EVOLUZIONE E INVOLUZIONE DEI DIRITTI SUL LAVORO

EVOLUZIONE E INVOLUZIONE DEI DIRITTI SUL LAVORO

Piergiovanni Allega  ha tracciato una precisa ricostruzione storica, dagli anni ’50 ad oggi, evidenziando l’andamento, prima ascendente e poi discendente della tutela del lavoro. La prima faseha visto, pur in presenza di elevata disoccupazione e di consistenti problemi di competitività della nostra economia, un consolidamento crescente nelle garanzie e tutele rispetto alla sicurezza, stabilità, protezione legale del lavoro e dei lavoratori: la legge Vigorelli del 1959 ha stabilito i minimi retributivi; la legge 1369/60 ha posto il divieto del caporalato; la legge 320/62 ha definito criteri precisi di limitazione del ricorso ai contratti di lavoro a termine; la legge 604/66 ha introdotto la ‘giusta causa’ come condizione per il licenziamento; e così via fino alla Statuto dei lavoratori del 1970, che ha dato piena realizzazione agli artt. 3 e 4  della Costituzione riguardanti il diritto di tutti al lavoro e l’obbligo di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscano la piena partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economia e sociale del Paese.  

Con Craxi e con l’abolizione da parte sua della scala mobile dei salari, prende avvio la fase discendente del ciclo: si apre la stagione della flessibilità, dell’introduzione sul piano legislativo e contrattuale di varie forme di precarizzazione del rapporto di lavoro che troveranno la loro più compiuta espressione nella cosiddetta legge Biagi del 2003, e con la sostanziale abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che tutelava contro i licenziamenti) da parte del governo Monti-Fornero. Il  Jobs Act di Renzi giunge a coronamento di questa fase, poiché stabilisce l’a-causalità del contratto a termine, concesso fino a 36 mesi dopo l’assunzione, con l’obbligo di trasformarlo poi in contratto a tempo indeterminato. Ma è del tutto chiaro che le aziende utilizzeranno questo provvedimento  per rendere praticamente perpetui i contratti a termine, precarizzando così definitivamente il rapporto di lavoro.

Cristina Quintavalla,  portando l’attenzione a quanto succede a livello europeo, dove è stato elaborato un documento (‘Europa 2020‘) in cui, in vista del problema fondamentale della competitività dell’economia europea, la tutela del lavoro e il trattamento dei lavoratori dovranno rapportarsi a questa esigenza primaria: la ‘flessicurità’ è il principio guida, cioè flessibilità e mobilità dei lavoratori all’interno di ciascun paese  e tra i paesi dell’Unione, contenimento salariale, attenuazione delle garanzie contrattuali, ecc….

E’ di fronte a queste prospettive che la lista Tsipras vuole attrezzarsi in termini di proposta e di lotta sia per ottenere maggiori garanzie di stabilità e sicurezza del lavoro, sia per orientare la creazione di lavoro ai grandi obiettivi della riconversione ecologica, tutela dell’ambiente, ampliamento dei servizi sociali”.

 

L’Altra Europa di rosso vestita

Pubblicato il 1 aprile 2014 da Stefano Iannaccone

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Il colore non poteva essere diverso: il rosso. Quello stesso rosso evoca la sinistra storica, dalla radici profonde, anche perché “il Sol dell’Avvenire è rosso di colore”. Insomma la scelta è stata abbastanza facile per una forza politica che punta alla resurrezione della sinistra legata alla tradizione. Quella che parla di Stato sociale e non di tagli alla spesa, per intenderci.

La strategia di comunicazione della lista “L’Altra Europa con Tsipras“,  ha avuto il principio ineludibile del colore rosso. Eppure un altro aspetto ha capovolto le ataviche convinzioni del post comunismo in salsa italica. Il dato è evidente quasi quanto il rosso di cui sopra: lapersonalizzazione totale. La lista presenta al suo interno il nome del leader: Alexis Tsipras, capo diSyriza la coalizione progressista greca (una sorta di “Sinistra Arcobaleno”, che a differenza della fallimentare esperienza italiana contende ai conservatori il ruolo di prima forza politica nel Paese).

Un’altra stonatura risalta agli occhi degli osservatori: l’elettore italiano dovrebbe votare per unleader di un altro Paese. Tuttavia, questo fatto, seppur paradossale, può essere capovolto a favore: si tratta infatti un voto per le elezioni Europee, quindi per cambiare le cose all’interno dell’Unione europea. Che c’è di male nella scelta di un leader europeo?

Così diventa accettabile l’idea di votare per Tsipras, paladino di una diversa visione dell’Ue. E poi: chi meglio di un greco (Paese vessato dalle richieste della famigerata troika) può ambire all’attuazione di politiche meno dedite strangolatrici? Lo “svantaggio” di non aver un leader nazionale, in sintesi, può essere trasformato in una opportunità. Anche perché il capo di Syriza non è invischiato nelle beghe di politica italiana. Mica poco.

Il nome della lista, infine, tratteggia chiaramente il progetto di comunicazione. Il messaggio principale è quella della costruzione di “Un’Altra Europa”, senza alcun accenno a posizioni antieuropeiste, che appartengono alla sfera delle estreme destre d’Europa. Tsipras, con la variegata galassia di sinistra che lo sostiene, vuole ribadire con forza un concetto: l’obiettivo non è la “fine dell’Europa” con la conseguente rinascita dei nazionalismi, bensì è quello di un Vecchio Continente più attento alla solidarietà e meno concentrato sullo zero-virgola-qualcosa sul bilancio pubblico.

Nel contesto italiano, dunque, la lista “L’Altra Europa con Tsipras” entra in concorrenza con il Partito democratico, ma soprattutto cerca di attirare i voti “anti-sistema” che sinora hanno alimentato i successi del Movimento 5 Stelle.

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Collepasso, 21/4/2014

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