Contro-informazione storica!?

 È risaputo che la Storia ufficiale la scrivono i vincitori, i perdenti scrivono sì la loro, ma questa è definita contro-informazione storica. Siccome della Storia ufficiale con la S maiuscola, chi più e chi meno abbiamo tutti assimilato alcune nozioni sui banchi di scuola, la contro-informazione storica invece, chi non ha avuto una buona dose di dubbi su quanto ha appreso a scuola, non ha mai cercato nient’altro, e quella versione, è vissuta e vivrà nella mente di ognuno come un dogma di fede. Ferma restando la distanza ideale e politica che mi separa da quelle fonti reazionarie, che ancora oggi tentano di dare lustro e decoro fuori luogo alle gestioni borboniche con il loro regno delle “due sicilie” e/o, peggio ancora, a quelle del potere temporale dei “papa-re”, una cosa sento il bisogno di affermare e, senza paura di essere smentito sostengo: L’unità d’Italia l’hanno voluta, hanno lottato e l’hanno ottenuta, una minoranza di intellettuali e benestanti italiani. Le masse, invece,  erano fin troppo impegnate nella lotta per la sopravvivenza e, all’unità dell’Italia, neanche ci hanno mai pensato, né potevano fere qualcosa per agevolarla. (Anche se, si può dire? che l’Italia era già nata con la lingua italiana del Sommo Poeta, 1300 d.C.). Quindi, la critica è rivolta nei confronti  delle modalità della sua realizzazione, i costi, e chi li ha pagati. Perciò, non è se l’Italia debba essere unita, credo che non ci siano dubbi su questo, ci sentiamo tutti italiani e anche orgogliosi, malgrado Bossi e Berlusconi.        Ma, paradossalmente, proprio le masse di contadini senza terra, questi braccianti poverissimi, che a fatica riuscivano a mettere sotto i denti qualche cosa, sono quelli che hanno pagato il prezzo maggiore per questa unità d’Italia tanto voluta da ceti economicamente privilegiati e da intellettuali. Se con i regimi medievali dei Borboni e della chiesa, faticavano a mettere qualche cosa sotto i denti, con l’unità d’Italia, si ritrovarono più affamati che mai. Per la prima volta iniziò dall’italica terra, un’emigrazione di proporzioni bibliche. Chi nelle due americhe, chi nel nord Europa, in massa furono costretti ad emigrare per poter sopravvivere. Chi non emigrò, divenne brigante. E si disse: “O emigrante o brigante”, non c’erano alternative.

Per sottolineare che  questa mia affermazione non scaturisce da una mia stravagante immaginazione, inserisco una testimonianza contenuta nella “storia del regno di Napoli” di Benedetto Croce.

 scriveva F.S Sipari di Pescasseroli ai censurari del Tavoliere (Foggia 1863)

 “Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l’ama. Il contadino robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione, eivolta a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piobe, e non nevica e non annebbia. Con questi ottanticinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre, spesso invalido dalla fatica già passata, e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano per più giorni gli ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo da portare nulla all’usuraio o al monte dei pegni, allora (oh, io mentisco!) vende la merce umana; esausto l’infame mercato, pigli il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra, e mangia. Dirò cosa strana: mi perdonino. Il proletario vuol migliorare le sue condizioni nè più nè meno che noi. Questo ha atteso invano dalla stupida pretesa rivoluzione; questo attende la monarchia. In fondo nella sua idea bruta, il brigantaggio non è che il progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio. Certo, la vita è scellerata, il modo è iniquo e infame…Ma il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori  il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari. Non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento, a piccoli lotti dei beni della Cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante…Date una moggiata al contadino e si farà scannare per voi, e difenderà la sua terra contro tutte le orde straniere e barbariche dell’Austro-Francia”.

F.S Sipari di Pescasseroli (Cfr. B. Croce, Storia del Regno di Napoli – Oggi anche di Laterza, Bari, 1966, pp.337-339)

 Ma la terra ai braccianti, non arrivò mai.

