La corruzione dell’ILVA

La corruzione dell’ILVA

“Il”polverone” sollevato dal caso del siderurgico di Riva a Taranto rende tutti più responsabili e trasparenti, istituzioni e stampa che la relativa direzione puntava ad addomesticare.

Così il giornalista Mimmo Mazza sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, offre un dettagliato elenco di quanti: preti, amici, giornalisti, Lions Club, parrocchie ed arcivescovado, Università di Bari, associazioni sportive e comitati festeggiamenti vari, ricevevano ogni anno soldi e casse di champagne dal padrone dell’Ilva.

L’elenco è nel mirino delle Fiamme Gialle, nel corso degli accertamenti sulla contabilità interna all’Ilva, di chi fossero i destinatari di regalie, tra i 10 e i 15 mila euro, l’arcivescovado o l’ex-consulente della Procura di Taranto prof. Lorenzo Liberti, come sarebbe avvenuto durante un incontro intercettato e fotografato.

Il nuovo vescovo ha partecipato, facile facile, a cortei rivendicanti la salvezza dei posti di lavoro a Taranto;

in una recente intervista ha assicurato (chi?) che la chiesa sorveglierà (!) sull’operato dei politici (sic.!).

Questa volta la Chiesa non precisa se politici cattolici, quale operato controllare, se si elude il merito delle scelte compiute e quelle più coraggiose da compiere, in difesa della vita, come avviene quando si arroga il compito di controllare le scelte e gli organi riproduttivi delle donne.

Se Taranto, come ogni comunità, deve salvaguardarsi da ogni emissione nociva, dovrà tutelarsi da ogni diversiva altra missione affinchè i tarantini non “ritornino polvere” tanto celermente”.

 

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Di mio aggiungo:

Essendo stato operaio metalmeccanico per venti anni tra la SIMI prima e la Belleli poi, grosse realtà produttive queste, in parte indotto dell’Ilva, in parte produttrici di grossi impianti energetici (piattaforme offshore) e svolgendo attività sindacale ho avuto modo di constatare come giornalmente marciava la corruzione tra grosse realtà produttive e i vari organi di controllo di Taranto.

Era abbastanza comune osservare la corruzione che puntualmente noi delegati sindacali denunciavamo e puntualmente dagli organi competenti venivano archiviate, nonché dalla stampa sottovalutate e ignorate. Dalle “sante messe” in azienda dei vescovi, i quali, a messa finita, si portavano sempre un bell’assegno elargito dalla direzione, alle varie sponsorizzazione e assegni a seguito che i candidati di questo e quel partito intascavano ogni tornata elettorale. Piccoli esempi che danno la misura della cosa. E capitava anche che, o per sicurezza o per igiene che la struttura faceva difetto dopo aver più volte sollecitato l’azienda a porre rimedio e dopo aver registrato una totale mancanza di disponibilità a provvedere, ci si rivolgeva alle strutture di controllo (non sempre era opportuno ricorrere allo sciopero). Dopo pochi minuti che avevamo inviato le denunce alle autorità competenti, ecco che l’azienda, di corsa, si adeguava agli standard dovuti. E Arrivati i controlli tutto trovavano in regola. Per noi era chiaro: l’azienda aveva nelle varie strutture i suoi uomini che la avvisavano del controllo che stava per arrivare, e questa, nel giro di poche ore si metteva in regola.

 

Quindi la corruzione piccola o grande era visibile e puntualmente veniva denunciata dai delegati sindacali e dal sindacato più in generale. Per questa mia esperienza diretta non ho alcun dubbio sulle capacità di Riva di essere riuscito a corrompere il lungo e in largo per poter continuare la sua forsennata accumulazione capitalista incurante dell’inquinamento che causavano la mancanza di opportuni accorgimenti contro l’inquinamento.

Lo ammetto, non mancava neanche tra noi qualche furbacchione che si era inserito nel sindacato cercando di crescere a spese dei lavoratori che diceva di rappresentare. Questo pseudo delegato quando l’azienda era disponibile a concedere qualche super minimo o qualche passaggio di categoria ai lavoratori, pretendeva ed otteneva dall’azienda di agevolare i suoi iscritti e magari, questi lavoratori agevolati, avevano meno diritto di altri. Inoltre lo stesso delegato che risultava nelle grazie dell’azienda poteva usufruire di permessi sindacali retribuiti senza limiti, mentre per chi lo faceva con dignità e coerenza, non poteva superare le otto ore al mese di permessi retribuiti come stabilito dallo Statuto dei Lavoratori. Anche questo dava un vantaggio notevole al delegato corrotto. Così facendo l’azienda mandava un segnale preciso agli altri lavoratori e delegati, “chi si acconcia ai suoi desideri e interessi ha tutto da guadagnare”. Era micidiale questo atteggiamento, e il delegato in vendita fungeva da autentico cavallo di troia nel sindacato, infatti alcuni operai ci marcivano, molti altri invece orgogliosamente disdegnavano questo andazzo. Ma sì, questi furbacchioni erano delle eccezioni, e spesso, quel delegato, veniva smascherato e denunciato ai lavoratori e quasi sempre, i lavoratori, se ne sbarazzavano. Di certo in fabbrica il controllo dei lavoratori sui loro delegati sindacali mediante le votazioni ogni due anni era molto più puntuale, niente a che fare con le elezioni regionali o nazionali in cui si eleggono, a ripetizione, degli autentici furfanti.

