ERA L’ANNO DEI MONDIALI…

ERA L’ANNO DEI MONDIALI…

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-      Il Mondo in un Pallone…

Da quanti anni il mondo si ferma, appena il fischio di un arbitro in giacchetta originariamente nera, mette a tacere ogni polemica sportiva e dà il via ai mondiali di calcio. Quanti spettatori, quanta carta, quante ore di televisione, di radio, di web si producono intorno al più importante appuntamento mediatico internazionale. Il mondiale di calcio non è soltanto una competizione sportiva al più alto livello planetario. E’ soprattutto un formidabile convivio di storie, di uomini, di atleti. Un caleidoscopio che ogni quattro anni fa convergere per un mese, sotto gli stessi riflettori centinaia di protagonisti soltanto in apparenza simili, accomunati dallo sport che praticano, ma spesso molto distanti fra loro per il modo in cui lo vivono. Ho sentito spesso dire che il calcio è bassa cultura, ma molto più della pittura, dei libri, dei poemi, della musica riesce a regalare gioie alle persone che soffrono. Il mondiale diventa così un’ impareggiabile antologia di racconti che mette insieme vite a “5 stelle” e vite da baraccopoli. In sintesi il campionato del mondo è quel grande teatro di razze e di metodi di interpretare il calcio, dove potremmo dividerci a cercare le differenze nei particolari e nel quadro d’insieme. Nessuno inventerà niente, ma tutti finiranno per raccontare il loro modo moderno di vivere insieme giocando. Per le squadre e per gli atleti più forti, la coppa è inevitabile vetrina: non possono che affrontarlo puntando al massimo traguardo. Per molti altri la vittoria è già esserci, il mundial rappresenta un’ occasione unica talvolta irripetibile di promozione sociale, di riscatto, di rivincita. Ogni minuto, ogni partita giocata non fa che allungare il sogno cambiando per sempre il corso di molte vite non soltanto a livello sportivo, ma soprattutto a livello umano. Anche noi semplici telespettatori ne abbiamo subito l’influenza. Chi di noi non ricorda dove era,  quando ad esempio Paolo Rossi rifilò tre gol facendo piangere l’intero Brasile, con chi era quando Rivera segnò il 4 a 3 alla Germania allo stadio Azteca di Città del Messico, nella famosa e mitica sfida del 1970, con chi ha gioito quando durante le “notti magiche” di Italia 90 “Re Mida” al secolo Totò Schillaci da Palermo faceva diventare goal quasi  tutti i palloni che toccava, oppure in quale posto si trovava quando, “il divin codino” Roby Baggio segnò negli ultimissimi minuti due goal a Nigeria e Spagna quando oramai  i bagagli erano già pronti sull’aereo per l’anticipato ritorno in Italia. Insomma, ognuno di noi potrebbe raccontare dove era in quei magici momenti, che cosa stava facendo, in compagnia di chi si trovava. Perché lo sport e il calcio in particolare è proprio questo, una catena di emozioni che segnano la vita e fissano tutti quegli istanti che non possiamo più dimenticare. Addirittura conosco il caso di una persona di Collepasso, di cui non faccio il nome, che dopo la finale persa malamente con il Brasile per 4 a 1 nel 1970, per stemperare la delusione decise di fidanzarsi ufficialmente a casa con la sua attuale moglie.

fame e pallone

 

