ITALIAN DRIVER

ITALIAN DRIVER

Lorenzo Bandini

- Lorenzo il magnifico

Le aveva tutte per farsi amare. Era bruno, bello, aitante e questo non guasta mai anche per un pilota. Era nato povero e la favola del giovane povero che sposa la principessa (nel suo caso, la figlia dell’impresa meccanica presso cui lavorava) ma, non pago di una buona sistemazione domestica, lotta con tutte le sue forze per affermare il proprio valore. Per questo, la mancanza del lieto fine fa ancora più rabbia, pare ancora più incomprensibile. Lorenzo Bandini, una sicura promessa spezzata, uno degli ultimi eroi italiani dell’automobilismo sportivo e niente pare retorico o fuori luogo parlando di lui. Anche Enzo Ferrari per cui correva non potè fare a meno di ricordarlo. Si può affermare che era amato, che sarebbe diventato il più grande, che è morto per troppa passione, per troppo coraggio, che ha lasciato un vuoto incolmabile e queste parole, riferite a lui, sembrano riscattarsi e trovare un significato nuovo e vero. Tutto ciò è sempre affascinante. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo e di lavorarci insieme conferma

che fosse un uomo davvero onesto, semplice e cortese. Un uomo che da semplice meccanico seppe risalire la scala che conduce all’olimpo della Formula Uno. Era di estrazione meccanica e tecnica, poi dedizione, gentilezza, caparbietà lo renderanno molto amato all’interno della squadra. E in questo non cambiò mai, nemmeno quando la sua popolarità diventò mondiale. Una vita di lealtà che va di certo raccontata e amplificata per le generazioni più giovani e per quelle future. Lorenzo Bandini, morì tragicamente dopo 60 ore di agonia, tragico epilogo del drammatico incidente verificatosi al Gran Premio di Monaco del 67, quando la sua auto andò letteralmente in fiamme . Era il 10 maggio del 67. Fu rimpianto da tutti gli sportivi che vedevano in lui il continuatore della grande scuola italiana dei Farina, degli Ascari e soprattutto di Tazio Nuvolari. Una cosa è certa Lorenzo Bandini non verrà dimenticato!

Arturo Merzario92475

- Arturo il Cow Boy

Nella Formula uno degli anni 70 c’erano più pazzi felicemente pazzi, che a un raduno di streghe. Era un mondo in cui l’uomo domava le macchine e contava quasi più di esse. Oggi invece l’impressione è quella opposta, quella di un luogo dove un computer serve più di un motore e di un paio di mani e dove la capacità di sostituire al cuore del mezzo un microprocessore, è considerata una dote assoluta. Allora c’era un pilota italiano che vestiva come un cow boy e che colpiva l’immaginazione dei bambini che lo guardavano. In Formula Uno non ha mai vinto una gara però se lo ricordano tutti. E’ stato lui a parcheggiare la macchina quando ha visto quella di un suo collega , Niki Lauda, in fiamme di fianco alla pista: senza il suo intervento quel pilota sarebbe morto; quel pilota che allora era considerato un freddo calcolatore, un ragioniere (Lauda), deve la vita al cow boy. Niki fu salvato da Arturo Merzario, che mandò a quel paese classifica e gara, si fermò, corse in mezzo alle fiamme e slacciò la cintura dell’austriaco , tirandolo fuori. Chi vive di corse la chiama: “La leggenda del sopravvissuto e del salvatore”. Arturo quel 1° Agosto 1976 scrisse una delle pagine più belle della storia di chi corre a trecento all’ora. Feci una cosa normale, chiunque la farebbe, ripete oggi, ma chiunque che nel 2013 rinunci alla propria corsa, si ferma, parcheggia e si butta nel fuoco a soccorrere il collega va cercato…Ricordando l’episodio Merzario dice: in fondo dobbiamo essere felici tutti e due; lui è ancora vivo e pure io! Se penso a quanto eravamo folli a correre su quelle macchine e su una pista del genere. Oggi quel folle personaggio compie 70 anni e continua ad andare in pista, si veste come allora, non si preoccupa di tagliarsi i capelli. Sa che prima o poi arriva sempre l’ora dei matti, soprattutto per un cow boy della pista che non conosce steccati e normalità, ARTURO MERZARIO.

220px-Marco_Andretti_2009_Indy_500_Carb_Day

-Andretti Story

Sono tornati a casa, dopo tanto peregrinare, così, per sport e per passione, tra mille successi e glorie internazionali. Un po’ yankes, un po’ figli del bel Paese in un viaggio alla ricerca di se stessi, delle proprie radici: Mario, Mikael, e Marco Andretti, tre generazioni di piloti da corsa erano a Montana, un paese di mille abitanti nell’Istria settentrionale. A piedi, fra quelle viuzze, tra le case in pietra nel Paese croato che erano italiano e terra di italiani. Mario fu campione del mondo in Formula Uno nel ’78 con la Lotus, Mikael, suo figlio ha corso in F1 con la McLaren ed è stato campione del Mondo di Formula Indy; il nipote Marco, naturalmente uno che ama l’alata velocità negli ovali americani partecipa al campionato di formula Kart. Di corsa quindi verso il passato, pensando al futuro, di generazione in generazione in quell’abitazione intrisa di storia, dolore e sudore. Come ricorda la targa: “abitava ivi il piccolo che diventò di fama internazionale. In questa casa è nato Mario Andretti il 28.02.1940.” Nel 1955 la partenza per l’America e dal ’64 anche la cittadinanza Usa. Lì comincia la nuova vita di Mario, il ragazzo con la passione per i motori che conquisterà i due mondi, l’America e l’Europa, correndo anche nell’83 con la Ferrari, il mito rosso. Una scalata grandiosa di orgoglio puro di classe, di volontà incredibile. E poi l’amore per l’auto, trasmesso al figlio che lo ha trasmesso al nipote. Un lungo viaggio dell’esistenza, il traguardo virtuale per chiudere un cerchio, per saldare il conto con il destino. La felicità di stare insieme.

ANTONIO LEO

Collepasso, 4/3/2015

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *