Fusione Fredda

Centrale Nucleare

La misteriosa reazione nucleare, che avviene con la fusione di atomi leggeri, viene ancora oggi studiata in molte parti del mondo. Perché é stata tanto ostacolata? A quali risultati sono arrivati i ricercatori? In questa breve rassegna, ipotesi e speranze per la risoluzione dei problemi energetici ed ecologici del pianeta Terra.

Il 25 marzo 1989 é la data storica in cui due coraggiosi ricercatori dell’Università di Salt Lake City (Utah – USA),  Martin Fleischmann e Stanley Pons, annunciarono alla stampa l’aver trovato un modo molto semplice e poco  costoso per produrre energia pulitissima: l’energia derivata dalla fusione di atomi di deuterio (isotopo  dell’idrogeno) a bassa temperatura. In sostanza l’energia del futuro. Nonostante che i due scienziati  disponessero di risultati ben documentati, successivamente riprodotti in più di duecento laboratori sparsi in tutto il  mondo, si innescò una inconcepibile serie di polemiche ed anche qualcosa di più. Una campagna di disprezzo, in  particolare, venne imbastita dai loro colleghi, studiosi della fusione calda , così denominata perché necessita di  milioni di gradi di temperatura ed inoltre di ingenti risorse economiche. Ed anche la stampa e le riviste specializzate rivolsero pesanti critiche al loro operato. Il risultato fu che, dopo il terremoto scatenato  dall’entusiasmo per l’annuncio rivoluzionario, seguì un crescente scetticismo, sconfinato in precise minacce per i  due ricercatori. Essi scomparvero per alcuni mesi, fino a quando approdarono a Nizza. Qui stanno ancora  lavorando per il loro progetto in un laboratorio privato finanziato con nove milioni di dollari dalla IMRA Europe  S.A., impresa affiliata alla giapponese Toyota. Nella titanica lotta di interessi di ogni tipo, il movimento scientifico scaturito dalla fusione fredda é ancora vivo e i risultati raggiunti sono da tenere veramente nella più alta  considerazione, nonostante che essi producano energia di tipo calorico, cioé una forma non nobile, ma pur  sempre benedetta. Inoltre i ricercatori si incontrano annualmente per scambiarsi pareri e risultati. A differenza  della tecnica studiata e portata avanti da circa 40 anni per attuare la fusione calda degli atomi di idrogeno, sfruttando enormi macchine capaci di far arrivare la temperatura interna anche a centinaia di milioni di gradi, la  fusione fredda proposta da Fleischmann e Pons si basa sul principio dell’elettrolisi e sfrutta un’apparecchiatura semplicissima. Facendo passare elettricità tra due elettrodi, uno di palladio e l’altro di platino, immersi in acqua pesante D2 0 (dove D é il simbolo del Deuterio) si può produrre una quantità di energia molto superiore a quella immessa. Secondo quanto sinora accertato, nel reticolo cristallino del Palladio si crea una forma di fusione,
 ancora misteriosa, tra i nuclei di deuterio. Il mistero é questo: come può avvenire una fusione tra due nuclei i quali, essendo dotati di stessa carica positiva, in realtà dovrebbero respingersi in maniera molto potente per effetto della forza coulumbiana?
Negli ultimi anni poi sono state sviluppate nuove tecniche che in verità hanno maggiormente aumentato il mistero, come l’uso di particolari accorgimenti sugli elettrodi soprattutto l’uso di acqua normale. Si, proprio l’acqua del rubinetto. Risultati sorprendenti mostrano rendimenti energetici addirittura del 900%. A qualcuno questo non va assolutamente bene. E allora si creano i problemi: ci sono in ballo ricchissimi brevetti e il Premio Nobel. Le teorie della “scienza” sentono in pratica il profumo dei soldi. non secondario é il problema economico: cosa succederebbe, tra l’altro, se tale reazione nucleare arrecasse del benessere a tutta la popolazione mondiale e nello stesso tempo risolvesse il crescente inquinamento del pianeta? Ci accorgiamo purtroppo che il vero problema é l’uomo. Sicuramente il suo spirito é ammalato. Uno spirito che ha portato la scienza in un vicolo cieco dove la saggezza é tuttora evanescente. Ci si chiede poi: é possibile oggi, ed era possibile nei decenni passati rimettere le cose al loro giusto posto per dare un futuro migliore ai nostri figli? La risposta é inesorabilmente affermativa, ma é la volontà dell’uomo che deve entrare in azione per far emergere concretezza e dignità. Dall’analisi storica di questa vicenda si può capire come le scelte abbiano potuto determinare una simile situazione, dove l’interesse personale o delle lobby, é sempre prevalso su quello della collettività. Di conseguenza il modo di produrre energia col metodo della combustione ha sempre avuto il sopravvento, ma i mezzi per cambiare li potevamo già avere sin dagli anni venti e addirittura anche prima. Per restare nel tema della fusione nucleare fredda, ricordiamo l’esempio del chimico tedesco Friedrich Paneth. Questo ricercatore, ancora sconosciuto, nell’anno 1926 pubblicò sull’ “Annuario della Società chimica tedesca” il rendiconto dei suoi esperimenti sulla fusione. Recentemente tali studi sono stati ripresi dal prof. Vyaceslav Alekseyev, direttore del Laboratorio sulle Energie Rinnovabili dell’Università di Mosca. Un altro avvenimento, che reputo di fondamentale importanza é lo studio che Enrico Fermi intraprese negli anni ‘30, per creare un generatore artificiale di neutroni. La nota, a firma di Amaldi, Rasetti e Fermi, venne pubblicata su “La Ricerca Scientifica” nel 1937 e dove si dimostrava la possibilità di sfruttare la reazione atomica:

                        D 2 + D 2 ——-> He 3 + n 1
                             1        1                  2       0

per produrre neutroni necessari per bombardare gli atomi. Per realizzare tale impianto Fermi ebbe necessità di usare acqua pesante, cioè un bersaglio contenente un’alta percentuale di Deuterio allo stato solido. Visto il notevole sviluppo di calore, si dovette ricorrere all’aria liquida per mantenere a bassissima temperatura il blocco di ghiaccio. Forse tutto ciò non é una reazione di fusione nucleare fredda? Anzi, superfredda. Perché allora non venne mai proposta e applicata ? Andando avanti nel tempo, ci sono stati notevoli esempi di questo tipo di reazione, sfruttabile in vario modo, fino ad arrivare al fatidico 25 marzo 1989. Da quel momento centinaia e centinaia di ricercatori si sono costantemente impegnati, nonostante le notevoli avversità, per portare avanti uno dei migliori sistemi per produrre energia pulita. Nel Congresso di Nagoya (Giappone) del 1992, si sostenne che si doveva aprire un nuovo capitolo nella storia della fisica e cioé la nascita della “fisica nucleare dello stato solido”. In questa occasione un medico della Pennsylvania (USA) e Presidente della Hydrocatalysis Power, Randell Mills, annunciò di essere riuscito ad ottenere, con acqua normale, risultati ancora migliori di quelli fino ad allora conseguiti e cioè una reazione con un rendimento del 900%.
Naturalmente anche in Italia ci sono alcune Università che studiato il fenomeno. Tra i ricercatori italiani dobbiamo citare, senza dubbio, il prof. Giuliano Preparata, uno degli uomini ancora capaci di lottare per la fusione a freddo e di denunciarne la pericolosa situazione di insabbiamento ed in particolar modo l’”intrappolamento” dell’ingegno di Fleischmann e Pons. Recentemente ha dichiarato: “Il fatto che la fusione a freddo sia una small science, e quindi difficile da governare da parte delle oligarchie scientifiche e finanziarie, ne ha permesso, nonostante tutto, la crescita a tal punto che oramai mi sembra molto improbabile che essa scompaia nel nulla, senza portare a maturazione nel giro di qualche anno le idee che ne permettono lo sfruttamento industriale su larga scala”. In questi ultimi otto anni in effetti la ricerca ha raggiunto un accettabile livello nel cercare di creare energia a basso costo senza l’incubo dell’inquinamento o di altre diavolerie simili. Ma quando i risultati potevano avere già applicazione industriale, una mente invisibile é riuscita ancora a fermare i più audaci. Consola il fatto che molteplici scienziati, i nuovi apprendisti alchimisti, avessero nel loro spirito la volontà di rendere la vita più sana e più facile al loro prossimo. La natura ancora non ci svela completamente i suoi segreti, e questo perché il materialismo dell’uomo ancora non accetta le leggi dello spirito. E’ un nodo che dobbiamo sciogliere prima o poi perché l’evoluzione dell’uomo verte sulla conoscenza profonda della vita, in tutte le sue innumerevoli espressioni a forme, e sulle leggi che la governano. Rimane indelebile nella mia mente una dichiarazione di un insigne scienziato italiano, Gianfranco Valsé Pantellini: “Mendeleev ha parlato di elementi leggeri, elementi medi e elementi pesanti. Tutta la fisica atomica attuale é basata sull’uso di elementi pesanti. Però il fondamento della FISICA ATOMICA della NATURA, il meccanismo base che consente lo scorrere della vita é dato proprio dagli elementi leggeri e dalla loro suscettibilità di trasmutare a bassa energia”.
di C. Paglialunga

Breve cronistoria del nucleare in Italia
(di Walter Mancini)

 

22 Maggio 2008, il Ministro per le Attività produttive, Claudio Scajola, durante il suo intervento alla Conferenza di Confindustria annuncia che: “…il governo italiano prevede la costruzione di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione capaci di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente. La prima pietra sarà posta entro il 2013…”
E’ una storia già sentita. Proviamo a ripercorrere date e motivazioni.

29 Luglio 1975 il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare presenta al CIPE il programma energetico nazionale (PEN).
Negli anni precedenti 1973-1974 l’Enel aveva ordinato quattro centrali nucleari da 1000 megawatt ciascuna. La decisione era spiegata dall’aumento di richiesta energetica su scala nazionale. Il PEN prevedeva che la potenza nucleare in servizio nel 1985 avrebbe dovuto essere compresa fra un minimo di 20.400 e un massimo di 26.400 megawatt, per arrivare nel 1990 ad una potenza nucleare compresa tra un minimo di 46.100 e un massimo di 62.100 MW.
Come è facile intuire le previsioni avanzate nel PEN del ’75 erano del tutto sballate, (nel 2006 infatti, l’Italia aveva una capacità elettrica istallata pari a 88.300MW a fronte di una richiesta di 55.600MW).
Il 1975 è comunque l’anno in cui si accelera sulla scelta del nucleare nel nostro Paese, anche perché siamo a pochi mesi dopo il primo forte aumento del prezzo del greggio.
Le tappe sono le seguenti:

•    29 luglio presentazione del Piano Energetico Nazionale al CIPE
•    2 agosto approvazione della legge sulle localizzazioni
•    23 dicembre approvazione del PEN da parte del CIPE

Le cose però non andarono lisce, ben presto si vide che le previsioni energetiche erano sballate, i soldi non bastavano e iniziarono a emergere le prime proteste anti nucleariste.

Novembre 1976 la Commissione Industria della Camera dei Deputati, presieduta dall’On. Fortuna, avvia un’indagine conoscitiva che si concluse nell’aprile del 1977 e che produsse un documento destinato al Governo e al CIPE.

Dicembre 1977 viene approvato dal CIPE il secondo programma energetico nazionale. Con questo secondo PEN, in base alle conclusioni della Commissione Fortuna, si decide di costruire in Italia “soltanto” 12/13 centrali nucleari da avviare entro il 1985.

Nel 1979 l’ENEA pubblica il documento denominato “Carta dei siti” che indicava le possibili zone in cui localizzare le centrali. Questo documento non è mai stato modificato.

Marzo 1979 scoppia l’incidente al reattore americano di Three Mile Island. Da questo momento viene messa in discussione la favola della sicurezza delle centrali nucleari.

Luglio 1981 il Ministro dell’Industria Pandolfi rende pubblico il terzo PEN nel quale si prevedeva che entro quel decennio sarebbero entrate in funzione le centrali di Caorso (850MW) e di Montalto di Castro (centrale con due unità da 1000MW ciascuna). Inoltre vengono individuati dei siti possibili per costruire altre centrali nelle seguenti Regioni:

•    Piemonte (lungo il corso del Po);
•    Lombardia nella zona sud-orientale (Viadana e S. Benedetto Po)
•    Veneto nella zona sud-orientale
•    Toscana nell’isola di Pianosa
•    Campania sull’ultimo tratto del fiume Garigliano
•    Puglia nel Salento
•    Sicilia nel ragusano

26 Aprile 1986 ore 1:23 disastro al reattore nucleare di Chernobyl.
Nel corso di un azzardato test di sicurezza un forte aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore 4 causò la rottura delle strutture di contenimento.
Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente con l’aria provocò l’esplosione e lo scoperchiamento del reattore. Una nube di materiale radioattivo ricadde dal reattore e contaminò una vasta area intorno alla centrale. Fu necessario evacuare centinaia di migliaia di persone. Moltissime le vittime nell’arco dei prossimi 50 anni a causa di questo incidente.