Dietro questi numeri ci sono tante anime, anime di bambini, che si immedesimano nei calciatori, ne scelgono alcuni come loro idoli, anime di adulti che scommettono (regolarmente), che tifano, che buttano le loro delusioni dentro il cestino del telecomando e sfogano i loro dispiaceri nel rettangolo verde del terreno di gioco, adulti imprenditori che con i mondiali diventano più ricchi o più poveri, storie d’amore che si compiono davanti o dietro il teleschermo, dentro gli stadi, intorno ai manifesti degli sponsor. Mamme impegnate a cambiare monete per comperare ai figli le figurine, padri che si trovano dopo la partita a scambiarsi opinioni, vigili e guidatori di autobus che commentano le gesta della sera prima scoprendo nomi di giocatori africani impossibili da pronunziare ecc. Tutto questo avviene dal 1930, anno della prima edizione dei Campionati del mondo- ogni quattro anni. Personalmente i mondiali sono lo spartiacque della mia vita, chi infatti non ricorda cosa gli è capitato di bello o di brutto, quali sono stati gli avvenimenti più importanti o meno che si sono verificati nella propria esistenza, quelli che vanno da un’ edizione a quella successiva del Mundial. Ogni 4 anni con un crescendo che è l’allargamento del mondo. Prima un mondo lontano, chimerico, omerico. Poi l’Europa, infine il calcio al servizio dei regimi visibili, repressivi, totalitari come avvenne per i Mondiali del 70 in Messico, del 34 in Italia, e soprattutto del 78 con il governo dei militari in Argentina. Inoltre il calcio come linguaggio, come contenuto che sostituisce progressivamente la vita, le metafore sportive che prendono il posto di quelle agresti e rurali. E poi il calcio come fenomeno campanilistico e di massa dove molti giovani ultras, scaricano le proprie tensioni e le frustrazioni della vita con azioni violente nei confronti dei tifosi rivali che molte volte sfociano in tragedia. Ma anche il calcio come fenomeno sociologico, come ad esempio succede in Brasile; dove ogni quattro anni durante il mese dei mondiali,  quella nazione immensa e popolosa diventa nel mondo più popolare degli stessi Stati Uniti….Un Brasile  povero, dove la gente non ha niente e si aggrappa all’unica cosa che rende felici: il calcio e la seleçao. Ma questo ha anche i suoi risvolti negativi;  infatti proprio nel Brasile delle favelas si verificano,  anche se in tono minore rispetto al passato, casi di suicidio quando la nazionale verde oro viene sconfitta, anche se data per nettamente favorita come avvenne nella storica sconfitta allo stadio Sarrià di Barcellona (la tragedia del Sarrià)nell’ 82 contro gli azzurri del “Vecio” Bearzot o l’ancor più tragica sconfitta in casa nella finale mondiale del 50 con l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino al  Maracanà di Rio (la tragedia del Maracanà), con più di 200 casi di suicidio nel paese e una ventina seduta stante, che si gettarono giù dal punto più alto della curva dello stadio di Rio.

Ma è il dopoguerra, la televisione a fare del calcio il Mondo! Nei mondali del 2006 quelli vinti dall’Italia di Lippi, c’erano più spettatori davanti agli schermi nelle piazze che negli stessi stadi tedeschi. Il calcio come linguaggio di vita quindi….infine il football che si è fatto donna, ha assunto le sembianze angeliche e diaboliche nei talk-show. Le ragazze ora sanno chi tifare, sanno anche giocare, sfidano i ragazzi per strada e talvolta vincono. Storie di uomini non necessariamente di fuoriclasse, storie di vita e di morte, prima ancora che di sport, storie di eroi per caso anziché di stelle consacrate, storie inconsuete, storie marginali rispetto alla grancassa quotidiana dei risultati, dei campioni, dei titoli di prima pagina. Perfino storie di oggetti del desiderio……Queste vicende sono sempre state lì, a poca distanza dalla luce intensa che bacia i vincitori sulla ribalta. Basta spostare un po’ i riflettori per vederle. Ogni quattro anni il mondo cambia e il calcio cambia prima del mondo, lo anticipa sia in difesa che in attacco. Perché anche questo, forse soprattutto questo è il romanzo mondiale!

 

-      Ho fatto piangere il Brasile.

