C’è ancora democrazia in Italia?

 

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Lavoratori,  spezziamo le catene!               

 

C’è ancora democrazia in Italia?

La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione”

Se la democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura per discutere del proprio destino, beh, osservando quanto succede in  numerosissime fabbriche ai danni di milioni di lavoratori, allora la democrazia è già in un coma profondo. “libero è colui che  partecipa alla formazione delle leggi alle quali è sottoposto.” (Solone,  Atene, 638 a.C.  558 a.C.).

 Il sindacato deve difendere il lavoro o i lavoratori?

C’è dell’assurdo, anzi del disumano, in un sistema economico-produttivo il quale pretende addirittura di farsi passare per democratico  e, nello stesso tempo, tratta con più attenzione la merce, gli oggetti, piuttosto che la manodopera, l’individuo. Oggi Marchionne con le sue retrive proposte è arrivato a pretendere l’azzeramento dei diritti dei lavoratori, compreso quello dello sciopero. Senza nascondere l’obiettivo di ridurre l’operaio nel terzo millennio ad uno schiavo, ad una variabile dipendente dal profitto padronale. Così  avremmo una strana democrazia composta di schiavi e schiavisti. Chi può pensare sia possibile un percorso di questo tipo? Eppure c’è chi opera politicamente e sindacalmente in questa direzione e pretende di essere definito democratico, che cialtroni!

E la politica ha ben altro a cui pensare.

Ecco un illuminante concetto espresso dal Ministro Sacconi: “I cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e della produzione sono imposti dall’andamento del mercato”. Non ci spiega però che cacchio ci sta a fare lui se è il mercato a decidere  il tutto. Sì, se si sposta l’osservazione dalla fabbrica al Palazzo, la situazione non migliora, anzi, si nota che il mercato è stato adottato e utilizzato al posto della dialettica. Infatti, all’interno dei santuari del potere politico domina  il mercanteggiare, il vendersi e/o il comprare. Questo sembra sia diventato  l’impegno prioritario a cui molti così detti onorevoli sono impegnati. E, come una fiera paesana, si compra e si vendono vacche e pecore in mandrie (non tutti però sono in vendita, meno male). Così, se in fabbrica ci pensa Marchionne, nelle stanze del potere ci pensa Berlusconi e i suoi tirapiedi. Altro che programmi, altro che riforme!

La televisione, mezzo di distrazione di massa:

Se questa condizione è causa o effetto della debolezza della politica, ecco, è su questo che bisognerebbe discutere e trovare una risposta al fine di porre rimedio a questa deriva della democrazia. Inoltre, molto utile sarebbe ancora discutere e capire fino in fondo come e perché le Istituzioni dello Stato e la politica, di cui le stesse sono espressione, si è lasciata sfrattare dal suo ruolo di mediazione tra capitale e lavoro dal mercato globale, dal turbo capitalismo, senza colpo ferire. Come mai? Perché?

In estrema sintesi, la politica è stata disarmata dal mercato globale, oppure ha spianato la strada al mercato globale. È successo per intervenuta nausea per “l’arte del possibile?” o, come dicono in molti, per amore del “nuovo” e rifiuto del “vecchio?” Da parte mia sono sicuro che erano presenti tutti e due gli elementi, ma hanno prevalso coloro che hanno voluto arrendersi ad un “nuovo” nebuloso e incerto. Sapendo bene, però, che il nebuloso e l’incerto sarebbero toccati solo alle masse, non certo a loro, quindi… è stato facile per loro dire… venga avanti il “nuovo”! Pur sapendo bene, anche loro, che in realtà il “nuovo” è un angusto orizzonte dal quale ci siamo liberati in cento anni di dure lotte, tanti sacrifici, e con tanto sangue versato da tanti compagni nelle piazze e nelle strade d’Italia.

È vero che il  nostro grande NONNO MARX  ci aveva spiegato che “La struttura rappresenta il piedistallo concreto su cui si eleva una sovrastruttura giuridico – politico – culturale”.   Perciò, se c’è evoluzione del capitalismo, quindi nuovi rapporti di produzione, questi  determinano la nuova struttura governativa e la nuova cultura dominante. Però, ci aveva anche convinti che a questo destino si poteva rimediare con un sistema economico alternativo se tutti i lavoratori avessero preso coscienza della loro forza, del loro ruolo   e, di conseguenza, avrebbero capovolto il sistema esistente. Un po’ qua un po’ là successe, tempo fa, ma il guaio cominciò quasi subito con un tradimento storico. Sconfissero sì  il capitalismo classico, ma approdarono purtroppo al capitalismo di Stato, e di socialismo se ne vide assai poco. È necessario ripartire evitando attentamente gli errori commessi nel passato.

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 30/9/2011.

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