8 e 9 novembre 1987 si votò in Italia il referendum con i famosi tre quesiti sul nucleare che in realtà prevedevano:

1.    l’abrogazione delle procedure per la localizzazione delle centrali elettronucleari;
2.    l’abrogazione dei contributi a regioni e comuni sedi di impianti elettronucleari;
3.    l’abrogazione della partecipazione dell’ENEL alla realizzazione di impianti elettronucleari all’estero.

Così si conclude l’avventura italiana al nucleare. Avventura che vorrebbero mettere di nuovo in modo dopo oltre 20 anni dall’esito di quel referendum.

18 Giugno 2008 il Consiglio dei Ministri approva il Piano triennale per lo sviluppo. In questo piano si definiscono le prime norme per la Strategia energetica nazionale, da approvare entro il giugno 2009. Fra queste si definisce il ritorno al nucleare, con l’obiettivo di arrivare a coprire il 25% del fabbisogno elettrico nazionale con l’energia atomica.

Agosto 2008 il Parlamento italiano approva la legge 133. L’art. 7 conferma le linee del Piano e delega al Governo la definizione entro dicembre 2008, dei criteri e dei siti di localizzazione degli impianti, delle misure compensative da riconoscere alle popolazioni e la costituzione delle autorità di controllo della sicurezza.

Il 15 novembre 2008, a Caorso si costituirà il Comitato per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull’uso delle fonti fossili e di quella nucleare, come propone il Governo.  Berlusconi e il suo esecutivo, nel quadro del progettato rilancio del nucleare,  promettono di individuare entro sei mesi i territori destinati ad ospitare le centrali, violando così una precisa volontà popolare espressa con un referendum che a grande maggioranza aveva deciso di chiudere con il nucleare.
Non aspetteremo che siano individuati i siti nucleari per opporci a questa scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di subire una decisione antidemocratica, calata dall’alto e per di più militarizzata nell’attuazione.
Sosterremo il diritto delle popolazioni locali a fare valere la loro opinione anche, se necessario, con referendum territoriali, tanto più che costruire nuove centrali nucleari contrasterebbe con l’impostazione dei piani Energetico Ambientali Regionali già approvati. Porteremo in ogni luogo una battaglia delle idee, la controinformazione e per questo sollecitiamo la preziosa collaborazione del mondo scientifico e di quello intellettuale e di quanti possono contribuire in tutte le forme democratiche a sensibilizzare l’opinione pubblica: il nucleare è una scelta che va contrastata e sconfitta nel paese.
A questo scopo diamo vita ad un Comitato attraverso il quale organizzare, insieme a tutti gli altri soggetti associativi che si mobiliteranno sul territorio, il rifiuto popolare di questa tecnologia intrinsecamente insicura e incapace di smaltire i rifiuti radioattivi che produce. 
L’obiettivo che ci poniamo è di fare avanzare un’altra proposta di politica energetica basata sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, la sola scelta che permette di dare energia pulita al paese e contemporaneamente di ridurre le emissioni climalteranti. In linea quindi con gli obiettivi  che l’Unione Europea renderà vincolanti nei prossimi mesi: ridurre, entro il 2020,  del 20%, forse del 30% i gas serra attraverso un aumento del 20%, sia dell’efficienza energetica che delle fonti rinnovabili, mentre il Governo Berlusconi sta apertamente boicottando gli orientamenti europei rispetto al raggiungimento dell’autonomia energetica e del sostegno agli obiettivi di Kyoto.
Sono questi parametri i punti di riferimento di un nostro Piano Energetico Nazionale,  la cornice entro la quale iscrivere le singole azioni, le scelte tecnologiche,  la riconversione ecologica delle industrie più energivore, la riduzione dei rifiuti, il cambiamento del peso del trasporto individuale e su gomma.
Ci proponiamo di elaborarlo con il concorso più ampio delle popolazioni, sottoponendolo al giudizio dei cittadini, anche attraverso la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare.
 
La nostra non sarà la sola iniziativa contro questa scelta sciagurata del Governo  e quindi è nostra volontà coordinarci con tutte le altre strutture di mobilitazione, con le associazioni ambientaliste, con le persone del mondo della cultura e della scienza, con i sindacati, con le Regioni, con i Comuni disponibili .
Gli argomenti possono essere diversi ma ciò che conta è unire le forze sull’obiettivo comune di una nuova politica energetica e del NO al nucleare.
Berlusconi e i suoi ministri cercano di convincere che compiono questa scelta in nome della lotta ai cambiamenti climatici e per garantire energia abbondante e poco costosa al paese rafforzando anche la sua autonomia energetica.
Queste affermazioni sono entrambe false: il nucleare non serve né a combattere i cambiamenti climatici né a ridurre la bolletta energetica del paese e per di più è un enorme consumatore di acqua, bene sempre più scarso.

Va quindi rifiutato per le seguenti ragioni

1.    l’uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile, limitata nelle quantità e nel    tempo, che per di più ha visto i suoi costi aumentare in modo vertiginoso.

2.    non è affatto senza emissione di CO2 perché ne produce per l’estrazione del  combustibile, durante la costruzione della centrale e nella fase del suo smantellamento.

3.    nessuno dei problemi segnalati dalla tragedia di Cernobyl è stato risolto e quindi il nucleare civile continua ad avere problemi di sicurezza per le popolazioni non risolti anche durante il funzionamento ed un enorme impatto ambientale legato alla produzione di scorie radioattive che inevitabilmente si accumulano nell’ecosistema e graveranno sulle future generazioni per migliaia di anni. Va ricordato che in presenza di impianti nucleari è obbligatorio un piano di evacuazione delle popolazioni in caso di incidente grave, con l’abbandono di ogni attività, con pesanti restrizioni per le persone come vivere sigillati in casa.

4.    espone il mondo a rischi di proliferazione delle armi nucleari e al terrorismo, del resto questo è l’argomento che viene portato contro l’Iran poiché la tecnologia in uso è stata pensata per produrre plutonio e la generazione di energia elettrica ne è un sottoprodotto.