Chi non si ricorda del Mundial 82 ? Chi non si ricorda il miracolo del mitico e mitologico Paolo Rossi al secolo “Pablito”? Quel giorno 5 luglio 1982, al Sarrià di Barcellona (lo stadio dei trionfi azzurri) i veri Brasiliani sembravamo noi, al punto da essere capaci di sovvertire il pronostico, dando un’ autentica lezione, con il nostro contropiede, alla formazione che a parere di tutti , avrebbe dovuto vincere il mondiale; il fantastico Brasile di Zico, Socrates, Falcao, Cerezo, Junior,Eder…..E il protagonista assoluto di quell’impresa fu Paolo Rossi, nel quale il ct Bearzot aveva creduto testardamente fino ad aspettarlo, dopo la discutibile squalifica del totoscommesse e lo stentato ritorno all’attività agonistica. Quando l’Italia e il Brasile scesero in campo, alle 17:15 della sera, il caldo nel “catino” o meglio nella ”canicola” del Sarrià, era asfissiante: 38 gradi all’ombra, indescrivibile invece l’entusiasmo sugli spalti dopo la vittoria dell’ Italia e la tripletta di “Pablito” che fece piangere il Brasile intero e sconfisse gli eredi  di Pelè, in primis il meraviglioso Zico. Quel giorno il Presidente della Repubblica Pertini era in visita ufficiale a Parigi. Seguì la partita dall’ambasciata italiana e più volte incitò a gran voce gli azzurri. Il suo “spara”, “spara” rivolto a Rossi, divertì tutti i presenti…. Il successo dell’ Italia arricchì gli scommettitori e creò non pochi malumori tra i bookmakers. Mentre l’Italia scendeva in piazza a festeggiare la vittoria, in Brasile accadevano scene drammatiche. Tredici persone si suicidarono, nove furono stroncate da infarti e collassi, in tutti gli ospedali ci fu un clamoroso aumento dei ricoverati con sintomi di ipertensione. Numerosi gli atti vandalici a Rio e Brasilia ed a San Paolo ci fu addirittura un omicidio: in un bar , un uomo venne ucciso al termine di un accesa discussione sulla partita. Quella partita col Brasile però come Italia Germania 4 a 3 della semifinale del 70 in Messico, resta un incontro avvolto nella leggenda. Poi è Polonia con ancora Rossi a colorare d’azzurro il Mondiale, fino al vittorioso epilogo. A distanza di trent’anni dal leggendario 1982,  è bello ricordare quei giorni  che ci hanno tenuti tutti inchiodati nessuno escluso, davanti al televisore . Infatti, se chiedi a un italiano che cosa ha fatto il giorno X dell’anno Y nessuno saprà risponderti con precisione. Ma se chiedi dov’era e cosa faceva nei giorni del Mundial di Spagna, tutti sapranno raccontarti nei dettagli la loro storia. I ricordi del mondiale più caro agli italiani e gli episodi che lo hanno reso memorabile, il percorso della nazionale, i campioni che vi hanno partecipato, il dolore del Brasile sprecone, lo sceicco del Kuwait che fa annullare un gol alla Francia, il portiere di El Salvador che incassa gol a ripetizione con la sua porta diventata “metafora del labirinto” , le polemiche di Biscardi, l’Urlo di Tardelli, la marcatura di Gentile su Maradona, le parole di Sandro Pertini. Aneddoti e ricordi si intrecciano ad emozioni, fino alla finalissima di Madrid, Italia-Germania 3 a 1 nella notte magica dell’11 luglio. Italiani che hanno impresso nel loro cuore l’esultanza del presidente Pertini, presente sugli spalti del Bernabeu che vibra di una speranza tricolore e che dice al cancelliere tedesco Schmitd, “ora non ci prendete più” dopo il terzo goal di Altobelli, l’urlo indimenticabile di Tardelli, la famosa partita a scopone in aereo per il ritorno in Italia tra Zoff, Scirea, Pertini e Bearzot  con la coppa del mondo sul tavolino, e le grida euforiche del telecronista Rai Nando Martellini: Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!  Un Mondiale rimasto nel cuore di tutti gli italiani, che fanno sentire la loro voce, le loro sensazioni , le loro emozioni e con esse il ricordo di chi di quel mondiale ne fu eroe, mantra e protagonista assoluto. Paolo Rossi da Prato in arte “Pablito”.

-      Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

Ricordo ogni cosa, ogni volto, ogni partita di quel mondiale di 30 anni fa, quando il cielo del calcio si tinse d’azzurro, color di vicinanza, di passione e di allegria. Ho ancora negli occhi le mani di Zoff sulla coppa, gli occhi raggianti di Sandro Pertini, la famosa partita a scopone, sì….Italia campione. Corri, corri folletto Bruno Conti, i ragazzi sono in paradiso è Paolo Rossi e di nuovo il “Pablito d’Argentina”, il suo scintillante sorriso racchiude tutte le meraviglie del possibile e la festa azzurra ha il volto gentile e profondo di Gaetano Scirea e ci siamo anche noi con i ragazzi di Bearzot, noi; popolo del calcio. Ma quante storie ci regalò la Spagna. La storia dello sceicco del Kuwait che entrò in campo nella partita contro la Francia e fece annullare una rete. Bel tempo antico dove era possibile l’impossibile in quella riedizione calcistica delle “mille e una notte”. Mi viene in mente la storia dell’Algeria che mise in ginocchio la Germania Occidentale. Era il rinascere di Davide che mette in ginocchio Golia, pur nell’effimero di una serata unica e particolare, nell’illusione di una vittoria che esce dalla cronaca per entrare in una contenuta leggenda. Italia-Brasile fu la partita più bella, la partita della fine di un sogno e l’inizio di un nuovo giorno; quel Brasile vittima della propria bellezza. Il Brasile dell’estro di Zico, dell’eleganza di Socrates, il tacco che la palla chiese a Dio, del sinistro devastante di Eder, dell’ingenuità di Serginho, dello stile ancestrale di Falcao che giocava a testa alta guardando le stelle, il Brasile dei tanti abbracci prima delle lacrime, i brasiliani dunque escono di scena, il loro è il regno della tristezza. L’Italia non cominciò bene, per tre partite a Vigo danzarono fantasmi, storie di polemiche, di silenzi stampa , di veleni, ma il fato decise di far girare la ruota del destino, gli azzurri rinascono con l’Argentina e vanno avanti sino alla vittoria finale, grazie al coraggio di un uomo solo al comando; Enzo Bearzot che fu il “Vecio”di alpino nel romanzo azzurro mondiale. Poi il mosaico di un successo che è mito, culla, leggenda, bandiera. Sì, siamo campioni del mondo,  la gioia di Pertini è l’icona della nostra felicità collettiva, la corsa di Tardelli è il manifesto destinato a durare per sempre. Trent’anni fa Zoff alzò la coppa al cielo e le sue mani vennero disegnate dal pittore Guttuso. Fummo a lungo fratelli d’Italia nel nome di Bearzot di Pertini e di Paolo Rossi, quel Mundial rappresentò la nostra consolazione, la nostra anestesia il nostro orgoglio. E quegli “Eroici” ragazzi in maglia azzurra, resteranno per sempre i nostri ragazzi !

