AMERICA E DINTORNI

AMERICA E DINTORNI

cassius clay

IL RE DEL RING

Gran  parte delle ricostruzioni storiche  volte a identificare i pugili più grandi della storia hanno il difetto d’origine di privilegiare i pesi massimi, destinando scarsa attenzione alle categorie inferiori. Allo strapotere mediatico della categoria più pesante, si sottraggono i pesi medi, tipo Ray Sugar Robinson, puglie per cui il giornalismo dell’epoca esaurì interi vocabolari, Carlos Manzon, vita di fame e di galera,  il nostro Nino Benvenuti, poi Marvin Hagler e Ray Leonard. Se i numeri costituiscono un metro attendibile per classificare la grandezza di un pugile, bisogna ritornare ai pesi massimi e incominciando da Rocky Marciano (Toro scatenato) si arriva senza dubbio a lui. Non è stato forse il più grande della storia, forse neanche il primo, secondo o terzo. Tuttavia per potenza trasgressiva, per bulimia di parole e ascolti, per impegno politico e forza morale lo è, imbattuto per manifesta superiorità: Cassius Marcellus Clay, lo spavaldo “labbro di Lousville”, un’abilità pugilistica mai vista prima, dai tempi di Sugar Robinson. Cassius Clay è ancora Cassius Clay, dopo stagioni drammatiche per i neri, negli anni ’70, vissute sul territorio statunitense. La guerra in Vietnam, la violenza diffusa dei disordini razziali, l’uccisione di Kennedy, seguita da quella di Malcom X e Martin Luther King. E’ il 1967 quando Cassius Clay diventa Muhammad Alì, convertendosi all’islam, quando sale sul ring ha simbolo tra i più credibili della protesta nera, rigettando ogni compromesso, rifiutando la precettazione per l’arruolamento in Vietnam, perdendo il titolo mondiale con squalifica biennale. Cassius Clay – Muhammad Alì, chiude la carriera dopo  61 incontri e 56 vittorie. Alla fine scopre la maledizione del Morbo di Parkinson. Ne offrirà triste testimonianza il corpo tremante, ultimo tedoforo a sorpresa ai Giochi Olimpici di Atlanta ’96. Anni dopo gli verrà consegnata la medaglia presidenziale della libertà. Lascerà al prossimo l’inossidabilità di un mito insuperabile nella disciplina pugilistica.

marco_belinelli

UN ITALIANO D’AMERICA

Ora non ci sono più scuse. Gli errori di pronuncia e di scrittura sul cognome, anche se in assoluta buona fede non possono più essere tollerati. Addio sovraimpressioni ufficiali, messaggi e articoli di un certo Bellanelli o Berlinelli. Ora mai, per gli americani che avessero ancora dei dubbi c’è l’eterna iscrizione nel registro dei vincitori, nella gara del tiro da 3punti a garantire la salvaguardia di un’identità non più anonima. Marco Belinelli, conquistatosi il posto al sole accanto a figure mitologiche come Larry Bird, Magic Jonhson, Mikael Jordan e Doctor J (Jiulius Erwing). Ha fatto la storia, non solo nel quartierino periferico di Little Italy, ma nel  macrocosmo della Nba. Ecco servite in una storica notte in mondo visione da New Orleans, in un colpo solo, la faccia e l’impresa da copertina, di cui aveva disperato bisogno il basket italiano, per cercare di evadere dal ghetto costruitosi negli ultimi anni.  Una parabola culminata con il lieto fine dell’incoronazione nell’ultimo All Star game di chi alla fine ha trovato davvero l’America. Sì, perché la notte di Marco è il frutto di un lungo e tortuoso lavoro di miglioramento e ricostruzione personale. La subilimazione tanto per rendere ancora più bella la favola del predestinato che dalla provincia bolognese si è ritrovato al centro del villaggio globale dell’All Star Game americano.

Antonio Leo

Collepasso, 3/3/2014

 

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