ADDIO ALLA LOTTA DI CLASSE? AUGURIAMOCI DI NO!

 

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ADDIO ALLA LOTTA DI CLASSE? AUGURIAMOCI DI NO!

Di tanto in tanto qualcosa si muove, ma sperare che una lotta di classe dei lavoratori, oggi, possa essere vincente, è un po’ utopia, un bel sogno. I giovani, ma anche i meno giovani, si sentono talmente inutili e impotenti che pretendere da questi una riscossa è pia illusione. Non avere un lavoro, o doverne  accettare le condizioni da schiavo moderno, la coscienza di tale condizione e la capacità di reazione è vicina allo zero. Eppure questo sciopero nazionale del 12/12, dichiarato da cgil e uil, pare abbia messo in movimento un bel po’ di protesta, speriamo bene. Esprimo i miei migliori auguri per una lotta di classe senza se e senza ma.

Ma c’è da considerare anche il fango che da troppo tempo si è buttato sui lavoratori, troppi pennivendoli e opportunisti politici hanno sostenuto l’idea del lavoro come fatto marginale. La globalizzazione della finanza internazionale ha avvelenato i pozzi del lavoro, distrutto la dignità della produzione come fonte primaria di ricchezza, ubriacando tutti della bellezza di fare soldi con i soldi senza sporcarsi le mani col lavoro manuale. L’illusione continua e nessuno sembra in grado, per adesso, di porre fine, di confutare questa stravagante e malsana idea. Solo una giusta e opportuna lotta di classe, se ricomincia come negli anni sessanta e settanta, può capovolgere questa tremenda condizione alla quale i lavoratori sono oggi sottomessi.

Non che manchino coloro i quali vanno contro corrente, ma, ahinoi, per ora sono pochi e impotenti di fronte alle stragrandi capacità di corrompere e dominare attraverso tutti i loro strumenti a disposizione che mettono in essere  le multinazionali della finanza. Il paradosso si evince quando si è in grado di osservare che questa crisi, che dura ormai da oltre cinque anni, è tutta loro, è tutta voluta e diretta dalla finanza, del loro stile di briganti. Questa loro capacità ha di fatto inglobato, nella loro demenziale strategia, anche partiti politici che storicamente sono sempre stati a fianco delle lotte dei lavoratori; inoltre ha reso quasi del tutto marginali le loro organizzazioni sindacali, quanto meno fin qui; speriamo bene per il futuro.

MA COME  È POTUTO ACCADERE TUTTO QUESTO:

Tutto il PD, compresa la minoranza salvo singole eccezioni, turandosi il naso ha votato la fiducia al governo Renzi. Governo, questo, perfettamente in linea con le bramate esigenze della finanza internazionali volute e  imposte dalla UE.  Infatti, la fase storica che viviamo si caratterizza per la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, esemplificata da vari fenomeni: la peggiore recessione economica dal 1929, la crisi di egemonia e l’inasprimento dell’aggressività imperialista di Usa e Europa Occidentale, la tendenza alla guerra in forme sempre più devastanti e ampie. Una fase che si è incentrata nella controffensiva neoliberista contro il movimento dei lavoratori, di cui il processo di integrazione economico e valutario europeo è stato ed è tuttora la leva strategica.

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ALCUNE CONSIDERAZIONI DI ENRICO GRAZIANI:

“E’ stupefacente: la sinistra europea e italiana ha riconosciuto le politiche di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher come ferocemente antipopolari ma non riconosce come avversario politico questa Unione Europea che, cavalcando la crisi, attua una politica ancora più suicida e iniqua. Quasi tutta la sinistra (o quel che rimane) resta testardamente e aristocraticamente “fedele all’Europa”. Il tragico errore della sinistra italiana è stato dunque di avere ingenuamente, e perfino distrattamente, consegnato quasi completamente all’Europa la sovranità nazionale, e quindi la sovranità democratica, la democrazia.

Di fronte all’abbaglio della sinistra occorre allora affermare una verità perfino banale: l’Unione Europea non è la patria dei cittadini europei – e certamente non diventerà mai l’Internazionale dei lavoratori, come vorrebbero alcuni marxisti (o presunti tali) – ma è un’istituzione fondata su trattati concepiti e approvati dai governi (e spesso respinti dai popoli, come la costituzione europea). La UE intergovernativa è quindi strutturalmente non democratica, perché per definizione le intese intergovernative – anche qualora siano molto positive, come per esempio nel caso dell’ONU, della FAO e dell’UNESCO – non sono ovviamente mai scritte dai popoli. I popoli contano nulla nella definizione delle politiche sovranazionali, non decidono né nel caso dell’ONU né nel caso della UE. Mentre a livello nazionale possono fare sentire la loro voce ed eleggere e controllare i loro rappresentanti, e mandarli a casa se fanno male”.

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Quindi nessun dubbio, occorre dare un ultimatum alla UE, è fondamentale per la sua stessa sopravvivenza, o cambia direzione o sparisca. Di difensori dei pescecani della finanza ce n’è fin troppi in giro per il mondo, la UE deve pensare e agire in controtendenza rispetto ai pescecani della finanza e utilizzare tutta la sua forza politica ed economica nel rigettare l’omologazione della globalizzazione e del suo pensiero unico. Le alternative ci sono, le conoscono, le applichino. Diversamente il sogno di una generazione di pensatori i quali sognavano un’Europa dei popoli resterà solo un’ottima utopia, un bel sogno antico.

F.to pagliatano

Collepasso, 13/12/2014

 

 

 

  1. Ormai il popolo è arginato dalla politica e grida la sua disperazione dalle piazze e dalle strade. La disperazione delle fabbriche chiuse, degli stipendi non pagati, delle cose non fatte e sopratutto di un’infame disuguaglianza economica che comincia dalle pensioni e grida vendetta, perchè solo i politici hanno pensioni, vitalizi e indennità varie che gli altri si sognano. Ci sono sempre stati i ricchi e i poveri in ogni Paese perchè così va il mondo. Ma quando i ricchi sono ricchi , quando accumulano vitalizi, prebende e pensioni dorate , solo perchè fanno politica allora vuol dire che siamo in Italia. Nessun gesto, nessun segno, nessun provvedimento, neppure simbolico arriva dalla politica ai diseredati. L’antipolitica, con i suoi grilli parlanti e strepitanti, nasce anche da questa mostruosa indifferenza morale.

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  2. Forse è presto per dire che la democrazia come l’abbiamo conosciuta, in tempi e modi diversi e con fasi alterne, in tutta Europa nel corso della seconda metà del XX° secolo è oggi entrata irrimediabilmente in crisi , ed è certamente eccessivo e fuor di luogo ricordare che nella storia del Novecento hanno già avuto un ruolo di primo piano sistemi dittatoriali nati, come in Italia e in Germania, proprio dalla crisi dei sistemi democratico parlamentari oppure che, come in tutto l’Est europeo, i regimi comunisti hanno impedito per decenni l’affermazione della democrazia. Per ora, di certo vi è soltanto che ovunque il popolo si esprime con il voto ( o con l’astensionismo di massa) vince l’insoddisfazione per lo status quo, la sfiducia per l’establishment di potere, la voglia di girare pagina, la paura per il futuro. Sono tutti segnali del fatto che il III° millennio è davvero cominciato e che la storia si è rimessa a correre. Decidere verso quale direzione rimane il compito primario e insostituibile della politica, ma essa potrà riuscirvi solo se sarà capace a sua volta di uscire dal Novecento e di voltare pagina indicando valori e modelli sociali che non possono essere la stanca riproposizione di quelli del passato.
    E’ fin troppo facile prevedere che, quando domenica sera si conoscerà il dato relativo all’affluenza nelle sette regioni interessate al voto, il numero degli elettori che avranno esercitato il diritto dovere di recarsi alle urne sarà sensibilmente inferiore rispetto alla precedente consultazione. E non ci sarà davvero nessun motivo di meravigliarsi se, come già accaduto recentemente perfino in Emilia Romagna, il numero dei votanti risulterà inferiore alla metà degli aventi diritto, a dimostrazione della grave e perdurante crisi di credibilità del nostro sistema politico istituzionale .

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