ANTONIO LEO

Collepasso, 12/4/2015

 

 

  1. Giuseppe Lagna 13 aprile 2015, 19:37

    E forza, caro Antonio, visto che insisti tanto, è giunto finalmente il momento di svelare a tutti (ammesso che interessi) l’arcano: la persona di Collepasso, che dopo la finale persa malamente contro il Brasile per 4 a 1 nel 1970, per stemperare la delusione, decise di fidanzarsi a casa con la sua attuale moglie, fu IL SOTTOSCRITTO!
    Era la sera del 21 giugno 1970, stavo per compiere 22 anni e da tre mesi ero rientrato dalla naja; la partita l’avevo vista nel Circolo Cittadino, all’epoca sito in via Cesare Battisti, angolo via Toselli.
    Erano state approntate, da noi più giovani, persino delle fiaccole da illuminare in caso di vittoria; inutile dire che furono gettate via in un cassonetto presso la villa comunale.
    A dire il vero, fummo in due a recarci a piedi presso l’abitazione della rispettiva fidanzata e anche l’amico, due anni meno di me, di cui stavolta io non faccio il nome, finì felicemente sposo e lo è tuttora (dico solo che lui era a pochi passi dal luogo di presentazione; io, invece, dovetti attraversare via Roma, insomma, ebbi più tempo per decidere, ma comunque decisi).
    Probabilmente, il “rito di passaggio”, per quei tempi molto serio, fu solo anticipato dal triste evento calcistico, poichè, come si dice spesso per un gol segnato o subito, “era nell’aria”.

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  2. NON SUCCEDE…MA SE DOVESSE ACCADERE…AD ESEMPIO BERLINO 2015 COME BERLINO 2006…

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  3. SERVIREBBE UN CLAUDIO GENTILE 2.0 PER FERMARE MESSI….!

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  4. La notizia più simpatica è quella dell’amico Lucio Russo che a oltre 40 anni dopo essere stato uno sfegatato e viscerale Juventino adesso odia la Juve ed è un trinariciuto tifoso del Milan !! P.S. Ave Lucium morituri te salutant

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  5. Amico di Lagna 7 giugno 2015, 17:15

    Sabato, la Juventus ha perso perché ha trovato un arbitro miope, perché ha giocato una gara dove la tensione nervosa era alle stelle e perché in un appuntamento che sapevamo durissimo è stata anche sfortunata. Vittorie e sconfitte nel calcio si decidono per un soffio o per episodi, per una palla che rotola dentro o che esce per qualche millimetro…Peccato, siamo arrivati a poca distanza dalla luce intensa che bacia i vincitori sulla ribalta. Obiettivamente e senza giri di parole, si rimane davvero male … Ci sono sconfitte infatti che non si affievoliscono col passare del tempo. Questa è una di quelle. Al di la della consolazione invece, sono le vittorie che segnano un punto di svolta, un riscatto, lasciano un’impronta.

