EROICI

 

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EROICI

Pelé era una vera e propria leggenda e, durante la sua lunga e prestigiosa carriera, stabilì record sorprendenti. Nel 1969 realizzò il suo millesimo gol, di fronte ad una folla in delirio nello stadio Maracaná. In non meno di sei circostanze realizzò cinque gol durante un unico incontro, fu poker di reti in 30 occasioni, ben 92 le triplette! Nel 1964, in un incontro contro lo sfortunato Botafogo, mise in rete il pallone ben otto volte! In tutto realizzò 1281 gol in 1363 partite e collezionò 92 presenze internazionali. Abbandonò quello che chiamava “il bel gioco” nel 1974, prima di tornare, un anno dopo, a giocare per i Cosmos di New York “per portare il gioco più diffuso al mondo al pubblico nordamericano”. Appese definitivamente le scarpe al chiodo nel 1977. Con ogni tocco, ogni passaggio, ogni dribbling, Pelé era capace di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che i tifosi mai avevano visto prima. Il suo istinto infallibile per il gol, il colpo d’occhio per i passaggi perfetti e le doti leggendarie di dribbling, fecero di lui il perfetto calciatore. E se la “Seleçaõ” incarnava il “bel gioco” agli occhi di tanti tifosi di tutto il mondo, ciò può essere tranquillamente attribuito alle doti straordinarie del suo osannato numero dieci. Pelé. Il Dio del calcio. ‘O Rey’. Ciascun termine riconduce allo stesso ricordo, quello di una superstar che dominò il mondo, un’icona vivente che superò ogni primato. Al di sopra ed oltre il suo ineguagliato record di tre vittorie nella Coppa del Mondo, Pelé fu un genio che ad ogni occasione reinventava costantemente il gioco del calcio. La stella più luminosa del Brasile

Una domanda spinosa però ha appassionato milioni e milioni di calciofili: Maradona è davvero meglio di Pelè, come sostiene la popolare canzone che accolse el pibede oro al suo arrivo a Napoli il 5 luglio 1984? Oppure la consolidata mitologia della perla nera è destinata a prevalere? Può sembrare una domanda scontata e forse priva di interesse, ma non è così. Nemmeno la più attardata e testarda falange del pensiero apocalittico può negare che il football costituisca un fenomeno sociale imprescindibile per penetrare lo spirito del tempo tardo-moderno. Piaccia o no, il gioco del pallone ha caratterizzato il Novecento almeno quanto il cinema, sviluppando un giro di affari che attualmente ha pochi paragoni, e orientando in maniera decisiva gli sviluppi del medium televisivo.

Il quesito su Pelè e Maradona è dunque qualcosa di più che un passatempo ozioso.  E’ un correlato della cultura scientifica moderna, ma si estende ormai ad ogni aspetto della vita quotidiana. Collocare eventi ed esperienze all’interno di una griglia ordinativa, in grado di produrre senso sulla base di un sistema di valori che rispecchi i conflitti culturali in atto, è il metodo che ha caratterizzato l’organizzazione dei saperi e l’attribuzione di significato ai vissuti della società di massa. Uno sport come il baseball, autentica piattaforma identitaria del continente nordamericano, è – in maniera solo apparentemente contraddittoria – una mitologia fondata sulla significatività della statistica. Nemmeno il calcio, la più compiuta e condivisa forma di affabulazione metaforica nell’economia della comunicazione planetaria, si sottrae all’esigenza di dotarsi di mitologie dall’evidente portato tassonomico. Ogni argomento può essere rovesciato nel suo contrario, poiché il calcio è uno sport di squadra e non presenta parametri assoluti.

Il motivo della popolarità del calcio, è che in esso si concentrano alcune funzioni simboliche che non sono più visibili nelle altre pratiche sociali: il conflitto diretto, il sentimento dell’identità collettiva, l’appartenenza. Nel calcio, a differenza che in politica, resta possibile dire “noi” e crederci.  Il calcio è un racconto – se vogliamo, un’epica moderna – che propone una possibilità di interpretazione della vita. Ed i suoi protagonisti sono eroi in senso strettamente mitologico, poiché i loro corpi si caricano di simboli che riempiono di senso i vissuti degli altri uomini. Lo scontro tra Maradona e Pelè, che alcuni hanno interpretato come la nietzscheana contrapposizione tra Dioniso e Apollo, può dunque essere letto nei termini di un duello tecnico interno al gioco, ma anche come l”indicatore sociale di un cambiamento che investe la società nel suo complesso.

Per questo motivo la sfida tra Maradona e Pelè è anche la sfida tra una generazione al potere e un’altra che lo sta conquistando, o che forse l’ha già fatto, sostituendo le mitologie del passato con le proprie e prospettando una nuova visione del mondo

F.to ANTONIO LEO

Collepasso, 1/10/2014

 

 

 

  1. Nell’Italia calcistica odierna, piangersi addosso non serve. Inutile singhiozzare al pensiero di quelli che furono gli irripetibili anni 80 e 90, quando i migliori stranieri tra i quali Maradona, Platini, Zico, Rumenigge, Socrates, junior, Falcao, Cerezo, Van Basten, Gullit, Boniek, Passarella facevano a spallate per venire a giocare da noi e in un epoca-perdipiù- in cui i posti disponibili erano ancora severamente contingentati. Alla povertà di risorse economiche infatti, è opportuno ribattere come si dovrebbe sempre fare nei tempi di crisi, con la forza delle idee. E’ stata sempre questa la grande capacità dell’Italia in campo imprenditoriale riconosciuta in tutto il mondo. Le uniche vie da seguire, date le poche risorse economiche sono: l’occasione del giocatore a fine contratto tipo; Keita, Torres, Evrà, Ashley Cole, Marchez, Saviola ecc. oppure la ricerca di un giovane da valorizzare o poco considerato altrove come ad es. Morata, Iturbe,Coman oppure Strootman, Mertens, Kovacic ed altri. I risultati si vedranno più avanti con la dovuta cautela e con la speranza che non saranno disprezzabili. A dimostrazione di come aguzzare l’ingegno, inseguendo comunque una prospettiva, sia sempre operazione meritoria.

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