5.    non è in grado di risolvere né il problema energetico né quello del cambiamento climatico, infatti le risorse di uranio, già oggi scarse, non sarebbero sufficienti di fronte ad un aumento ulteriore della domanda ed è quindi inutile sperare di aumentare la capacità installata in maniera tale da coprire una quota significativa della nuova domanda di energia, né di sostituire la quota fossile.

6.    ha dei costi economici e finanziari diretti ed indiretti troppo elevati che in realtà  gravano sulla società e sulle finanze pubbliche e inoltre è una tecnologia che usa e spreca enormi quantità d’acqua

7.    comporta un modello di generazione di energia centralizzato, basato su centrali di elevata potenza, che non garantiscono sicurezza e tanto meno assicurano il diritto all’energia diffusa nel territorio. Infatti il nucleare è un modello che richiede sistemi di gestione autoritari, centralizzati ed antidemocratici . Non a caso le centrali nucleari civili vengono considerate come gli altri siti energetici alla stregua di siti militari.

E quindi irrealistico pensare di uscire dai fossili rilanciando il nucleare, anzi in Francia una massiccia presenza del nucleare (78%) si accompagna ad un consumo pro capite di petrolio maggiore che in Italia.

Uscire dal petrolio e dalle energie fossili e non rinnovabili senza il nucleare si può.
E’ matura, tecnologicamente ed economicamente, una scelta energetica a favore del risparmio energetico  e  delle energie rinnovabili che un programma  di incentivi pubblici e l’utilizzo della leva fiscale possono e devono promuovere

Il paese può e deve essere più efficiente e non sprecare energia.
Questo è il primo obiettivo che ci proponiamo.  Si calcola che metà dei consumi energetici italiani sono in realtà sprechi derivanti da usi poco razionali ed inefficienti dell’energia. Si può puntare molto in alto con il risparmio energetico, fino a risparmiare il 50% dell’energia oggi usata per garantire i servizi di illuminazione, riscaldamento, rinfrescamento, mobilità, usi industriali. Sono necessari interventi per aumentare l’efficienza dell’uso dell’energia e per correggere gli sprechi, sviluppando politiche di sufficienza diffusa nel territorio può portare a ridurre i consumi di energia, pur mantenendo standard elevati di vita, e per questo occorre puntare a risparmi significativi sia per il sistema economico che per il rispetto degli impegni di Kyoto, peraltro già oggi insufficienti di fronte ai cambiamenti climatici.
E’ possibile e realistico puntare all’obiettivo di procurare al paese gran parte dell’energia che gli è veramente necessaria attraverso le fonti rinnovabili.
Lo si può fare, come dimostrano le esperienze di molti paesi, Germania e Spagna in particolare incentivandone l’installazione diffusa con  lo strumento del “conto energia”  che ha dimostrato nei paesi che l’hanno adottato di funzionare e aumentare notevolmente la capacitaà rinnovabile installata
Sono due strade alternative:
quella del Governo non garantisce autonomia energetica al paese è antidemocratica, costosa, pericolosa per la salute delle persone e  l’ambiente, oltre che poco utile per ridurre le emissioni climalteranti e ci isola dall’Europa .

La politica energetica da noi indicata invece  riduce la nostra dipendenza energetica, fornisce i servizi energetici usando fonti rinnovabili (un barile di petrolio corrisponde ad un metro quadrato di pannello solare) che non alterano il clima e che sono diffuse sul territorio e quindi facilmente controllabili dalle popolazioni, oltre a promuovere un diverso sviluppo, creando nuova occupazione di qualità. 

Questa è l’alternativa che proponiamo:

Sono queste le ragioni per cui decidiamo di promuovere un Comitato per il No al Nucleare e per il SI ad una politica energetica alternativa di risparmio e sviluppo delle fonti rinnovabili e per questo convochiamo un’Assemblea a Caorso costitutiva del Comitato che è aperto a tutti i contributi.

Testo redatto l’12/10/2008

Mario Agostinelli, Mario Albanesi, Fabio Alberti, Franco Arqada, Andrea Baranes, Paola Barrassi, Giovanni Bellini, Giorgio Beretta, Maddalena Berrino, Marco Bersani, Giorgio Braschi, Mauro Bulgarelli, Paolo Cacciari, Luisa Calimani, Alberto Calza Bini, Valerio Calzolaio, Sergio Caserta,  Antonio Canu, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Lilia Chini, Giuseppe Ciliberto, Paolo Ciofi, Nicola Cipolla, Lisa Clark, Giorgio Cremaschi, Paolo Deambrogio, Paolo De Marchi, Loredana De Petris, Paolo Del Vecchio, Piero Di Siena, Pippo Di Falco, Antonio Fagioli, Antonio Filippi, Pietro Folena, Roberto Gili, Alfiero Grandi, Umberto Guidoni, Maria Dolores Lai, Mirko Lombardi, Simonetta Lombardo, Anna Luise, Walter Mancini, Giorgio Mele, Sandro Morelli, Roberto Musacchio, Gianni Naggi, Francesco Nobili, Corrado Oddi, Giovanni Oliva, Milena Pari, Renato Patrito, G.Paolo Patta, Ciro Pesacane, Silvana Pisa, Francesca Redavid,  Mario Sai, Vittorio Sartogo, Massimo Serafini, Morando Soffritti, P.Luigi Sullo, P.Giorgio Tiboni, Aldo Tortorella, Lucio Triolo, Francesco Vignarca,  Vincenzo Vita, Alberto Vitali, Umberto Zona

ATOMO CONTRO SOLE: SCOPRIAMO L’IMBROGLIO
di Mario Agostinelli

“Pretendono che la gente salga su un aereo per il quale non esiste nessuna pista di atterraggio”
(Uhlrich Beck)