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  6. Nella case , negli uffici, nelle strade, perfino dentro uno stadio di calcio. Ogni cosa che facciamo, quando nasce da un pensiero e da un ragionamento, è filosofia. Siamo dunque tutti filosofi perché la filosofia è ovunque. Quindi lo è anche un dribbling o un cross, lo è una rovesciata o un colpo di testa. E lo è ovviamente, un gol. Il calcio e la filosofia non sono universi tanto distanti come potrebbe sembrare. Riflettiamo un attimo: quando una squadra difende con grinta e sofferenza dagli attacchi dell’avversario si dice che è “Stoica”; quando un regista organizza la manovra, per definirlo si usa l’aggettivo “cartesiano”; quando un allenatore spiega la sua tattica la chiama “filosofia di gioco”. Il famoso motto “penso dunque sono”, calcisticamente, si può declinare in “penso dunque gioco”. Che cos’è la gloria per un calciatore? Verrebbe da rispondere: la vittoria. Ma non è sempre così. Una volta il massimo, cioè la gloria, per un giocatore era alzare una coppa o mettersi lo scudetto sulla maglia. Ora no, ora la gloria, per quasi tutti, è il successo economico. Non giocano perché si divertono a farlo, ma perché guadagnano un mucchio di soldi, diventano famosi, hanno belle donne e auto di lusso. Questo è il nuovo modello. I calciatori, gli sportivi in genere, hanno sostituito le star di Hollywood. Basti pensare a quanto incassano dagli sponsor, che li pagano per fare pubblicità, per capire questa teoria. Già, i 90, per un calciatore, sono diventati un surplus. E il pubblico non li percepisce più come atleti, ma come divi. Sono stati l’industria e i media a farne un eroe. Non si valuta l’uomo e il calciatore in base alle qualità tecniche e morali, ma guardando all’interesse che può suscitare nella gente. La ragione? E’ stato costruito per essere un prodotto e come tale prosegue la sua carriera. Il filosofo invece osserva, analizza, commenta. A volte, suggerisce e consiglia. Anche se sa che, spesso le sue sono parole al vento. Prima di una partita un allenatore, di solito, dice ai suoi ragazzi: la nostra filosofia di gioco è questa, attacchiamo in questo modo e difendiamoci in quest’altro…Un filosofo, invece, saggiamente, guarderebbe in faccia i giocatori e direbbe loro: andate a divertirvi. Non è possibile, si sa, ma sarebbe giusto. Il calcio è terreno per superuomini, capaci di condurre i compagni alla gloria. E secondo me, in questo atteggiamento, c’è tutto il narcisismo dell’uomo.

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  7. A volte il calcio è anche questo :

    A volte, ci sono tragedie dimenticate, scomparse dalla memoria, i cui morti finiscono ingiustamente nel dimenticatoio. Ci sono però casi nei quali l’inciviltà, trasforma la morte in uno sfottò da stadio, in un coro, una scritta sulla maglietta con tanto di numero di defunti sul petto quasi fosse motivo di orgoglio. E’ questo ciò che spesso accade negli stadi antijuventini ricordando la tragedia dell’Heysel… Una tragedia si noti bene non solo juventina, ma di tutti gli italiani in quanto nostri connazionali. Essi morirono a causa della furibonda e cieca violenza degli hooligans inglesi. Ma bisogna dire che fino al momento della tragedia era stata una bella giornata di festa. Italiani e inglesi camminavano insieme per le vie della città di Bruxelles che ospitava la finale di coppa dei campioni dell’ 85 tra la Juventus e il Liverpool. Entrambe le tifoserie cantavano insieme e indossavano sciarpe e cappellini della propria squadra e li portavano con orgoglio e senza paura. Nessuno immaginava quello che poi sarebbe successo. Pian piano si cominciò ad avvertire che l’atmosfera stava cambiando. Verso le 6 i tifosi incominciarono ad avviarsi verso lo stadio. In giro c’erano già gruppi di tifosi inglesi ubriachi e a caccia dell’avversario… La polizia aveva cercato di tenerli a bada, ma proprio l’impossibilità di muoversi liberamente li aveva fatti imbestialire ancora di più. Dopo le prime avvisaglie partì la carica vera e propria. La divisione tra le due tifoserie cedette. Le transenne vacillarono, una parte di transenna fu divelta e usata come spranga, i tifosi inglesi tirarono fuori anche numerosi coltelli… la gente cominciò a scappare spaventata verso l’uscita, che era stretta, i poliziotti cercarono invano di contenere l’ondata. Si udì in rumore sordo, poi il gruppo di persone letteralmente scomparve come risucchiato in un buco nero. Un muretto, si venne a sapere in seguito, aveva ceduto, e da lì l’immane tragedia. Fino ad oggi però si è parlato quasi sempre e soltanto della fatiscenza dello stadio Heysel: tipo tribune malcurate, i muretti divisori vecchi e fragili ecc. ma si è sorvolato troppo su un aspetto importante. I gentelmen inglesotti, che amano tanto fare la morale al nostro paese, che si elevano a paladini della moralità, si dovrebbero solo vergognare, non dovrebbero più avere il coraggio di alzare gli occhi e lo sguardo quando passa un italiano dopo quello che fecero quel maledetto giorno…. C’è da dire che in quel periodo in Inghilterra (la perfida Albione) la situazione degli Hooligans era un disastro, il primo ministro inglese era l’ultraconservatrice Margareth Thatcher, la lady di ferro. Nel marzo 84 era cominciata una lotta sindacale che in Inghilterra si sarebbe rivelata la più dura degli ultimi 50 anni. Ventimila lavoratori con famiglia a carico si trovarono dalla mattina alla sera senza stipendio. Lo sciopero andò avanti per più di un anno con tensioni fortissime e scontri in tutto il paese. Ancora adesso qualcuno è convinto che il governo inglese avesse abbassato la guardia negli stadi perché conveniva far sfogare la rabbia in posti controllabili e chiusi , piuttosto che all’ aperto per strada. La Thatcher odiava il calcio e chi lo seguiva, ne parlava con disprezzo, non se ne curava.

