IL CAPITALISMO È INCOMPATIBILE CON LA DEMOCRAZIA?

Ripropongo questo articolo già pubblicato i 9/3/2013, perchè ne ritengo validissimo il contenuto e quindi utile per orientarsi sul da farsi di fronte a questa crisi finanziaria del sistema capitalista.

IL CAPITALISMO È  INCOMPATIBILE CON LA DEMOCRAZIA?

         Pur non essendo né un economista né un politologo, cercherò comunque di esporre, con parole mie, il mio punto di vista su: “il conflitto tra democrazia e capitalismo”.

Il capitalismo e la democrazia, nell’occidente democratico e capitalista, sono stati nella storia (dalla rivoluzione francese 1789 in poi), due forze che si sono contese, a fasi alterne, l’egemonia, prevalendo volta per volta l’una sull’altra. Questo è quanto avevo già intuito e ora provo a spiegarlo. L’evoluzione del capitalismo l’ho trovato niente affatto lineare e lo dividerei in tre momenti diversi: “l’età dei torbidi, l’età dell’oro e la controffensiva capitalista”(G.R.).

L’età dei torbidi è stata caratterizzata dai nazionalismi, con i quali le borghesie nazional-scioviniste, mediante le guerre cercavano di assicurarsi dei vantaggi su altre economie di altre Nazioni: Prima e seconda guerra mondiale. E non credo sia necessario sottolineare quanto danno ne è derivato per i vari popoli coinvolti. Però, all’infuori dei capitalisti, i quali, o vincono o le perdono le guerre che hanno voluto, sono sempre restati in sella e nessuno li ha mai messi con le spalle al muro per le loro enormi responsabilità. In quel tempo la manodopera valeva molto meno delle merci che essi producevano. Pessimo periodo questo vissuto durante la mia infanzia.

L’età dell’oro fu caratterizzata invece dalla ricerca di un “compromesso storico” tra queste due esigenze contrapposte. Questa fase è stata caratterizzata dal libero scambio di merci ma non dei capitali, i quali, i capitali, restarono sotto il controllo dei Governi nazionali. Questo sistema consentiva delle autonomie economiche ai Governi, autonomie tali che permettevano alla politica di  assumere una funzione di controllo e di gestione attraverso una redistribuzione del reddito. Si determinavano così le condizioni di una democrazia avanzata oscillante tra lotta di classe e interclassismo all’interno del  sistema democratico. In ogni buon conto fu anche il periodo in cui i lavoratori, con le lotte, non certo per gentile concessione, ottennero il diritto di conservare la loro dignità in fabbrica e usufruire dei diritti sanciti con lo statuto dei lavoratori (legge 300 del 1970). Discreto periodo questo, da me vissuto da operaio metalmeccanico con impegno sindacale e politico.

La controffensiva capitalista ritorna arrogante più che mai negli anni ottanta del secolo scorso. Furono i governi inglese e americano (M. Thatcher e R. Regan) a spalancare le porte alla finanza, facendo così partire la libera circolazione dei capitali. E fu la globalizzazione. Sistema, questo, con il quale il capitale finanziario iniziò subito a condizionare le politiche dei Governi. Se un Governo non si lasciava condizionare dai loro interessi, i capitali si spostavano in luoghi, in Nazioni, più compatibili rispetto alle loro avide esigenze.

Questa globalizzazione della finanza ha raggiunto un tale stadio che ha reso l’industria e gli imprenditori una classe che sembrerebbe destinata all’estinzione. Beh, quantomeno in grosse difficoltà, sicuramente stiamo viaggiando verso un declino che sembra inarrestabile, soprattutto per via dei necessari finanziamenti introvabili per dare ossigeno alle loro imprese. Salvo quegli imprenditori che, utilizzando la globalizzazione, de localizzano le loro imprese e le vanno a sistemare in Nazioni dove il costo del lavoro è vicino allo zero. Quindi la deindustrializzazione, il declino economico produttivo è sotto gli occhi di tutti e il cercare di fare soldi con i soldi è rimasto l’unico orizzonte che ci propone la globalizzazione finanziaria. In questa fase le banche si sono adeguate immediatamente, anzi risultano le più attive in questo degenerato modo di intendere il ruolo da svolgere. Una volta raccoglievano risparmi e fornivano quel denaro raccolto alle imprese, oggi, anche per queste, le banche, il loro obiettivo è diventato fare soldi con i soldi.