1)  “RINASCITA DEL NUCLEARE”: CHI, COME, PERCHE’
La prima questione che balza all’attenzione di un osservatore non è tanto il ritorno di un dibattito sul nucleare, dopo un blocco degli insediamenti che data ormai da prima di Chernobyl, quanto la guida energica del plotoncino degli irriducibili dell’atomo da parte del Governo e dell’opportunista gotha economico italiano. Il che lascia pensare che la cancellazione di una decisione popolare assunta con referendum, non sia dettata da una meditazione lungimirante sulla crisi energetica, ma piuttosto da una concomitanza di convenienze politiche (compresa quella dell’umiliazione della cultura rosso-verde nata col rigetto di uno sviluppo quantitativo a qualunque costo), di collegamento acritico tra mito della crescita, consumo di territorio e disprezzo della salute, e, infine, di vocazione autoritaria di un Governo non sottoposto più al controllo dell’opinione pubblica. Se le motivazioni per il ritorno all’atomo hanno una tale origine, nel programma dell’opposizione al centrodestra va allora inscritta con chiarezza la campagna contro il nucleare.  Deve quindi diventare manifesta una informazione adeguata sia sul piano politico, che  sotto il profilo culturale e scientifico, per rilanciare una intensa mobilitazione.
L’iperbolica affermazione del Ministro Scajola per accredirare una “rinascita nucleare”- da 7 a 10 mila Megawatt da fissione in cinque anni per un costo di almeno 15 miliardi di euro – non serve solo per forzare il contesto, visto che ogni Ministro appena insediato brama dallo stupire il Paese con progetti “muscolari”: pugno duro contro clandestini e Rom, militarizzazione delle discariche, campate di ferro sullo Stretto, ultimatum ai dipendenti di Alitalia, svuotamento dei contratti, caccia ai fannulloni e ai gracili di salute, grembiule agli alunni e decimazione degli insegnanti della scuola pubblica. Ogni forzatura sottende motivazioni “culturali”, in una forma regressiva: in effetti il messaggio univoco è quello della cancellazione della stagione del ’68 e della nostalgia reazionaria di un autoritarismo senza conflitto e di semplificazioni quantitative a dispetto della qualità. Allora, deve  preoccupare la passività della reazione popolare, mentre la destra punta al cuore di conquiste e valori, come la sovranità popolare e l’esercizio di una democrazia di massa che, passando per gli anni ‘70, hanno ipotecato un futuro energetico non coincidente con quello voluto dai grandi potentati. Allarmiamoci, quindi, di fronte ai mutamenti già in atto del sentire popolare. Attenti, perché il mito del prolungamento della crescita e della riserva a cui possono continuare ad attingere i ricchi, se si tengono alla larga i poveri nella competizione globale, è parte di un’onda lunga di destra, presente non solo nel nostro Paese. Ed è una suggestione che da noi ha basi di consenso popolare elevate, soprattutto al Nord, agganciandosi a quella secessione dei ricchi e a quella noncuranza del resto del mondo, che la Lega e i “governatori” settentrionali, con l’accodamento benevolo del “PD del Nord”, hanno sparso a piene mani. Sotto questo profilo, lo sconcerto provocato dall’accelerazione della crisi finanziaria, ben più profonda di quanto ci si voglia far credere, la penuria di fonti energetiche impiegabili immediatamente per la produzione delle merci e per i consumi a cui non si vuole rinunciare e la drammaticità del cambiamento climatico, spingono a spacciare per realistico e auspicabile lo scenario di “ecocentrali” nucleari da attivare al più presto e senza intralci. In effetti, ci troviamo oggi di fronte a dilemmi inediti: molte opzioni sui grandi rischi non comportano la scelta tra alternative sicure e rischiose, ma tra diverse alternative rischiose: è il caso dei pericoli del cambiamento climatico combattuti con i pericoli incalcolabili delle centrali nucleari. La propaganda e l’assenza di un’opinione pubblica autonoma e informata, possono giocare un ruolo determinante, dato che le forme odierne del discorso scientifico e pubblico non sono all’altezza di simili valutazioni. Così, per imposizione politica, si possono sottostimare volutamente i pericoli nucleari e amplificare gli effetti della catastrofe ambientale, mettendo in ombra rimedi, come il risparmio e le rinnovabili, che sono invece già a portata di mano.  Nella società mondiale del rischio le linee di conflitto sono linee culturali. Tocca al dibattito portare alla luce opposte valutazioni, che stanno nel profondo, che appartengono alla specie prima che all’individuo e non hanno rappresentanza automatica nella democrazia delegata che conosciamo. E poiché un’opinione non è un fatto privato, l’opinione politica, nella democrazia rappresentativa, è una componente della sovranità. Proprio per questo l’accesso e la completezza dell’informazione – a partire dal caso dell’atomo – diventano indispensabili all’esercizio della democrazia.
E proprio su  questi crinali sfumati e incerti si muove la “rinascita del nucleare”, concepita per consolidare i poteri attuali e non metterli democraticamente in discussione nella transizione inevitabile verso un paradigma energetico che lascia alle spalle l’era dei fossili.
Berlusconi, da efficiente comunicatore, sta mettendo in gioco paure contro paure ed ha offerto una soluzione irragionevole (il raddoppio delle centrali nucleari nel mondo!), ma economicamente e politicamente più conveniente ai suoi interessi, a quelli della sua parte e alla dimensione culturale del suo potere. E poiché il simbolico conta tantissimo, il Governo ha rilanciato l’atomo introducendo a bella posta il segreto militare sugli impianti energetici e dichiarandoli aree di interesse strategico nazionale. In fondo, penserà il Cavaliere, perché mai un modello che ha dato buona prova di sé col trinomio monnezza – inceneritori – esercito, non dovrebbe funzionare con clima – nucleare – militari?
2) LA DIFFICILE RICOSTRUZIONE DI UNA COSCIENZA POPOLARE
Della scorciatoia dell’atomo va valutata l’estrema pericolosità, il lascito disastroso alle future generazioni, le minacce alla specie, ma anche e in particolare l’effetto di interdizione dello sviluppo e della necessaria diffusione delle fonti rinnovabili. Attraverso il nucleare prendono corpo anche l’ilusione della crescita a tutti i costi, una limitazione della democrazia, minacce di guerra, nonché l’accrescimento dello strapotere finanziario delle lobbies energetiche, che possono rilanciare nella crisi finanziaria le  manovre speculative sulle riserve e sui prezzi delle materie prime non rinnovabili, come l’uranio.
  Chiediamoci quindi cosa renda possibile che, mentre l’Unione Europea indica nell’efficienza, nella riduzione dei consumi e nella rapida diffusione delle rinnovabili la barra delle politiche energetiche e Al Gore chiede che l’America produca il 100% di elettricità da fonti rinnovabili entro 10 anni, da noi ci si appresti ad imporre in sei mesi la road map del nucleare e della costruzione di rigassificatori, mentre Emma Marcegaglia (Confindustria), Umberto Quadrino (Edison ) Fulvio Conti (Enel), Chicco Testa (Carlyle Group), Giuliano Zuccoli (A2A), sotto lo sguardo benevolo di Colaninno padre e figlio, sono già all’opera, giurando che i loro interessi coincidono con il futuro dell’Italia, o viceversa.
Per contrastare una prospettiva che si sta materializzando per la convergenza di grandi interessi economici e politici ed una insistente campagna di informazione appoggiata dai media, non basterà un mero aggiornamento degli argomenti che hanno portato alla vittoria nel referendum dell’ 87. Tanto più che alcune delle nuove emergenze sopravvenute (l’eventualità di una catastrofe climatica, l’esaurimento entro il secolo delle fonti fossili, l’impennata dei prezzi del petrolio, le accresciute probabilità di black-out, i timori per la crisi finanziaria e la progressiva riduzione del potere di acquisto dei salari) condizionano pesantemente la quotidianità e facilitano la riammissione del nucleare nel novero dei rischi da correre per affrontare l’emergenza.
  Scegliamo allora di misurarci al più presto con le novità più rilevanti, da cui potremmo risultare “spiazzati”. Tra di esse due mi sembrano di particolare peso e riguardano una sfasatura nella percezione tra futuro prossimo e remoto.
  a) ci stiamo abituando per le emergenze a contare il tempo a ritroso: “quanto manca a” (riscaldamento terrestre  oltre i 2 °C, scioglimento dei ghiacci polari, esaurimento delle riserve di petrolio etc.). Si tratta di count down che riguardano al massimo il succedersi di due o tre generazioni. Invece, le conseguenze di soluzioni tecnologiche anche dubbie ricadono su generazioni lontanissime: ad esempio i tempi di dimezzamento delle scorie nucleari sono dell’ordine di decine di migliaia di anni e riguardano eredi senza volto e inconoscibili.
 b) per la prima volta, noi ricchi viviamo in condizioni di stazionarietà se non di declino, ma siamo tentati di protrarre ben al di sopra delle possibilità di cui dispone il pianeta – e almeno per l’arco della nostra esistenza e di quella dei nostri figli – le nostre esclusive condizioni di vita e di consumo. Addirittura, saremmo disposti ad un conflitto intergenerazionale per non affrontare le incognite di una inevitabile transizione verso un modello energetico a minor spreco e a basso impatto ambientale, tanto diverso dal presente quanto necessario per il futuro.