    Quel fatidico giorno, quel tristemente famoso 29 maggio 1985 successe di tutto, una sorta di rievocazione della giornata contro gli italiani organizzata fin nei minimi dettagli, proprio per questo i tifosi del Liverpool si erano conquistati nella loro madre patria la nomea di cacciatori di teste, in particolare per la loro violenza. Ma quel giorno gli errori tragici li commisero anche i belgi. Le autorità locali avevano clamorosamente sottovalutato i problemi di ordine pubblico che si sarebbero potuti verificare. Anche l’UEFA sbagliò la scelta della sede. L’impianto dell’Heysel non avrebbe assolutamente mai superato gli attuali parametri e controlli. Stadio vecchio, piccolo, fatiscente e pericoloso per la stabilità della struttura, senza vie d’uscita e d’accesso e così via… L’ultimo errore, il peggiore di tutti, fu mettere alcuni gruppi di tifosi italiani nel settore Z, al fianco dei peggiori ultras inglesi del settore Y. La curva Z in realtà doveva fungere da cuscinetto tra le tifoserie. Ma agenzie di viaggio e bagarini avevano fiutato l’affare ed erano riusciti a mettere in vendita anche i biglietti per quelle gradinate. Inoltre, non era previsto neanche un cordone di sicurezza, niente di tutto ciò. Poliziotti a cavallo presidiavano l’ingresso, ma non era sufficiente. Da lì il disastro che costò la vita a 39 persone, tra le quali il medico toscano Roberto Lorentini. Il medico trentunenne si può definire a pieno titolo un eroe senza usare a sproposito il termine. Ormai fuori dalla calca, quindi salvo, il medico fiorentino fu ucciso facendo il suo dovere solo perché tornò indietro a soccorrere un bambino di 11 anni morto in seguito nonostante i soccorsi e nonostante il padre si fosse sacrificato facendo scudo col proprio corpo, anche il Lorentini quindi mori schiacciato dalla folla. Nel parcheggio dello stadio intanto per terra si accumulavano i cadaveri, pietosamente coperti da lenzuola, bisognava scavalcarli per entrare nei bus che portavano alla stazione. Quasi tutti piansero.

    Alla fine dei gradi di giudizio, 5 anni dopo, i rimborsi alle famiglie delle vittime furono poco più che simbolici e le punizioni per i colpevoli ridicole. L’UEFA cancellò le squadre inglesi per 5 anni da ogni competizione europea e solo allora la Thatcher fu costretta, finalmente ad intervenire drasticamente contro la violenza negli stadi.

    Noi che abbiamo dato i natali ai più grandi maestri del pensiero, dovremmo oggi prendere lezione dai vecchi sudditi di Enrico VIII ?!? Ma mi faccia il piacere… diceva Totò!! Piuttosto il mio pensiero va ai numerosi italiani scomparsi e assassinati dalla furia della “Perfida Albione”, tutto questo cari inglesi non sarebbe successo se nella faccenda fossero state coinvolte delle persone civili e non degli animali allo stato brado, ma soprattutto sono fiero di essere italiano come lo era il medico Roberto Lorentini

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  8. Uno, Nessuno, Centomila 10 luglio 2015, 16:02

