EROI NEL VENTO

EROI NEL VENTO

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- Marco il Pirata

Dieci anni fa, Rimini, un residence. Muore un uomo. Con l’uomo un atleta divenuto metafora di un mito invincibile eppure fragile e di una solitudine irrisolta. Fu il giorno di Marco Pantani “Il Pirata” e del tetro epilogo di un’esistenza. Era stato reinventore di un mondo antico, di un’epoca popolare nata dal ventre di fatiche immani di un ciclismo di confine ma di confini estremi, l’epigono più potente nell’Italia ciclistica dopo Coppi e Bartali. Marco Pantani, capace con 4 colpi di pedale sui pendii più ostili di conquistarsi affetti e di trascinarsi dietro falangi di popoli deliranti esposti alla più disincantata delle ipnosi . 33 anni dopo l’affermazione di Gimondi , Pantani è tra i rari con Coppi, Mercks, Indurain, Anquetil, Hinault e Roche capace di firmare nella stessa stagione l’accoppiata delle 2 massine corse a tappe internazionali ovvero Giro d’Italia e Tour de France. All’alba del 1999, con l’Italia sportiva ai suoi piedi, una semplicità di natura resa impudente dal carattere mitico, quasi sacrale delle sue imprese e della complice omertà di un ambiente viziato, il Pirata dette il suo programma stagionale. E’ il nome su cui puntare senza tremori, al meno affidabile dei tavoli da gioco. Ne sono convinti i seguaci, in attesa sui tornanti. Lo sanno i suoi osservatori, dal più innocente al più navigato. Ne temono l’ineluttabilità gli avversari. Poi pian piano il declino. Dopo vari incidenti gravi, il rientro è penoso. Marco Pantani si presenta al Tour, sembra a tratti il camoscio di sempre, ma emergono vecchi atti sospetti. Una prima squalifica, una seconda, il ricovero in una clinica. La solitudine che diventa compagna unica, infida, di una persona fattasi di un colpo fragile e di un campione abbandonato dalle miserie del prossimo. Fino a quel giorno del 2004, quando si chiude l’esistenza di un uomo che aveva trovato nell’esclusività di una salita, la sua verità e la sua vita.

piero d'inseo

D’INZEO STORY

L’ultima foto dice molto, ma non tutto. Perché tutto era già stato detto prima, cioè in otto Olimpiadi e in 40 anni di competizioni in sella al cavallo. Diciamo che quell’immagine

è la conclusione che spiega, sottolinea, completa un’epoca che a questo punto è leggenda. Si vede Piero D’Inzeo di fronte alla bara del fratello Raimondo, che appoggia le stampelle di novantenne e saluta militarmente l’altro che porta la divisa di ufficiale dei carabinieri. Ecco tre mesi dopo se ne è andato anche Piero, colonnello di Cavalleria dell’ esercito, la più famosa coppia di campioni di equitazione che lo sport italiano abbia mai scovato. Era stato Piero a decidere tutto da bimbo, seguendo docilmente l’insegnamento del papà, sottufficiale dell’esercito. Piero che comincia, gli piace, fa subito bene e si porta dietro Raimondo. Piero più riservato, ma più preciso, più tecnico, più cocciuto, mentre Raimondo aveva il fuoco dentro e ha vinto le sue medaglie più belle di equitazione olimpica in sella al puledro Posillipo. Quello preciso e testone Piero a bordo del puledro di razza “The Rock”, la roccia. Dunque, addio anche a Piero, 3 mesi dopo Raimondo: vicini anche nel momento di lasciare le faccende terrene e passare ad altro, dopo una vita intera da atleti e militari trascorsa insieme in collaborazione quasi in parallelo – anche se parlando di podi olimpici, Raimondo è stato sempre un gradino più in alto. In Italia però Piero ha ottenuto qualcosa in più: sette successi a Piazza di Siena che ne fanno il più titolato cavaliere italiano nell’equitazione classica. Insomma, su questi trofei nazionali e internazionali poggia la leggenda dei fratelli D’Inzeo che hanno chiuso a tre mesi di distanza l’uno dall’altro, l’epopea di una grande famiglia di sportivi italiani, dal dopoguerra sino ai nostri giorni.

 

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FIAMMA OLIMPICA (i cinque cerchi)

In tempi che vedono il successo planetario di Ronaldo, Vettel, Baumgartner, lo sport olimpico quanto vale? E soprattutto potrebbe non giocare da favorito la sua partita sul piano dell’immagine e dell’interesse globale? Ma è anche vero che mai come nelle ultime edizioni le Olimpiadi, grazie alle nuove tecnologie hanno potuto mostrarsi al mondo intero garantendo quello spettacolo mediatico indispensabile per la propria reputazione e credibilità. In termini tecnici non c’è discussione, i cinque cerchi restano il traguardo per eccellenza dei campioni e il sogno di ogni sportivo. L’obiettivo di tutto lo sport mondiale, la motivazione di ogni atleta di qualsiasi livello, la finalità di ogni classifica, tempo, risultato, allenamento che giornalmente viene svolto in ogni pista, palestra, strada, specchio d’acqua e pendio della terra. Il fatto è che la fiamma olimpica è come una linfa che alimenta la passione e l’entisiasmo di ciascuna disciplina e ciascuna specialità, un nutrimento quotidiano per dirigenti, tecnici e volontari, un sorso d’acqua per ogni goccia di sudore che viene spesa da chiunque si impegni per migliorare il proprio rendimento. Un obiettivo per cui sperare, crescere, lottare, dare il massimo, rinnovarsi, rialzarsi, vivere e vincere secondo principi fortunatamente riconosciuti e apprezzati a livello trasversale da istituzioni, politica e società. Lo sanno bene gli sport in lista d’attesa per entrare nella cerchia ufficiale dei giochi olimpici e lo sanno pure i campioni più osannati, i divi del tennis, del calcio e del basket che sempre più puntano alle medaglie olimpiche tanto quanto ai loro tornei più importanti. Un miraggio per la stragrande maggioranza di sportivi che mai ce la farà o addirittura un incubo per chi pur vincente e favorito, non riesce o non può confermare il successo. Esserci davvero, respirare l’aria elettrizzante mossa dalle mille bandiere, sentire vibrare la fisicità e l’eccezionale bravura tecnica degli atleti, condividere l’attesa e le storie dei protagonisti, l’emozione dello sport, la gioia e anche le lacrime: questa è la vera Olimpiade.

Antonio Leo

Collepasso, 15/2/2014

 

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