO GIUSEPPE

Collepasso, 26/6/2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Si trattò di Cossiga, non di “re” Giorgio.
    Bene il resto.

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  2. Per “esattezza” vorrei provare a formulare un contro-“Koan”
    Se qualcuno provasse ad indicare la luna, e l’altro guardandola, sentisse vibrare il cuore alla poesia che infonde la pura contemplazione della luna, proverebbe un sentimento di gratitudine verso quel qualcuno e sarebbe pronto ad ascoltare e ad abbracciare il suo pensiero di luna.
    Se invece guardasse il suo dito potrebbe, osservando, capire molto della persona che indica la luna.
    Se il dito è calloso, abbronzato e con piccole ferite, potrebbe essere il dito di un lavoratore.
    Se invece è un dito pallido e sporco d’inchiostro potrebbe essere quello di un professore.
    Se poi ancora non vuole guardare la luna e dal dito salisse ad osservare il volto di colui il quale prova ad indicarla, forse potrebbe capire ancora qualcosa di più: la sua condizione sociale, le sue origini, la sua istruzione e magari anche capire quale interpretazione della luna vuole vendergli per buona; del resto qualsiasi idiota saprebbe trovare la luna nel cielo, o no?
    E’ necessario che qualcuno la indichi?
    Ritengo che la morale di questo mio contro-Koan è…, a che pro un giudizio finale (“Bene il resto”) di fronte a qualcuno che si spinge ad intavolare un’esperienza, quella della luna, se non solo per dire che non fu “re” Giorgio ma Cossiga?
    Per esattezza fu Sandro Pertini a dire: “Guai all’uomo che non sa distaccarsi da una carica che comporta onori ed altro” e dicendo questo mi riferivo ad un “vecchio” (Cossiga – 1° termine di paragone) che, come re Giorgio, (Giorgio Napolitano – 2° termine di paragone, notare le virgole) ha faticato il primo e fatica ancora di più il secondo a staccarsi dalla carica.
    Mi avrebbe fatto piacere approfondire il tema proposto, ascoltare un’opinione diversa sulla realtà delle cose, invece…, come al solito a Collepasso, i professori del c…, fanno sfoggio delle loro nozioni e pensano ancora di dover mettere un voto.

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