    L PALLONE DI ANDREA

    di Emilio Targia

    … Per non dimenticare…
    Aveva 11 anni, Andrea. L’età in cui il calcio è ancora la musica della propria vita. L’età in cui il calcio è ancora la misura della propria gioia. Andava in quinta elementare, Andrea. L’ultimo anno di scuola dove ti senti bambino. Che poi con le medie si diventa grandi. Ti cambiano i quaderni. Ti cambiano i sogni. Era tecnologico, Andrea. Sicuro al timone del suo computerino. Un Vic-20 che già gli andava stretto. Era ingegnoso, Andrea. Pile e intreccio di fili per costruire il suo campanello personale. Driiiin. Per entrare in camera sua, si prega di suonare. Quante volte Andrea avrà detto ai suoi “Scendo a giocare a pallone in cortile”. Che così si dice, da bambini, “pallone”. Il calcio è per i grandi. Quante volte avrà appoggiato il suo maglione per terra Andrea, a mo’ di palo, inventando una porta precaria, dentro a un pomeriggio di inizio primavera, che di fare i compiti oggi non se ne parla, oggi si gioca a pallone. Il garage va bene d’inverno, c’è una tettoia sporgente che ripara dalla pioggia. Ma è uno strazio, ogni volta che esce o entra una macchina bisogna fermarsi. Come quando mandano gli spot durante la partita in tv. Ma è solo una Smart. Poi cross dalla rampa e gol di sinistro, all’incrocio dei tubi della grondaia. Col primo sole si scappa a giocare sul prato vicino casa, vuoi mettere. Puoi tuffarti buttarti correre urlare. E provare la rovesciata. E entrare in scivolata. Come i grandi. Via i jeans però, sotto Andrea ha già i pantaloncini. I pantaloncini da calcio sono la biancheria intima dei bambini. Così niente macchie. E mamma non si arrabbia. Al massimo sbucciature rosso-verdi sulle ginocchia. Le stimmate del giocatore senza paura. Vorrai mica tornare a casa senza un graffio? Poi c’è la scuola calcio. Intitolata a un signore che in Sardegna è un mito più che altrove. Gigi Riva. Rombo di tuono. Rivarombodituono. Tanto che fin da piccoli a ogni temporale ti viene in mente lui, mica pensi alla pioggia. La scuola calcio dove impari a misurare l’istinto. Dove mettono ordine dentro al tuo entusiasmo. Dove cominci a sentirti un po’ più grande. Col pallone di cuoio e le scarpette da calcio vere. Che sul prato si gioca con le Superga e il Supertele.
    “Papà, se la Juve va in finale mi porti, mi porti?”. A casa Andrea aveva appena finito di aprire quei nuovi 10 pacchetti di figurine arrivati in regalo come una benedizione. Quest’anno è andata alla grande. Gli mancano solo 2 figurine per finire l’album dei “Calciatori” 1984/85. È la prima volta. Soltanto due! L’odore di un pacchetto di figurine che si apre è un soffio dolce sul viso. È una promessa. Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho…. Per forza Andrea, ce le hai tutte, o quasi, ormai. Al nono pacchetto la sorte è benevola. “… mi manca !!!”. Adesso ad Andrea ne manca solo una di figurina, per finire l’album. Soltanto una. Manco a farlo apposta proprio quella sera a Bordeaux la Juventus si qualifica per la finale. Per la finale di Coppa dei Campioni. La finale di calcio. Quello dei grandi. In Sardegna il sole è già possente, lo stempera il vento, che si infila dentro a una luce che profuma d’estate. Le onde che sbattono sul porto di Cagliari infilano iodio nell’aria e invogliano a correre. Correre dietro a un pallone, magari. Di cuoio o di plastica. Driiin. Quando il papà dice ad Andrea che è riuscito nel miracolo di trovare due biglietti per la finale di Bruxelles, e che ci andranno insieme, lui non sta più nella pelle. Gli sale dentro un’emozione profonda e sconosciuta. Juventus-Liverpool, una delle partite più importanti della storia della Juventus, lui se la vedrà dal vivo, col suo papà. Andrea è già stato allo stadio, al Sant’Elia di Cagliari, ma stavolta sarà diverso. Sarà a Bruxelles. Alla finale di Coppa dei Campioni. Dentro lo stadio che tutto il mondo quella sera guarderà. Nemmeno 100 pacchetti di figurine, o 10 partite sul campo dei grandi gli farebbero lo stesso effetto. Nemmeno 10 goal all’incrocio dei tubi, e 10 rovesciate perfette, sul prato vicino casa. Andrea lo racconta ai suoi compagni di squadra, che andrà a Bruxelles. Che andrà a vedere la Juve. La finale. Lo racconta ai suoi compagni di quinta, che andrà all’Heysel. Sorrisi, e pacche sulle spalle. E “Beato te”. E “Accidenti!”. E “Posso venire con voi?”.