“Infatti, molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. Non solo le loro aspettative andarono deluse, ma il nuovo governo introdusse la leva obbligatoria ed inasprì le imposte, portando alla rovina milioni di persone. Lo scioglimento dell’esercito borbonico e di quello garibaldino mise poi in circolazione migliaia di soldati sbandati. Il malcontento, le difficili condizioni economiche sopravvenute, il durissimo atteggiamento delle truppe di occupazione piemontesi, suscitarono le ire della popolazione che sfociarono nella rivolta armata.

Nel 1860-61 le truppe presenti nel sud ammontavano a 22 000 unità, l’inasprirsi della guerra richiese l’invio di rinforzi. I soldati raggiunsero quota 55.000 a fine 1861, diventarono 105 000 nel 1862 ed arrivarono a 120 000 negli anni successivi.

Fu una vera e propria guerra civile, combattuta con ferocia da entrambe le parti e di cui fece le maggiori spese come sempre la popolazione civile: una triste situazione che si ripeté continuamente per tutta la durata della guerra civile era il saccheggio di un paese da parte delle bande di ribelli, seguito dall’intervento dell’esercito alla ricerca di collaborazionisti, che comportava sistematicamente un secondo saccheggio, la distruzione degli edifici che venivano dati alle fiamme, esecuzioni sommarie e spesso la dispersione dei sopravvissuti”.

Quindi, scesero dal nord come conquistatori, vinsero la guerra, e fecero pagare un prezzo salato ai meridionali. Ma non a tutti, solo i più poveri pagarono il conto. Rastrellarono le risorse del sud portandosele al nord, poi l’emigrazione del sud verso il nord, segnò il totale depauperamento. Venne il tempo della prima guerra mondiale e, dal sud, centinai di migliaia di braccianti dovettero andare al nord, in guerra contro l’Austria, così i braccianti del sud furono costretti a scavare trincee e tunnel sul Monte Grappa. Ancora oggi, a 150 anni dall’unità, il sud continua a subire angherie, soprusi da parte del nord. Ancora oggi, ai nostri giorni, il nord che abbiamo così tanto contribuito a far divenire ricco e benestante, ci vuol dare il benservito. E ti senti dire: l’unità d’Italia? Ora basta con i meridionali, sono una palla al piede per noi settentrionali!

Magari, ora ci dividiamo perché vogliono così i nordisti, poi tornerà qualche altro nordista che la penserà diversamente e cercherà ancora una volta di rimetterci insieme, ma andate a…

Per saperne di più sul come il nord ha soggiogato il sud, ecco una serie di meridionalisti da  consultare al fine di accedere ad informazioni più dotte, più dettagliate, sul meridionalismo in generale.

 lpica1.JPG

 In seguito alla legge Pica, operativa dal 15 agosto 1863, avendo sospeso ogni forma di diritto contro le popolazioni meridionali, nel parlamento, durante la seduta del 29 aprile 1862 il deputato Giuseppe Ferrari così si esprimeva nei confronti del governo: «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.» 

ll movimento (meridionalista) nasce con l’apporto di numerosi studiosi a seguito dell’unità d’Italia. Tra i primi meridionalisti si possono considerare Pasquale Villari, Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, i quali studiarono a fondo con l’intento di conoscere la vera situazione del Mezzogiorno prima dell’annessione al Regno d’Italia (1861-1946). Costoro, infatti, dimostrarono che il Regno delle due Sicilie non era affatto uno Stato povero, e descrissero l’unità d’Italia in quanto operazione di colonialismo militare prima (la legge Pica e la campagna militare contro il brigantaggio) e colonialismo economico successivamente. I meridionalisti non esitarono a rivelare le gravi responsabilità della politica governativa e il ruolo delle classi dominanti (soprattutto i proprietari terrieri).Altro grande meridionalista da consultare è Antonio Gramsci.

Studiando a fondo questi intellettuali meridionalisti, scoprirete come e quanto la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento.

Firm. Gino del Tacco

Collepasso 15/5/2010

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *