Crisi Getrag Cigo senza solidarietà

F23BARI – La crisi del settore auto provoca ripercussioni nelle regioni del Sud e in particolare nell’indotto della Basilicata e della Puglia. Nella zona industriale di Bari un colosso come la Bosch e un grande gruppo come la Getrag annunciano consistenti provvedimenti di cassa integrazione per migliaia di persone.
Nella regione lucana, dove l’indotto si è costruito intorno allo stabilimento Fiat di Melfi, si susseguono le vertenze con annunci di chiusure di aziende che finora non avevano conosciuto problemi di produttività come la Daramic (gruppo Polypore) e la Mahle (ex Mondial Piston).
E pure nella fabbrica di Melfi, dove lavorano 5mila persone, non mancano le preoccupazioni dei sindacati perché la crisi mondiale è forte.

Così tassello dopo tassello, la crisi del settore automotive si riverbera su ogni spicchio dall’indotto e sui lavoratori che producono i pistoni per motori, i separatori in plastica per le batterie, i cambi, i sistemi frenanti, il common rail per motori diesel, i propulsori. A catena uno dopo l’altro sono risucchiati dal crollo delle vendite di automobili. «Noi la crisi non la paghiamo», recitano gli striscioni dei lavoratori lucani che rischiano la cassa integrazione o la mobilità. E accanto a loro sono scesi per strada in segno di solidarietà anche gli studenti universitari.

Nella zona industriale di Bari sono lontani gli anni dell’entusiasmo creato dall’arrivo di ingenti investimenti tedeschi che si chiamano Bosch e Getrag e che andavano ad incastonarsi in un avanzato polo dell’indotto della componentistica e della subfornitura. Alle porte del capoluogo pugliese spirano venti di forte crisi. I lavoratori ne conoscono già le conseguenze. Alla Bosch si producono sistemi frenanti e common rail (la pompa ad alta pressione per i diesel che li rende potenti come quelli a benzina) e 2000 dei 2400 lavoratori sono interessati da provvedimenti di cassa integrazione ordinaria distribuita su sei mesi.
E’ la seconda azienda metalmeccanica in Puglia dopo l’Ilva. Solo fino a pochi mesi fa, prima di luglio, la produzione andava a gonfie vele, si lavorava su tre turni con una terza linea di produzione apposita e si faceva ricorso agli straordinari. Finché, come lo stesso management aziendale ha spiegato in audizione alla competente commissione del Consiglio regionale, le commesse si sono drasticamente ridotte. In un semestre i pezzi prodotti sono diventati mezzo milione in meno. A fronte di commesse minori, magazzini e scorte sono cresciuti. Si lavorava bene soprattutto sul common rail ma la dinamica economica ed energetica mondiale impone nuove strategie. Il gasolio, che alimenta i motori diesel, ora costa quanto la benzina. Ciò ha avuto riflessi sulla domanda.

Ed è sempre la contrazione della domanda a mettere in difficoltà la Getrag. Dall’americana Chrysler è arrivata la disdetta di un contratto per la produzione del cambio completo. Un duro colpo in quello che già era un momento di transizione verso la produzione del cambio a doppia frizione che sarebbe andata a regime entro due anni. La conseguenza è l’avvio di un periodo di cassa integrazione per 400 lavoratori per due mesi, circa la metà dell’organico. I sindacati sono tutti in subbuglio. Anche perché alla Getrag sono a rischio anche i contratti di solidarietà, sottoscritti ai primi sentori della crisi. Sempre nel capoluogo pugliese ci sono segnali di difficoltà pure alla Magneti Marelli.

Il settore auto in Basilicata si traduce soprattutto con la Fiat. Allo stabilimento Sata lavorano 5 mila persone, nell’indotto di Melfi e della provincia di Potenza altre 10 mila. Ed è appunto nell’indotto che si avverte qualche cedimento molto serio. Due le vertenze che si sono imposte all’attenzione generale negli ultimi giorni e che sono emblematiche delle ripercussioni che la crisi internazionale può provocare anche sul piccolo o medio stabilimento.

La Daramic, ad esempio, è una società del gruppo statunitense Polypore. La fabbrica di Tito, dove lavorano 137 persone, produce separatori in plastica per batterie per il settore automotive. Il management ha deciso la chiusura dopo la disdetta di una grossa fornitura da parte della “Johnson Controls Battery Group”. La fabbrica chiude. Lavorerà fino al 31 dicembre. Dopodichè l’azienda e la Regione Basilicata sono disponibili ad attrarre nuovi investimenti per riaprire lo stabilimento. Nel frattempo si va verso l’accordo per la cassa integrazione per due anni per i lavoratori, i quali stanno tenendo delle manifestazioni di presidio in cui hanno trovato la solidarietà degli universitari.

Altro caso di questi giorni, esploso all’improvviso, è quello della Mahle Componenti Motori Italia spa che opera nel rione Betlemme di Potenza. A rischio in questo caso sono 106 lavoratori. La fabbrica, secondo quanto emerso alla task force regionale sull’occupazione, ha visto ridurre di due terzi il volume produttivo (si producono pistoni e cilindri in alluminio per motori). Al momento la chiusura non è scongiurata anche se l’azienda ha sospeso le procedure di mobilità per verificare la possibilità di una diversificazione produttiva, sempre nell’ambito della componentistica per l’auto. Prima il settore tessile, poi il mobile imbottito, ora l’indotto del settore auto. Un ‘domino’ di alti e bassi che non concede tregua in Basilicata.

16/11/2008

tratto da Gazzetta del Mezzoggiorno

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