In questo contesto, non certo paragonabile con quello da cui prese le mosse il referendum dell’87, il nucleare si propone come la tecnologia già disponibile che, non intaccando i livelli di vita dei privilegiati e mantenendo inalterato il resto del sistema – stessa rete di distribuzione,   analoghe concentrazioni di capitali, più accentuata centralizzazione dell’offerta elettrica, ancora maggiore controllo militare – sarebbe in grado nel breve periodo di assicurare per la popolazione quella crescita che la realtà stessa sembra contraddire. Mantenendo continuità, comando e controllo dell’economia nelle mani degli attuali ceti dominanti,
  E’ dunque in un clima di inerzia e in un quadro di alleanze fluide tra poteri e cittadini dei paesi ricchi, ben diverso da quella volontà di cambiamento antagonista e dal basso ancora operante dopo il ’68 per tutti gli anni ’80, che si deve aprire un conflitto che per ora non sembra né profilarsi né orientarsi ad assumere un carattere popolare.
In ragione di queste difficoltà e per il lavoro di “lunga lena” che ci aspetta, propongo qui di seguito alcune riflessioni  per ricostruire un consenso largo contro la costruzione di impianti atomici.
3)  AFFINARE  GLI  ARGOMENTI  DA  OPPORRE AL NUCLEARE
Clima, dispersione di  calore e consumo di acqua: emergenze ambientali
Lungo l’intero ciclo di vita dell’uranio, dall’estrazione del minerale alla sua fissione nel reattore, si registrano emissioni di CO2  sì inferiori, ma comunque confrontabili con quelle che accompagnano il ciclo del  gas naturale. Sono emissioni connesse all’esercizio di una centrale complessa, ma soprattutto alle fasi relative alla costruzione, all’avvio del funzionamento e al posizionamento in loco del combustibile fissile, che possono avvenire attualmente solo con l’impiego molto elevato (ben più che nelle corrispondenti fasi del ciclo del carbone o del petrolio o del gas) di fonti fossili nell’area di costruzione  e in miniera. Inoltre, per motivi di sicurezza, gli impianti nucleari pretendono per l’edificazione enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, materiali che per la loro produzione richiedono carbone e petrolio. Considerando questi fattori nel loro insieme, si calcola che la CO2 emessa nel ciclo completo di un impianto nucleare corrisponda all’incirca al 40% di quella prodotta dal funzionamento per un periodo equivalente di una centrale di pari potenza a gas naturale. Attenzione però: in questo calcolo non è compresa l’energia necessaria per lo stoccaggio finale dei rifiuti, il cui computo non è possibile per mancanza di esempi da analizzare.
L’efficienza degli impianti a energia nucleare è bassa ed è destinata solo alla fornitura di elettricità, che costituisce solo il 15% degli usi finali di energia nel mondo. Nonostante la enorme quantità di calore che gli impianti nucleari disperdono nell’ambiente, perché  esso venga utilizzato si richiederebbe la vicinanza di un grande bacino di utenza, cioè di una grande metropoli. È ovvio però che, per motivi di sicurezza, una centrale nucleare non può essere costruita nelle immediate vicinanze di grandi agglomerati urbani o di centri di produzione industriale e gran parte del calore prodotto si disperde in atmosfera.
Un aspetto fortemente critico, sempre taciuto, nel processo nucleare è la grande quantità di acqua necessaria. Per evitare rischi di incidente catastrofico l’acqua ai reattori non può mai essere sospesa, e deve fluire, per asportare l’eccesso di calore, in volumi 10 volte superiori a quelli necessari nelle centrali tradizionali, con dispersione di vapore in aria e ritorno del liquido nel letto a elevata temperatura. Dove le filiere atomiche hanno subito una attenzione continua , uno sviluppo aggiornato e una diffusione massiccia, come in Francia,  la crisi idrica si è già manifestata.  In questo Paese il 40% di tutta l’acqua fresca consumata va a raffreddare reattori nucleari.
L’inefficacia e la sfasatura temporale di un’impresa dissennata
Pur mantenendo la massima prudenza nell’indicare i tempi entro cui gli effetti sul clima diventerebbero irreversibili (v. analisi dell’IPCC) e le ricadute sull’economia (v. Rapporto Stern) così gravi da poter essere contabilizzate solo con un segno negativo della variazione del PIL, esiste piena concordanza sul fatto che un contenimento significativo dell’aumento della temperatura dell’atmosfera terrestre vada ottenuto non più tardi del 2020.
Quindi, i tempi di risposta delle tecnologie adottate a tal fine non possono essere impunemente contraffatti. L’ENEA stesso ammette che, anche nell’ipotesi superottimistica della “road map” sbandierata da Scajola, la quota di nucleare annunciata arriverebbe a contribuire alla riduzione complessiva delle emissioni solo per un 6% (e oggi l’Italia è lontana da Kyoto oltre 13 punti!). 
Secondo l’IPCC, il panel dell’agenzia ONU per l’ambiente, al 2020 saremo in emergenza climatica se non interverranno prima cambiamenti radicali, sia in termini di riduzione dei consumi sia sotto il profilo del blocco delle emissioni di CO2. Con questi tempi ravvicinati il ricorso al nucleare risulta pressochè ininfluente. Infatti, nel caso di un impianto nucleare previsto per  40 anni di durata di funzionamento, occorrono almeno tutti i primi 9 anni di esercizio per pareggiare l’energia immessa nella costruzione e nell’approntamento. Tenuto conto di almeno 4 anni di costruzione e di altri 5 precedenti tra localizzazione e progettazione, un sistema che sviluppa 1 impianto/anno darebbe energia netta positiva solo dal 19° anno (nel piano “Scajola” realisticamente arriveremmo al 2038). Dal 2038 il bilancio energetico per una intera filiera nucleare non andrebbe più in perdita se si costruissero ogni anno il 20% in più di nuovi impianti, impresa improponibile. Se, infine, si tiene conto dell’emissione di CO2  dovuta all’intero ciclo di vita dell’uranio, allora il bilancio energia-emissioni risulta insensato, i tempi di ritorno troppo lunghi, l’impegno finanziario troppo oneroso per tempi di crisi incontrollata come l’attuale.
Il fabbisogno effettivo di centrali: una follia da evitare
Anche se si avesse entro il 2030 come obiettivo quello dichiarato da Berlusconi – e cioè il raddoppio nel mondo delle centrali nucleari esistenti – rimpiazzando anche quelle che andranno a fine vita nei prossimi 20 anni, l’effetto sulle emissioni globali sarebbe solo una riduzione del 5% . Eppure, occorrerebbe aprire una nuova centrale ogni 2 settimane da qui al 2030, spendendo una cifra tra 1000 e 2000 miliardi di euro, scontando un aumento dei rischi legati a incidenti, andando incontro ad una inevitabile proliferazione nucleare e rendendo esplosiva la questione irrisolta delle scorie. Una autentica follia.
Se poi guardassimo oltre il 2030, il nucleare dovrebbe arrivare a pesare per il 20-25% di mix elettrico per poter incidere significativamente e durevolmente sul cambiamento climatico. Occorrerebbero cioè almeno 3000 centrali nucleari in più (oggi sono 439) : 3 nuove centrali in funzione al mese fino a fine secolo, con prezzi  alle stelle dell’uranio, in esaurimento ben prima del compimento della mastodontica e insensata impresa.
Sotto un altro punto di vista, ammesso di trascurare per una volta l’emergenza climatica, il fabbisogno reale di energia e la contemporanea scarsità di uranio mettono in discussione proprio quel mito di una crescita inesauribile su cui si è fondata la fortuna del nucleare. Basta fare alcuni conti. Il consumo globale di energia attuale è di 13 TW e si prevede che per il 2050 arrivi a 30 TW. Il deficit previsto, in assenza di riduzione dei consumi, sarebbe quindi di 17 – 20 TW. Anche costruendo una centrale al giorno per 50 anni di fila (!) si otterrebbero, con enormi impieghi finanziari e con effetti ambientali catastrofici, “solo” 10 TW, ma l’uranio sarebbe esaurito ben prima della titanica impresa! La riduzione dei consumi e il ricorso alle energie rinnovabili sono di conseguenza necessari.
Ancor oggi irrisolvibile il problema delle scorie
Quello delle scorie radioattive è tra i problemi più noti in relazione alle centrali nucleari. Per la natura che ci ospita, l’impatto ambientale generato dalla produzione di queste scorie, che inevitabilmente si accumulano nell’ecosistema e graveranno sulle future generazioni per migliaia d’anni, è del tutto inedito.
Non esistono a oggi soluzioni concrete al problema. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi.
Negli Stati Uniti sono immagazzinate, per ora, in contenitori speciali da 10 tonnellate, del costo di 700.000 euro ciascuno. Ogni anno un reattore da 1000 Mw riempie due contenitori, mentre il problema rimane senza soluzioni tecniche definitive, producendo effetti incommensurabili sul piano economico. Sarebbe  impossibile affrontarlo ex-novo su scala nazionale e irresponsabile trascurarne le conseguenze. In Italia, tuttavia, nel Governo attuale nessuno mostra di preoccuparsi delle 150 tonnellate annue che verranno prodotte dall’ipotizzato piano nucleare.