Coloro i quali si sono interessati di politica, già da giovani avevano preso conoscenza dell’inevitabile declino del sistema capitalista. Era stato dettagliatamente previsto e descritto da Lenin già nel 1916, in quella sua elaborazione dal titolo: “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. In quella sua analisi aveva dettagliatamente esposto le sue previsioni sulla degenerazione insista alla natura del capitalismo. Vedere soprattutto nei capitoli, “le banche e la loro funzione; capitale finanziario e oligarchie finanziarie; l’esportazione del capitale; parassitismo e putrefazione del capitalismo”. Coloro che come me avevano già da tempo preso visione di questa analisi, l’unica sorpresa, alla quale ci è parso di assistere, consiste nel tempo in cui si è verificata la degenerazione del sistema e quindi il suo necessario superamento.

Chi ha chiaro il punto in cui il capitalismo è arrivato, trova patetici tutti quei tentativi di rianimare, rivitalizzare questo capitalismo di rapina mediante un ulteriore impoverimento delle masse lavorative. Eh no! non funzionerà mai. Il sistema capitalista per reggere deve avere un popolo innanzi tutto di consumatori, prima ancora che produttori, altrimenti il sistema non regge. E come possono consumare se le masse si impoveriscono sempre di più per le voraci esigenze dello stesso sistema capitalista? Certamente il Governo Monti è stato contemporaneamente l’espressione più chiara di quel tentativo di garantire la globalizzazione finanziaria e, inevitabilmente, ha segnato anche la più sonora sconfitta delle loro velleità economiche. Ma lui credo ne fosse consapevole e, penso, che era proprio quello il ruolo che gli era stato affidato dalle strutture finanziarie che lo elogiavano ad ogni ulteriore tassa imposta ai poveri e agevolazioni per i detentori di risorse finanziarie.

 

E’ evidente che questo sistema economico ha prodotto tanta di quella cupidigia, tanto di quell’egoismo in tutti i settori economici, ma è tra i  finanzieri che ha trovato la sua massima espressione. Senza mai dimenticare che questi sono i figli legittimi di questo sistema economico. La ricchezza un tempo era basata sulla produzione di beni e servizi, ora la ricchezza è rappresentata dall’emissione di “titoli” che da semplici indicatori di ricchezza sono finiti col diventare ricchezza essi stessi. Una ricchezza illusoria, una ricchezza inesistente ma che costituisce la base di una “taglia” alla comunità dal potere finanziario. E’ così che il capitalismo industriale, basato sulla realtà delle “cose”, è diventato, di fatto, il capitalismo finanziario basato sulla rappresentazione dei “titoli”, e il fare soldi con i soldi è diventato la sua più turpe delle strategie. In questo teatrino delle menzogne un altro aspetto da sottolineare è il credito sul quale si basa buona parte dell’agire capitalista moderno. E’ il caso di ricordare il libro “La fabbrica dell’uomo indebitato”, di Maurizio Lazzaro (derive/approdi). In questo libro, l’autore, sostiene che “la fabbrica dei debiti, ovvero la costruzione e lo sviluppo di un rapporto di potere tra creditori e debitori, è il cuore strategico delle politiche neoliberiste. In altre parole, sarebbe l’esito naturale del predominio della finanza sui nostri sistemi economici. Ciò spiega perchè, nella tempesta della recessione, il salvataggio delle banche è stato considerato prioritario rispetto al soccorso delle popolazioni in difficoltà: secondo questo schema, i governi vengono chiamati dal “Creditore universale” a imporre nel suo interesse sempre più deroghe ai diritti sociali: i cittadini devono rassegnarsi alla loro condizione di debitori”.

Quindi, tutti coloro che spremono le loro meningi per cercare una strada da percorrere per salvare capra e cavoli,  e cioè l’accumulazione capitalista e la democrazia dei diritti, risultano patetici. Si chiamino riformisti o progressisti, questi, sono destinati a girare a vuoto, a illudere le masse di lavoratori. Ai lavoratori e ai pensionati, penso e dico, che se gli interessa la democrazia, se vogliono difendere i propri interessi, se esigono uno stato sociale degno di una società avanzata, se vogliono riconquistare diritti e dignità di lavoratori, intanto dovrebbero difendere con le unghie e i denti ogni giorno, ogni ora della loro vita la democrazia, sia sul posto di lavoro che nel territorio di appartenenza. Perché c’è sempre pronto qualcuno che lavora per demolire sia la democrazia che i diritti dei lavoratori e dei pensionati, ed ha interesse a demolire ciò, in quanto non è funzionale ai suoi famelici interessi. Solo una sana e robusta rivolta contro questo sistema disumano ed egoista, che sappia sfociare però in un sistema alternativo al capitalismo, potrà salvare e salvarci tutti da un declino del sistema che avanza inesorabile. Periodo, questo, che sto vivendo con tanta apprensione da pensionato, sempre impegnato politicamente.

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 9/3/2013

Riproposto oggi,  21/5/2013

 

 

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