IL RE DI WOODSTOCK

 

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IL RE DI WOODSTOCK

Jimi Hendrix è un ciclone che attraversa la scena del rock, proprio perché il rock è il genere musicale dove più che in ogni altro contano il suono e l’immagine, la forma, quindi, oltre che i contenuti, come si evidenzierà sempre di più col passare degli anni e con l’avvento dell’elettronica e l’evoluzione dell’iconografia rock. Ma al di là del valore dei suoi dischi, il musicista americano segnò la storia del rock inventando un nuovo stile di suonare la chitarra, uno stile vulcanico, che ruppe con la tradizione e aprì nuove frontiere alla sperimentazione sugli strumenti musicali in genere.

 

Jimi è allo stesso tempo un eccellente chitarrista ritmico e un grande solista – precursore di tanti “guitar hero” della storia del rock’n’roll – ma quest’ultimo, paradossalmente, è il lato più sterile (anche se il più vistoso) della sua arte. O, meglio:i suoi proseliti hanno male interpretato il messaggio lasciato da Jimi Hendrix, portando al limite dell’attività circense il modo di suonare la chitarra elettrica e tralasciando quasi del tutto la sostanza della sua musica, che va ben oltre l’eseguire assoli in quantità.

 

Jimi Hendrix, ovvero la chitarra che fece la storia della musica. Il musicista di Seattle ha completamente e irreversibilmente mutato l’approccio alla chitarra elettrica, per molto tempo lo strumento principe e incontrastato del rock (almeno fino all’avvento del sintetizzatore) e, comunque, quello che più di tutti, fin dagli inizi, ha dato a questo genere quel marchio adrenalinico e un po’ selvaggio, quel quid che lo caratterizza da ogni altra espressione musicale.

 

La sua smania di libertà tracima in eccessi continui. “Sono gentile con le persone finché non cominciano a urlarmi intorno – racconta in un’intervista a Melody Maker -. Qualche volta vorrei mandare al diavolo il mondo, ma non è nella mia natura. Quello che odio è la società di oggi, con le sue relazioni di plastica e i suoi compartimenti stagni. Io rifiuto tutto questo. Nessuno mi ingabbierà mai in una scatola di plastica”. Ma Jimi comincia a sentirsi stritolare dalla macchina del successo di cui lui stesso è stato un docile ingranaggio. E l’angoscia gli cresce dentro. Come scrive il critico Paolo Galori, l’ultimo Hendrix è “un musicista solo e visionario, pronto a volare ancora più in alto, fino a bruciarsi le ali, distrutto dagli eccessi nel disperato tentativo di non replicare se stesso di fronte a chi gli chiede prove della sua divinità”. E lui, il suo epitaffio, lo aveva già scritto: “La gente piange se qualcuno muore, ma la persona morta non sta piangendo. Quando morirò voglio che la gente suoni la mia musica, perda il controllo e faccia tutto ciò che vuole”. La sua vita si concluse tragicamente.

 

Era il 18 settembre 1970: Hendrix fu trovato riverso sul letto di una stanza del Samarkand Hotel di Londra, stroncato da una dose eccessiva di barbiturici. Da allora è stato un susseguirsi di omaggi alla sua memoria, ma anche di insinuazioni sulla sua morte, considerata “misteriosa” come un po’ tutte quelle delle rockstar. Intorno al patrimonio di Hendrix si è scatenato un vespaio di

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beghe legali e di operazioni speculatrici. Come in vita, anche dopo la morte il grande chitarrista nero è stato manipolato da impresari senza scrupoli. Jimi, infatti, fu uno degli artisti più spremuti dall’industria discografica, che continuò a pubblicare a getto continua ogni sua sorta di esecuzione.

 

Gli afro-americani, che avevano già perso per morte violenta sia l’”apostolo” Martin Luther King, sia il leader del loro orgoglio Malcom X, perdono anche colui che aveva restituito la paternità nera al rock’n'roll. La morte di Hendrix, seguita 16 giorni dopo da quella di Janis Joplin e nove mesi dopo da quella di Jim Morrison, chiude un’era: quella dei raduni oceanici (Woodstock, Isola di Wight, Monterrey), della contestazione in musica, della psichedelia senza confini, del rock dell’utopia estrema. Addio sogni hippie, addio età dell’Acquario. I fiori acidi marciscono e si apre un’epoca di spettri lutti e amarezze.
Gli anni 70 sono già alle porte, nuovi generi e nuove rockstar sono in arrivo, ma l’eco della chitarra distorta di Hendrix continuerà a risuonare in tutta la musica che da lì in poi ascolteremo.

 

P.S. Quando il potere dell’amore avrà superato l’amore per il potere, il mondo conoscerà la pace! (Jimi Hendrix).

 

ANTONIO LEO

Collepasso, 24/9/2014

  1. A proposito degli anni 70, vorrei ricordare al Maestro Lagna che Sabato(cioè domani) 27 c.m a Gallipoli ci sono i New Trolls, storica band Italian rock progressive. Maestro, vieni che “Un Minatore e Concerto Grosso di Bucalov” te le suonano sicuro! Ciao A.L.

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  2. Caro Antonio,
    a Gallipoli suonerà “Il Mito New Trolls”, la formazione scissionista rispetto all’altra “La leggenda New Trolls”, in cui son rimasti Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo, quest’ultimo con la sua voce ancora eccezionale (dopo il grave incidente), vero marchio di fabbrica.
    Purtroppo, come per Le Orme, l’altro gruppo rock-progressive italiano degli anni Settanta/Ottanta, le ricorrenti divisioni sono all’ordine del giorno: peccato!
    Vorrà dire che continueremo ad ascoltare (oltretutto con ottimi video) su Youtube gli originali, con una buona dose di nostalgia; ma anche con notevole rammarico per l’uso della lingua italiana, all’epoca abbastanza discriminante nel rock mondiale.
    E pensare che i nostri testi erano profondi nel contenuto e autentica poesia, mentre quelli angloamericani, tradotti, erano in gran parte insipidi e scontati, pur prestandosi meglio alle sonorità del genere.
    Nel 1977 non mancavano mai ogni giorno sul palinsesto di Radio Collepasso International (khz 102.500) le Orme (di “Gioco di bimba”) e i New Trolls (di “Una miniera”), per intenderci.
    Che tempi!
    La mia ultima volta con i New Trolls con De Scalzi e Di Palo e con le Orme di Pagliuca e Tagliapietra è stata a Torre Suda nel 2009, quando i primi avevano lanciato una seconda edizione di “Concerto grosso”; poi, gli ennesimi litigi e la rottura per ambedue gli storici gruppi, con annesse cause per la conservazione del nome. Non sarà la vecchiaia?

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  3. Antonio Leo x Maestro Lagna 28 settembre 2014, 15:29

    Caro Maestro, a proposito di scissioni…E’ gravissima la scissione che è avvenuta tra la villa comunale e il nostro amico comune Antonio(Alfa 156 nera). Lui da tanto tempo era il custode “autodidatta”(guarda angoli comunale) del centro cittadino. Per un’intera vita ha gestito, aperto e chiuso P.za Dante. Ora ha dovuto appendere le chiavi al chiodo…Antonio Picalloa senza la sua cara piazza, è come un’ape senza un fiore!!

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