 L’insostenibilità dei costi del KWh nucleare.    
 Il nucleare è la fonte energetica più costosa che ci sia. Il prezzo dell’uranio è esploso negli ultimi anni, passando dai 20 dollari per libbra nel 2000 a 120 nel 2007 e continuerà a salire in relazione alla sua scarsità. Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato al costo di investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e prevede tempi di ritorno di circa 20 anni. Se a questo si aggiungono anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti, le cifre diventano addirittura imprecisabili. Dove il KWh da nucleare risulta  apparentemente poco costoso, come in Francia, è perché lo Stato si fa carico dei costi per la sicurezza, per la ricerca e degli inconvenienti di gestione, ma soprattutto di quelli di riprocessamento e smaltimento definitivo delle scorie e delle centrali. E sono proprio queste spese, oggi rimesse in discussione dai governi per la crisi finanziaria, ad aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni.   

4) COMUNICARE ALTERNATIVE DESIDERABILI
Un sistema energetico come quello odierno, fondato sul controllo geopolitico delle riserve di materie prime,  su impianti di produzione centralizzati e su grandi reti di trasporto,  è connaturato a modelli di produzione, di consumo e di controllo autoritario delle società moderne che trovano il loro compimento nella globalizzazione liberista. Per superarli, va pianificato un passaggio verso stili di vita comunitari, perseguita la sufficienza e la riduzione dei consumi non necessari, instaurati una democrazia partecipativa  e un sistema di autogoverno del territorio indispensabili per risolvere la crisi ambientale.
Senza nucleare,  più democrazia e tecnologie compatibili con il territorio.
Anche se si volesse prescindere dalla tecnologia, le priorità andrebbero ribaltate mettendo al centro  vita, giustizia sociale, relazioni virtuose con la natura, valorizzazione dell’interculturalità e della creatività, sovranità popolare. Questo cambio di visuale è incompatibile con la diffusione  del ciclo nucleare, che, al contrario, è incurante del territorio e insensibile alle comunità locali, portatore di sprechi enormi con le sue reti lunghe di fornitura  che ricoprono l’intero pianeta.
 Le reti connaturate alle fonti rinnovabili trasportano assai più risparmio, organizzazione e informazione, che non elettricità a basso rendimento e sono per definizione policentriche, corte e diffuse. I cicli biologico-energetico-naturali che con esse possono convivere e che sarebbero invece minacciati dal consolidamento del modello attuale in seguito alla  diffusione del nucleare, vengono chiusi localmente, consentono compensazioni e interattività tra nodi distanti, favoriscono un bilancio controllato di produzione e consumo e l’incontro tra domanda e offerta, sottraendo il comando della catena alla spinta del profitto verso consumi individuali inarrestabili.
La nuova energia, al contrario di quella procurata dalla fissione dell’uranio si può pianificare diffusamente nell’ambito dell’autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale, mentre i costi energetici conseguentemente pagati dalla comunità rimarrebbero nel ciclo economico regionale e comunale. Finalmente anche  i piani regolatori e i tracciati urbanistici, la dislocazione e la disposizione degli edifici  verrebbero ridisegnati sulla base delle scelte energetiche codecise nel territorio: era già così al tempo delle grandi città d’arte prima del ‘700, tutte – ce lo dimentichiamo talvolta – costruite senza contributo fossile e alimentate da fonti solari.
Infine, le tecnologie per le comunicazioni, a partire da Internet, e  quelle per lo sfruttamento e la generazione  di energia solare sono complementari : l’energia solare potrebbe infatti liberare le tecnologie della comunicazione dal legame obbligato con la rete energetica delle grandi centrali, mentre Internet potrebbe rendere più “intelligente”, cooperante e interattiva la connessione tra i dispositivi alimentati da fonti rinnovabili.
Se oggi è possibile una comunicazione distribuita, è sicuramente più agevole superare un sistema energetico centralizzato o, comunque organizzare con la massima efficienza fonti energetiche territoriali anche discontinue, come il sole e il vento.
Vista l’importanza della posta in palio, se si vuole abbandonare il modello energetico basato su fossili e nucleare, bisogna dare credibilità alle proposte alternative, disegnare una road map per la transizione, stringere le alleanze su cui si regge il cambio di paradigma.