    Andrea conta i giorni, come fosse dicembre aspettando Natale. E quando finalmente Natale arriva, a Bruxelles è quasi estate. Il cielo è di un azzurro intenso, e la luce è fortissima. Mano nella mano con il suo papà, Andrea si mangia con gli occhi la stazione, il taxi, le strade. Conta le bandiere bianconere, legge le insegne dei negozi, esamina attentamente le marche delle auto. Chissà dove giocano a pallone, qui a Bruxelles, i bambini come me. Chissà se anche loro fanno i cross dalla rampa, o hanno dei campetti tutti per loro. Chissà se sanno chi è Gigi Riva, qui a Bruxelles. Quando entra dentro lo stadio Andrea ha un groppo alla gola. Si riannoda il fazzoletto bianconero che ha al collo, nel timore di perderlo, e comincia a fissare lo stadio. Come fosse un giocattolo immenso. E i tifosi della Juventus, che dall’altra curva intonano già il loro “Juve-Juve” secco e deciso, gli regalano un primo sottile brivido. Andrea si sente già un po’ più grande, dentro a quello stadio, che gli sembra sterminato. E gli sale dentro un’emozione dolce. L’emozione di un bambino. Con l’emozione sale anche la fame. Il papà di Andrea sorride e tira fuori un sacchetto giallo, di cioccolatini bicolore. “Che qui sono buonissimi, sai Andrea? Facciamoceli bastare… “. La merenda al cacao delle 6 si scioglie in bocca. Quando sente le urla a pochi metri da lui Andrea non capisce, pensa che sia qualche tifoso un po’ più vivace degli altri. E poi quello fondente ripieno è troppo buono. Poi le grida si fanno più forti e concitate, e intorno la gente comincia a guardare verso sinistra, e a gridare “Gli inglesi, guarda, gli inglesi scavalcano!!!”. Andrea cerca di guardare e di capire, allunga la testa, ma il suo metro e 46 non gli consente di avvistare là in fondo i reds che caricano a testa bassa. Un primo scossone sbalza via lui e suo papà dal posto dove si erano sistemati, in piedi come tutti gli altri. Giovanni allora gli stringe forte la mano, Andrea chiede “Papà che succede?”, mentre di colpo si ritrova nel suo abbraccio, che non è come le altre volte, che è stretto e serrato come mai lo è stato prima. Giovanni ora cerca di scappare verso il lato destro. “Gli inglesi hanno invaso il nostro settore, dobbiamo scappare Andrea”. “Hanno “invaso”? E perché? Che gli abbiamo fatto papà?”. Non c’è tempo per rispondere, non c’è tempo per capire. Gli inglesi adesso caricano in massa, Andrea e suo papà vengono scaraventati addosso a chi sta già scappando, come loro. Il settore Z è diventato una centrifuga, e i rossi ora sono un’onda impazzita. Andrea adesso ha paura, getta in terra i cioccolatini e infila di nuovo la sua mano in quella di suo papà, che gli fa da scudo, gli dice di stare tranquillo, di resistere, che tra poco sarà tutto finito. Andrea in quel marasma cerca solo di respirare, di non pensare, di tenersi stretto al suo papà. La sua unica ciambella di salvataggio in quel mare impazzito. Per un attimo l’onda rallenta, la morsa si attenua. E allora si riprende fiato, ci si allarga un po’, si tira su la testa. Forse è finita. Hanno smesso. Giovanni accarezza Andrea, che accenna a un sorriso. Ma quelli sono furie. Sono belve impazzite. Caricano di nuovo. Ora urlano tutti. L’onda li sballotta, li trascina via, li risucchia. Andrea si stringe forte a suo papà. Rotolano in terra, poi si rialzano, poi di nuovo in terra. Giovanni non lo molla, Andrea cerca di rimanere in piedi, di prendere fiato, di proteggersi dai calci di quelli che scappano. Ma a un certo punto non sente più urla, non prova più dolore, non ha più paura. Si stringe forte a suo papà. Si stringe forte a suo papà e basta.

    Andrea Casula ( il bambino che cercò di salvare il medico Roberto Lorentini) , undici anni, e suo padre Giovanni, quarantaquattro anni, sono due delle trentanove vittime dell’Hysel…

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