 

Ma la cosa di cui poco si parla e che ha portato tanti operai ad una morte precoce, è il largo uso dell’amianto che si faceva in quelle strutture. L’amianto è cancerogeno, ora lo sanno tutti. Ma che l’amianto era cancerogeno in Francia lo avevano già scoperto negli anni settanta e lo avevano messo al bando. In Italia, invece, si è aspettato il 1992 per emanare una legge con la quale si è riconosciuta la pericolosità e si messo al bando.

Cosa è costato finanziariamente alle casse dello Stato questo ritardo? Tutti i lavoratori che avevano lavorato a contatto dell’amianto hanno ricevuto un anno in più di contributi Inps su ogni due anni di esposizione all’amianto, consentendo così a molte migliaia di operai, raggiunti i cinquanta anni di età di accedere alla pensione con trenta anni di contributi reali mentre il resto lo copriva l’Inps, potete immaginare quanto è costato all’INPS e allo Stato italiano. Una montagna di miliardi di lire.

Per chi ha seguito da vicino tutto questo strampalato modo di agire dei governi che si sono succeduti in quegli anni ha capito che per non dar fastidio alle imprese e alla loro esigenza di accumulazione, i governi, pur conoscendo il problema, lo hanno di proposito ignorato con le conseguenze di operai morti per effetto dell’amianto e una montagna di miliardi di lire.

 

Un altro aspetto che le cronache locali e nazionali ignorano (o hanno dimenticato?), è l’operazione assurda che si consumò nel passaggio dell’Italsider pubblica all’Ilva privata regalata a Riva. Era la metà degli anni ottanta quando l’ideologia del “meno Stato e più mercato” teorizzata e imposta da Ronald Regan e Margaret Thatcher era arrivata “gloriosamente” in Italia. Si svendette di tutto, l’Iri fu smantellata, l’Alfa Romeo regalata alla Fiat, mentre l’Italsider al “prenditore” Riva. Ma prima di vendere l’Italsider erano stati spesi con finanziamenti europei e italiani una montagna di miliardi di lire per il rifacimento di tutti gli impianti; erano stati mandati in pensione anticipata circa diecimila operai persino incentivati con parecchi milioni di lire per poterli far firmale il licenziamento che li avrebbe portati alla pensione. Per ottenere tutto ciò bastava che avessero raggiunto l’età dei cinquanta anni e un pugno di anni di contributi, il resto lo mettevano le casse dell’Inps. Dopo tutte queste operazioni truffaldine, l’Italsider era diventata talmente produttiva che sfornava plus-valore a vagonate. E in queste condizioni favolose i governi di allora la cedettero per un pugno di miliardi di lire a Riva, e i contribuenti pagavano e pagano quell’operazione obbrobriosa.

Dulcis in fundo, all’indomani della gestione del sig. Riva, di colpo calarono le commesse per le aziende dell’indotto, la manutenzione degli impianti, la messa in sicurezza, cominciò ad essere gravemente trascurata risparmiando tanti quattrini il sig. Riva. Inevitabilmente gli incidenti sul lavoro

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s’impennarono e i lavoratori morti sul lavoro cadevano come fossero in guerra.

Figurarsi se il sottoscritto può meravigliarsi delle condizioni in cui Riva è arrivato: agli arresti domiciliari con l’accusa di aver causato un disastro ambientale, meriterebbe anni di lavori forzati; figurarsi se il sottoscritto può meravigliarsi che fin qui è stato coperto da tanta parte di organi che dovevano controllare l’ambiente, le emissioni velenose dalle sue ciminiere. Semmai posso esprimere un: FINALMENTE EGREGI GIUDICI, ERA ORA!

 

Ma cercare di far pagare al governo i soldi che occorrono per ripristinare le condizioni ambientali dovute, o far pagare con i licenziamenti gli operai già inquinati da veleni è il paradosso al quale rischiamo di assistere. Invece deve pagare tutto il sig. Riva. In tutti questi anni ha accumulato tanto che può e deve rifare tutto a sue spese. Basta, i contribuenti hanno già dato fin troppo a questo pescecane di “prenditore”. Aria pulita e nessun posto di lavoro perso, questa deve essere la linea sindacale a Taranto nei confronti dell’Ilva del “prenditore” Riva. E questa, di fatto, è la linea della Fiom-CGIL a Taranto.

 

F.to gaetano paglialonga

 

Collepasso, 17/10/2012

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