DEL PIERO, LA GERMANIA E STORIE DI CALCIO.

DEL PIERO, LA GERMANIA E STORIE DI CALCIO.

-Fatti e misfatti del football

Ridiano al pallone un’epifania, una bellezza, un futuro. Ci piace pensare a spalti colorati, allegri, dove il tifo è passione. Anch’io sono stato un ragazzo di curva, la Nord del Lecce degli anni 80/90 il mitico C.U.C.N./R.d.N. (I Ragazzi della Nord). Certo eravamo un pò facinorosi, con Mauro Chirizzi come capo Ultras, ma finiva tutto lì. Così come oggi invece, non si può più continuare, soprattutto dopo i fatti di Salerno, ma dal punto più basso si può soltanto risalire, rinascere. Ora è giunto il momento del fare, senza più nessuna reticenza, senza timori e tremori. Sarò romantico, datato, ma mi piace ancora pensare al calcio come una grande festa popolare. Il calcio è la nostra giovinezza riprende per mano i nostri sogni, le nostre avventure, il poster del campione appeso alla parete (Baggio, Pablito, Alex), l’attesa dell’ingresso in campo dei giocatori, l’urlo della folla, le bandiere, i colori, le voci, le Figurine Panini. Rivogliamo tutto questo e subito.

-Tedeschi Kaputt

Non possiamo rivaleggiare sul piano economico, ma il calcio è un pianeta a parte e quando la Germania vede le maglie azzurre  è ammalata da comprensibili incubi. Non ci battono da tempo immemorabile oltre tutto le sconfitte si consegnano alla storia con significati di livello straordinario, in qualche parola attingendo perfino alla leggenda. Come nel caso della semifinale di città del Messico, divenuta oggetto di culto in ogni parte del mondo. Quando alla fine dei 120 minuti l’Italia di Valcareggi poteva finalmente festeggiare per una conquista portata a termine attraverso una catena di emozioni e stati d’animo. Ma la storia del calcio, spesso si affida a episodi per scrivere pagine memorabili. E così fu in quell’Italia-Germania  4-3, una specie di colpo alla nuca dal quale i tedeschi non si sarebbero più ripresi, andando incontro a tutta una serie di sconfitte e disavventure. La minore sofferenza, forse, si era verificata nella notte magica dell’11 Luglio 82 al Bernabeu di Madrid quando, nonostante l’errore dal dischetto di Cabrini, la partita sembrava chiaramente indirizzata verso gli azzurri di Enzo Bearzot. Tanto superiori da poter tranquillamente assorbire il gol tedesco che avrebbe dovuto restituire ai nostri rivali un soffio di speranza. Per arrivare alla semifinale di Dortmund dove l’Italia di Lippi dovette soffrire per gran parte dei tempi regolamentari e supplementari prima che una geniale giocata chiarisse agli avversari che ancora una volta il destino aveva rimandato il suo pollice verso, una ciliegina sulla torta ed ecco il raddoppio di Alex Del Piero.

-Aspettando Godot

Caro Alessandro del Piero, grazie perché continui ad illustrare, con l’esempio e con la bellezza, il gioco del calcio, il gioco che è per noi, per tanti di noi, come detto prima giovinezza ed epifania e perfino consolazione ai problemi della vita. Grazie per le prodezze con la Juventus  e con la Nazionale e per tutti i trofei conquistati. Sei stato e ancora sei un 10 nel talento, nell’anima, nella generosità e nello stile. Appartieni alla categoria dei Rivera, dei Riva dei Mazzola dei Rossi dei Baggio. Tu sei stato amato visceralmente e profondamente. Mi sovviene subito un’immagine, il sigillo della vittoria in quell’Italia-Germania di cui scrivevo sopra, quel pallone splendido là dove nessun può arrivare, preciso, beffardo, chirurgico, micidiale. Tedeschi kaputt, amen….e la tua gioia incontenibile con un urlo largo come un girasole, fresco, spontaneo. In quel momento, nessuno poteva più avere ombra di dubbio, l’Italia in finale, grazie anche all’asso atteso, eccolo il fenomeno giunto per miracolo mostrare tutto il suo talento. Perfino Gigi Buffon, in porta seguiva ogni tuo passo. Nessun presente sugli spalti o davanti alla Tv potrà mai scordare quegli attimi. E poi la coppa del mondo alzata a Berlino da protagonista con il quarto rigore messo a segno contro Barthez. Sei stato capace anche di questo Alex, non solo di punizioni memorabili, colpi di tacco, pennellate all’incrocio (classico gol alla Del Piero), rigori impeccabili. E inoltre di accettare la serie B, avevi 1000 offerte hai scelto i sentimenti, la tua gente, il tuo popolo bianconero. E quando hai lasciato la Juve, tutto lo stadio si è alzato in piedi a salutarti. La gente in lacrime ti lanciava sciarpe come fossero rose, tu salutavi e inchinavi percependo quelle vibrazioni di calore. Questo avveniva con la partita in corso. Ma gli occhi e il cuore del pubblico sono stati per te. Solo per te. In una perfetta struggente, irripetibile simbiosi. Forza Alex, e che ti arrivi fortissimo, dall’altra parte del pianeta l’abbraccio di chi non smetterà di volerti bene e  stimarti. Di chi ammirò e ancora ammira l’arte e lo stupore di un fuoriclasse che l’avvocato Agnelli soprannominò Pinturicchio ed infine Godot. Un fuoriclasse di calcio ma soprattutto un uomo vero nella vita reale di tutti i giorni perché persona umile e disponibile con gli altri. Alessandro Del Piero, onestamente un bravo ragazzo…..

-Simple the Best

…..chi invece rappresenta l’altra faccia della medaglia del dorato mondo del football e cioè quello che per antonomasia è definito un Bad Boy o l’ultimo vero maledetto del calcio è un irlandese di Belfast , tale George Best. Egli, non è stato solo un calciatore eccezionale, ma ha influenzato con il suo modo di fare e la sua personalità, un’intera generazione di giovani. Molte della frasi dette da Best sono rimaste celebri, tipo: “ho sempre voluto essere il migliore in tutto, in campo il più forte, al bar quello che beveva di più”. Oppure: “non puoi solo andare là fuori e battere l’avversario , devi impressionarlo a tal punto che non vorrà più vederti”. Divenne così celebre che fu il primo sportivo ad essere chiamato a recitare in spot  pubblicitari per la Tv  e grazie ai capelli lunghi fu accomunato alle rockstar dell’epoca con soprannomi tipo il 5° Beatles. Tutto ciò che faceva, diventava un atto da imitare. Anche la sua esultanza dopo un gol. Correre   felice era assolutamente originale e nuovo in un’epoca in cui  si limitava ad una stretta di mano mentre ci si dirigeva verso il centrocampo.  La sua carriera però iniziò una parabola discendente, quando ancora ventottenne decise di tornare in Irlanda, la sua terra d’origine per tornare a giocare. Inoltre, non riuscì mai a chiudere con l’alcol e smise quindi di essere un giocatore professionista. Nonostante un trapianto di fegato, morì nel 2005 a causa di un’infezione epatica. In occasione del 60esimo della sua nascita la città di Belfast, ha deciso di intitolargli l’aeroporto.

ANTONIO LEO

Roma, 6/12/2013

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *