Brunetta al lavoro a tempo indeterminato

 

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Ecco Brunetta al lavoro a tempo indeterminato

Il  Ministro Brunetta, titolare della funzione pubblica, al termine di un intervento sull’innovazione tenutosi il 14 giugno a Roma, ha espresso il suo disprezzo nei confronti dei lavoratori precari. Un gruppo di giovani precari, presenti  al convegno, ha chiesto la parola. Il Ministro appena ha capito che erano della “rete dei precari della pubblica amministrazione”,  se n’è andato apostrofandoli così: “Io con voi non ci parlo, siete l’Italia peggiore”. Un’affermazione, questa, estremista e volgare che denuncia la regressione civile nella compagine governativa.  Pazienza essere precari, non poter progettare il futuro, non avere diritto a un salario di disoccupazione, a un lavoro pagato decentemente, a una casa, a dei contributi, ma essere anche insultati da un Ministro è troppo! L’insolenza, l’arroganza di questo governo e dei suoi Ministri ha superato di gran lunga ogni pessimistica previsione.

La prima cosa che dovrà fare un futuro  governo di centrosinistra, è quella di eliminare la legge 30 sulla precarietà del lavoro voluta da questa congrega di servi sciocchi della finanza internazionale e dal turbo capitalismo. 

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            Gli unici gruppi “sociali” ai quali il governo invece pone attenzione, interesse  e agganci fraudolenti, sono i ladri di Stato, o forse è meglio definirli ladri dai colletti bianchi. La magistratura indaga e ci informa che passano da una ruberia ad un’altra con disinvoltura, da una cricca del quartierino a sempre più numerose ed estese associazioni per delinquere, intrecciano loschi affari con le varie mafie nazionali, fino alla sempre presente loggia massonica, la quale ha come compito di dirigere le operazioni, assegnare i compiti, dirimere le controversie tra ladri e affini. Nel frattempo, sempre la magistratura, ha individuato e ci racconta l’ultima congrega di ladri targandola P4. Non c’è ombra di dubbio, una nuova tangentopoli è alle porte e, immancabilmente, sullo sfondo c’è sempre il solito lestofante internazionale  Licio Gelli. Il gran maestro di Berlusconi Cicchitto e compagnia governativa.

Se a tutti questi ladri che svaligiano l’Italia e portano i soldi all’estero si aggiungono altri criminali, quali gli evasori fiscali, poi uno si domanda: come mai l’Italia non è ancora arrivata alla bancarotta? La risposta è che, a queste ruberie che producono dissesti nei conti pubblici, vengono puntualmente chiamati gli onesti e laboriosi cittadini a fare i soliti sacrifici per rimettere a posto i buchi fatti dagli innumerevoli lestofanti. Quindi  attraverso questo andazzo, ripetuto all’infinito, finisce che in pochi si arricchiscono spudoratamente, mentre ai molti, ai lavoratori onesti, il Governo continua a chiedere  sacrifici sempre più consistenti: infatti, la sanità, la scuola, la previdenza, sono ormai agli sgoccioli. E loro, i furbetti, se la ridono. Poi ahi loro, arriva la Magistratura dalla quale cercano di difendersi accusandola di essere comunista.

Meno male che la Magistratura c’è!

F.to gaetano paglialonga

Collepasso, 16/6/2011

  1. Strano: dal buon Cipputi questo non me lo aspettavo!

    “Signori, entra il lavoro”, con questo splendido motto nel lontano 16 giugno 1901, a Livorno, presso la sede della fratellanza artigiana, Angelo Cabroni chiuse il suo discorso inaugurale del primo congresso nazionale della FIOM (Federazione italiana operai metalmeccanici).
    In quel congresso si posero le basi per poche ma chiare parole d’ordine: democrazia, diritti, legalità, lavoro e contratto.

    Non mi sono meravigliato delle poche notizie che sono circolate, in merito alla ricorrenza, sui circuiti mediatici nazionali. Ero convinto che non era il momento propizio per dare spazio e visibilità a chi, unica voce nel deserto, ha ancora chiaro il concetto di lotta per i diritti dei lavoratori: meglio non dargli spazio, meglio lasciarli soli, se li dimentichiamo è cosa buona.

    Mai però avrei immaginato che anche tu, ultimo residuo di buon senso locale, non ne facessi accenno sul tuo blog: niente.
    Anche nel tuo blog ha imperato il silenzio.

    Vorrei prporti di rompere questo silenzio facendoti leggere l’articolo che segue per una riflessione sul lavoro che a mio avviso meriterebbe ancora quel rispetto, Cabroni ancora non lo sapeva, che i nostri padri hanno sacralizzato nel primo articolo della nostra Costituzione.

    E poi un’esortazione:
    Cari signori, quando pensate che sia giusto cominciare ad essere seri e introdurre nei nostri discorsi il lavoro come ospite d’onore?
    Se non erro è l’unico strumento che ancora ci consente di conservare la nostra identità.

    Grazie Gaetano.

