GIGANTI DEL XX SECOLO

GIGANTI DEL XX SECOLO

Mandela-3

-      “Madiba” NO APARTHEID

Non era certo tipo da sembrare immortale. Per niente. Chi è davvero grande non ha bisogno di mostrare la propria grandezza. Il grande vecchio della libertà, al secolo Nelson Mandela, ha pensato bene di chiudere la porta ed andarsene. Difficile sottrarsi alla sensazione che abbia voluto, con la sua morte, dare un ulteriore significato a quella che è stata la sua vita. Una morte silenziosa che illumina, ancor di più una esistenza in cui, senza alcuna mania di protagonismo ha messo a segno una meta di valore che non è esagerato dire incommensurabile: abbattere una delle più clamorose, grandi ingiustizie del pianeta, l’apartheid, cogliendo sì il momento storico più favorevole, ma centrando l’impresa ancor più grande di tenere assieme bianchi e neri del Sudafrica che avrebbero potuto dar vita ad un’altra sanguinosa guerra civile. Non è stato un semplice arbitro, ma un giocatore che finito il match ha imposto il terzo tempo, che ha voluto gli sconfitti partecipi della sua vittoria. E per riuscirci ha usato lui, nero (e per 30anni in carcere) lo sport dei bianchi: il rugby e il calcio. C’è stato un parallelismo fra due uomini bianchi con cui Mandela ha condotto il Sudafrica fuori dall’abominio dell’apartheid: De Clerk, il leader bianco con il quale ha compiuto il cammino di ri-civilizzazione e Pienaar, il capitano degli Springboks con cui si presentò nel ’95 con addosso la maglia di gioco come un qualsiasi tifoso. Quella stretta di mano nel consegnargli la Coppa del mondo di Rugby, vinta dal Sudafrica nel Mondiale organizzato proprio in Sudafrica, fu la vittoria del senso sul non senso, riportata secondo i canoni sportivi, quelli che hanno accompagnato la nascita dell’idea stessa di sport nella civiltà contemporanea. Non mi accanisco su colui che ho battuto, del quale ho fatto esplodere le contraddizioni. Lo coinvolgo, invece, in un progetto nuovo in un Paese difficile, in un mondo difficile. Così Mandela è diventato, suo malgrado un’icona. Ma piena di sostanza. Idolo per generazioni di sportivi (Gullit gli dedicò il pallone d’oro dell’89) e musicisti (Peter Gabriel gli dedicò un’intera tournée).

Una corsa, quella di questo uomo libero in un Paese dove il regime l’avrebbe voluto schiavo, che ben spiega come tutti, ancora oggi, siano innamorati di lui, affabulati da una vita dove c’è tutto, persino il lieto fine (raro) della politica, la vittoria sulla segregazione, la vittoria nello sport e l’elezione a Presidente. Insomma un lieto che invece non è toccato neppure ad uno che si credeva chissà chi come Napoleone Bonaparte.

Un invincibile, appunto, “Madiba” che negli ultimi anni ha conosciuto solo la sconfitta dell’essere umano e quindi ha rivelato al mondo l’aspetto estremamente mortale. Come tutti. Nelson Mandela era il “Madiba”. Colui che non si è fermato mai, neppure davanti alla galera più dura, contando sulla forza delle proprie convinzioni. Mandela si è liberato delle sue paure e la sua presenza automaticamente ha liberato gli altri. Anche così si costruì quel mito. La storia e gli uomini liberi non lo dimenticheranno mai!

 

-      JKF, “La nuova frontiera”

john-f-kennedy-1

-

Mezzo secolo fa , il 22 novembre del 1963, John Fitzgerald Kennedy venne assassinato in Texas mentre stava effettuando un viaggio per propagandare il suo programma per i diritti civili. L’evento scosse il mondo ed è ancora oggi avvolto in una cortina di interrogativi senza risposta. Ancora se ne discute. E’ certo però che l’assassinio di Kennedy sembrò interrompere il sogno della “nuova frontiera” con il quale il presidente aveva annunciato un’epoca nuova che avrebbe avuto come protagonista una generazione di americani trentenni e quarantenni ottimi e fiduciosi, idealisti e pragmatici , convinti di essere l’elite intellettuale e politica della nazione. Kennedy, giovane e affascinante, circonfuso da un alone di mistero romantico , apparve come l’uomo predestinato a incarnare le sorti dell’America investito di una missione pacificatrice e civilizzatrice. Era convinto che fosse necessario colmare la presunta inferiorità  degli Stati Uniti rispetto all’URSS nel settore degli armamenti. Il suo generoso messianismo, conviveva con la realtà della guerra fredda e un modello di rivoluzione mondiale democratica. Questa cornice, spiega la logica ma anche i fallimenti o i parziali successi della politica estera di Kennedy. La crisi del 62, legata alla scoperta di basi missilistiche a Cuba, e il suo velleitario e maldestro tentativo di invasione dell’isola, ne rappresentò un momento chiave che fece stare il mondo con il fiato sospeso di fronte alla possibilità di uno scontro tra le due superpotenze di allora. Kennedy, giocò d’azzardo ma la rapida e positiva  conclusione della crisi ne rafforzò, a livello interno e internazionale il prestigio scosso dalla fallimentare impresa di sbarco alla Baia dei Porci. Fu allora, certamente, che la sua presidenza ottenne il maggior consenso. La crisi ebbe riflessi anche sul terreno istituzionale perché segnò l’inizio di una dilatazione inusitata dei poteri presidenziali destinata a proseguire dopo di lui quando gli USA si trovarono impegnati in conflitti oltremare ne discussi ne affrontati. Tuttavia, se per un verso , essa segno un pericoloso accrescimento della tensione internazionale per l’altro verso, spinse le superpotente sulla strada che avrebbe portato al trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Anche la politica europea fu guidata dall’idea di contrapposizione all’Unione Sovietica oltre che di rafforzare la leadership degli Stati Uniti d’America sul vecchio continente attraverso l’integrazione dei potenziali stati europei all’interno della NATO. Questa politica si rifaceva al disegno di “Europa  Atlantica” contrapposto a quello di Charles de Gaulle di un “Europa Carolingia”, di un Europa cioè, che si ponesse come terza forza e fosse una potenza regional-continentale  costruita sulla base della collaborazione franco-tedesca., autonoma politicamente e militarmente dagli Stati Uniti e decisa a svolgere il ruolo di mediatrice tra le due superpotenze Usa e Urss.

ANTONIO LEO

Collepasso, 23/1/2015

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Newer Post