COGITO ERGO SUM

 

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COGITO ERGO SUM

Nella case , negli uffici, nelle strade, perfino dentro uno stadio di calcio. Ogni cosa che facciamo, quando nasce da un pensiero e da un ragionamento, è filosofia. Siamo dunque tutti filosofi perché la filosofia è ovunque. Quindi lo è anche un dribbling o un cross, lo è una rovesciata o un colpo di testa. E lo è ovviamente, un gol. Il calcio e la filosofia non sono universi tanto distanti come potrebbe sembrare. Riflettiamo un attimo: quando una squadra difende con grinta e sofferenza dagli attacchi dell’avversario si dice che è “Stoica”; quando un regista organizza la manovra, per definirlo si usa l’aggettivo “cartesiano”; quando un allenatore spiega la sua tattica la chiama “filosofia di gioco”. Il famoso motto “penso dunque sono”, calcisticamente, si può declinare in “penso dunque gioco”. Che cos’è la gloria per un calciatore? Verrebbe da rispondere: la vittoria. Ma non è sempre così. Una volta il massimo, cioè la gloria, per un giocatore era alzare una coppa o mettersi  lo scudetto sulla maglia. Ora no, ora la gloria, per quasi tutti, è il successo economico. Non giocano perché si divertono a farlo, ma perché guadagnano un mucchio di soldi, diventano famosi, hanno belle donne e auto di lusso. Questo è il nuovo modello. I calciatori, gli sportivi in genere, hanno sostituito le star di Hollywood. Basti pensare a quanto incassano dagli sponsor, che li pagano per fare pubblicità, per capire questa teoria. Già, i 90, per un calciatore, sono diventati un surplus. E il pubblico non li percepisce più come atleti, ma come divi. Sono stati l’industria e i media a farne un eroe. Non si valuta l’uomo e il calciatore in base alle qualità tecniche e morali, ma guardando all’interesse che può suscitare nella gente. La ragione? E’ stato costruito per essere un prodotto e come tale prosegue la sua carriera. Il filosofo invece osserva, analizza, commenta. A volte, suggerisce e consiglia. Anche se sa che, spesso le sue sono parole al vento. Prima di una partita un allenatore, di solito, dice ai suoi ragazzi: la nostra filosofia di gioco è questa, attacchiamo in questo modo e difendiamoci in quest’altro…Un filosofo, invece, saggiamente, guarderebbe in faccia i giocatori e direbbe loro: andate a divertirvi. Non è possibile, si sa, ma sarebbe giusto. Il calcio è terreno per superuomini, capaci di condurre i compagni alla gloria. E secondo me, in questo atteggiamento, c’è tutto il narcisismo dell’uomo.

F.to ANTONIO LEO

Collepasso, 16/9/2014

 

  1. Michel Platini smise di giocare a 32 anni, poco tempo prima era stato splendido protagonista del mondiale messicano del 86. Eppure , un anno dopo tanta gloria e a soli tre anni da un titolo Europeo(France 84) vinto praticamente da solo, decideva di abbandonare il calcio. Non sopportava più i problemi alle caviglie e, sopratutto , l’idea di arretrare tatticamente per prolungarsi la carriera. Le Roi Michel voleva lasciare di se il ricordo migliore, voleva smarcarsi da molti colleghi che nell’accanita guerra contro il tempo si erano trascinati in campo corrompendo nel finale una carriera di valore. Platini, al contrario ha sublimato la sua parabola calcistica con un’ uscita di scena da vero artista, al momento giusto, nel modo giusto. Di lui calcisticamente parlando ricordiamo solo cose belle. L’intelligenza che caratterizzava le sue giocate gli ha suggerito il momento più opportuno per varcare la linea di gesso. Eppure ora da presidente dell’Uefa sembra aver dimenticato tutto questo. Ora che il connazionale Ribery ha programmato un’analoga, elegante uscita di scena dalla nazionale di Francia. Platini non capisce o fa finta di non capire e minaccia: se non giochi in nazionale sarai squalificato nel club! Ora Michel ha cuore di politico, pensa soltanto a Euro 2016, al suo Europeo in terra d’oltralpe, quello scippato all’Italia, pensa al suo business e pretende in gara la Francia migliore perchè già sogna di premiarla a Parigi , come al Mondiale del 98. Perciò guarda a Frank Ribery come a un disertore che rifiuta di combattere al servizio del suo Paese. In un calcio sempre più mercificato, la maglia della nazionale è forse l’unica riserva di sentimento puro . E’ giusto indossarla solo fino a quando dura la passione , la voglia, il sacro fuoco, non un minuto di più. Se Platini avesse conservato nel petto il cuore di poeta di quando giocava, si renderebbe conto che sta sbagliando. Se Michel avrà un rigurgito di poesia, capirà che Ribery ha ragione e lo lascerà in pace.

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