    QUALCOSA DI SINISTRA/ Gli operai di oggi? Contenti ma soli, crollati come il muro di Berlino
    di Sergio Luciano

    L’essiccazione progressiva di qualunque cultura di sinistra, degna di questo nome – e vedremo in che senso – emerge con chiarezza dallo choccante sondaggio realizzato dalla Swg per la recente Conferenza del lavoro organizzata a Genova dal Pd. Da questa “Indagine sulla condizione operaia in Italia” emerge un quadro desolante. Il quadro di una classe economica che non è più classe sociale, perchè non avverte più alcuna identità sociale connotabile in termini nitidi. Che non si sente più rappresentata da nessuno schieramento politico, tanto che per il 42% si professa sostanzialmente apolitica. Prevale ancora (31%) lo schieramento a sinistra su quello a destra (18%) ed è inesistente il centro (3%), ma quel che incombe è l’area dei non schierati. Sono abbastanza contenti del loro lavori abbastanza contenti della gestione della loro impresa, vogliono soltanto guadagnare di più.

    Ebbene, il “sistema” ce l’ha fatta: abbiamo importato il modello di ieri e di oggi dell’operaio americano, quello che piace tanto a Marchionne, che gli dice grazie, anziché contestargli e contendergli le decisioni organizzative.

    E’ un bene? E’ un male? Com’è difficile dirlo. Una cosa è chiara: è “antisindacale”. Una classe operaia così, tende a infilare individualmente la porta dell’ufficio del personale e negoziare aumenti di stipendio individuali, altro che sfilare in corteo per rivendicazioni collettive. E un’altra cosa è chiara: nessuno ha coltivato nella mentalità di queste persone il gusto, o forse la pretesa, di entrare nel merito di come l’azienda gestisce le sue risorse umane. Diversamente, il tasso di adesione alle scelte dall’alto non potrebbe che essere più basso.

    Sono i figli del “dopo-Muro” quelli cresciuti nell’epoca del crollo del mito comunista, dell’alternativa di sistema, quella che prometteva ancora la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato. Tramontati quei miti, cosa resta? Solo quel che decide il padrone. Quel che decide “Sciur padrun” è ben fatto. Cosa sia la “redistribuzione del reddito”, quanta discrezionalità possa esserci nel decidere come allocare la remunerazione dei due fattori economici che determinano produzione e redditività – ovvero il capitale e il lavoro -, questo “campione rappresentativo” descritto a Genova dalla Swg… proprio non lo sa.
    Non sa, ad esempio, che la “crescita del valore” delle società quotate predicata dal verbo degli analisti finanziati di stampo anglosassone premia i tagli all’organico, e non l’espansione occupazionale. Non sa, ad esempio, quanto siano penalizzate dai mercati finanziari le imprese che, nonostante la crisi, preferiscono non indebitarsi e tenersi dei soldi in cassa per fronteggiare eventuali crisi future senza tagliare brutalmente i costi (primo fra tutti quello del personale). Non sa, ad esempio, che i costi risparmiati dalla Thyssen sugli estintori dello stabilimento di Torino e dalla British Petroleum sulle strutture di sicurezza nella piattaforma inquinante del Golfo del Messico, fino a un minuto prima della sciagura, erano titoli di merito a vantaggio dei manager che avevano deciso quei risparmi.

    Questo “non sapere” della nuova classe operaia sarà frutto del crollo dei miti, figlio della tv commerciale, effetto dell’omologazione di Internet, sia come sia: è foriero di qualunquismo, passività e delusione. Non si può registrare alcun progresso di consapevolezza sulla strada della verità, quella per cui il lavoro è fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro, quella per cui il ripudio della lotta di classe violenta non significa accettazione passiva della legge del più forte, quella per cui il capitale investito merita remunerazione purchè sia investito sul serio, però, e non sottratto all’”equa mercede” che già Leone XIII indicò nella sua Rerum novarum, mirabilmente rinnovata da Papa Benedetto XVI nella sua Caritas in veritate.

    Ecco, l’impressione è che sia indispensabile risvegliare nelle coscienze di questa classe operaia culturalmente smarrita il senso dei diritti, un senso ecumenico dei diritti, globalizzato, che consenta di non odiare i concorrenti cinesi che lavorano 70 ore alla settimana facendo (da vittime inconsapevoli) social-dumping contro i loro colleghi occidentali; senza per questo cadere nell’errore di pensare di poterli emulare, i simili-schiavi cinesi, come tanti padroni occidentali pretenderebbero che le nostre tute blu facessero.

    Insomma, e in parole povere: si sta passando da un eccesso all’altro. Dal “no su tutto” del pansindacalismo parassitario degli anni Settanta; al “sì su tutto”, che questi ragazzi sono portati a dire, e che il marchionnismo auspica. Esiste una terza via: la collaborazione intelligente, l’aziendalismo consapevole, la laboriosità umanistica. Ma come ogni “terza via” è la più giusta e insieme la più difficile da capire e praticare.

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