ENZO BEARZOT, GLI ITALIANI E LA NOTTE DI MADRID

 

Ricevo da Antonio Leo e volentieri pubblico queste sue riflessioni, questi suoi ricordi.

 

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ENZO, GLI ITALIANI E LA NOTTE DI MADRID

Se  i ragazzi dell’ 82  erano tutti figli suoi, noi che  in quella notte di Madrid avevamo sì e no dieci anni, ci sentivamo suoi nipoti. Sarà stata la pipa, sarà stato lo sguardo affettuoso e burbero, sarà stato il suo italiano dal suono rustico e non ancora standardizzato, quando lo vedevi apparire in televisione, ti veniva voglia di entrare nel teleschermo per andare ad abbracciarlo e prenderti un buffetto o una caramella. Enzo Bearzot ha addolcito i migliori anni della nostra vita, quelli dell’adolescenza in cui  tutte le favole sembrano avere un lieto fine. La fiaba che si inventò lui, quella di una squadra più brutta del brutto anatroccolo e più addormentata della bella addormentata nel bosco  che un bel giorno si sveglia e si scopre cigno era di gran lunga la più bella di tutte le favole e ancora oggi non ci siamo stancati di raccontarla e di sentircela raccontare!

Nei nostri ricordi di fanciulli, Rossi, Tardelli, Scirea, Zoff, Conti, Gentile, Cabrini e Antognoni non sono più nemmeno dei calciatori, ma personaggi mitici, entità semidivine, creature della provvidenza mandate in terra a raddrizzare il corso non di una storia qualunque, ma della nostra stessa storia.  In quei giorni era facile sentirci italiani.

Forse non c’è stato nei 150 anni dell’unificazione un momento in cui lo siamo stati di più. Sarà retorico dirlo, ma se l’Italia l’hanno fatta Cavour e Garibaldi, gli italiani li ha fatti soprattutto lui: Enzo Bearzot con la sua nazionale. Tifare contro gli azzurri come fa oggi Renzo Bossi e la Lega allora sembrava impensabile. Tutta la Nazione si identificava in tutto e per tutto con la squadra del “Vecio”, pur zeppa di bianconeri freschi vincitori di due scudetti ancora discutibili e discussi. Torinisti e fiorentini, romanisti e milanesi di entrambe le sponde coabitavano pacificamente in una sola curva, che era poi la stessa curva variopinta ma tutto sommato coesa di un Paese in cui democristiani e comunisti si salutavano e all’occorrenza, come accadde ai tempi del terrorismo, si davano anche la mano. Fa specie ripensare a quegli anni, oggi che la malattia del bipolarismo è dilagata in tutti gli ambiti della vita pubblica, oggi che l’avversario, in politica, nei reality show e ovviamente nel calcio è sempre un nemico. Oggi che ogni scusa è buona per non tifare la nazionale: perché gioca male, perché ci sono troppi giocatori della Juve, perché l’ Inter è piena di stranieri, perché mancano i giovani, perché la maglia è orrenda, perché se vince l’ Italia il Governo se ne avvantaggia etc, etc. Non è che il calcio  di allora fosse candido e puro, ma almeno una cosa la sapeva fare: tenere insieme la gente senza mettere gli uni contro gli altri. La differenza tra i Mondiali dell’ 82 e quelli del 2006 consiste proprio in questo: che quella in Spagna fu una vittoria, quella in Germania è stata rivincita, con tutto il carico di ostilità e rancori che le rivalse si portano dietro e che a distanza di anni possono deflagrare – vedi gli ultimi mondiali di Lippi come un’ ennesima, incessante crociata!

Questione di sostanza oltre che di stile, come fu sostanza la forma che scelse Bearzot per uscire di scena: dimissioni non solo dalla Nazionale ma dalla vita pubblica tout court. Le sue apparizioni in tv da allora si contano sulle dita di una mano, la maggior parte di esse dedicate alla rievocazione del Mundial. Dall’ 86 in avanti, insomma, Enzo il Vecio è diventato effettivamente un nonno, mentre noi adolescenti di allora ora adulti ci allontanammo da casa per provare nuove esperienze più o meno psichedeliche, dal “sacchismo” al “lippismo”, pensando di trovare il senso autentico del calcio senza renderci conto che per molti aspetti lo stavamo smarrendo. Basti dire che l’allenatore più rispettato e riverito oggi è Josè Mourinho, che a livello tattico non ha inventato nulla, ma che ha costruito una religione idolatrica sulla sua fama di esimio comunicatore e formidabile gestore del gruppo. Ecco, bisognerà ricordare a lui e ai suoi adulatori che queste due doti  le  aveva già trent’ anni fa Enzo Bearzot, morto a 83 anni nella Milano che lo aveva adottato sin da giovane, senza manette e in silenzio.

Antonio Leo

Collepasso, 18/8/2011

 

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