Energia per la vita e una società di pace
L’energia è vita o morte, innanzitutto; non solo potenza, velocità, trasformazione di materia. E’ relazione, pensiero, affetti, respiro, mobilità muscolare: oggetto squisitamente sociale; non solo merce e prezzo economico. Collegare stabilmente l’energia e il diritto ad essa alle basi della vita (e della morte) è insieme una intuizione scientifica modernissima ed una urgenza politico-sociale attuale, che comporta uno spostamento simbolico di non poco conto e che sta alla base di una narrazione potente di cui la sinistra deve impadronirsi.
Invece oggi la parola energia evoca ancora concetti come centralizzazione, militarizzazione, autoritarismo, consumo e spreco,  attraversamento distruttivo dei territori, interferenze con i processi vitali. L’energia nucleare sta ancora in questo schema, mentre un passaggio coerente alle fonti rinnovabili romperebbe un quadro statico: esse infatti possono essere scelte e governate democraticamente nel loro mix più efficace, nella loro destinazione e nella loro integrazione col territorio riducendo gli sprechi e senza lasciare scorie ineliminabili.
Raggiungere l’obiettivo UE “20-20-20”, ma  in alternativa al nucleare
La risposta dell’Unione Europea alle sfide in materia di energia e ambiente è orientata a cogliere le opportunità derivanti dall’investimento in nuove tecnologie. L’obiettivo sancito dall’Ue (cosiddetto “20-20-20”) persegue entro il 2020 il 20%; di aumento del contributo da fonti rinnovabili, la diminuzione del 20% del consumo energetico e la riduzione del 20% di emissioni di gas serra rispetto al 1990. Se questo è il contesto, il contributo del nucleare alla produzione di energia, non potrebbe che diventare aggiuntivo. Qundi: o i consumi totali esploderanno contravvenendo alle direttive di Bruxelles,  oppure, per tenere in piedi il piano Scajola dovremo sacrificare le energie alternative. Non sarebbe comunque possibile e, soprattutto, conveniente, produrre contemporaneamente due sforzi con tipologie così opposte e tanto impegnativi sul piano della  ricerca, della politica industriale, della progettazione, della sicurezza, da escludersi l’un l’altro.
5) PER CONCLUDERE…
Una politica energetica alternativa al nucleare è parte ineliminabile dell’opposizione a Berlusconi e del rinnovamento della sinistra. Occorre inquadrarla in una visione qualitativa e coerente, che rompa con il mito della crescita e la previsione di un’Italia terminale di grandi interconnessioni per i flussi di petrolio e di metano e sede di rigassificatori e di impianti nucleari. Una vocazione distruttiva per il nostro Paese, attraversato prima che vissuto, spina dorsale di un sistema fossile e di trasporti destinato a scomparire e perfino zavorrato nelle sue politiche economiche e industriali da una missione concentrata sul vecchio. Spetta quindi alla sinistra e ai movimenti il compito di rompere il cerchio,  innovare e porre con coraggio le basi del nuovo edificio, consapevoli che l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre.

PER UNA TRATTAZIONE PIU’ ESAURIENTE DI TUTTE LE TEMATICHE QUI ESPOSTE, V. IL BLOG: WWW.MARIOAGOSTINELLI.IT NELLA VOCE ENERGIA
 

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