25 aprile, una data dal valore non negoziabile.

25 aprile, una data dal valore non negoziabile.

Ho riflettuto molto sulla vita di Adriano Olivetti, e su ciò che ha rappresentato, e non credo di aver  mai conosciuto in vita mia niente di più intelligente, niente di più opportuno, dignitoso e decoroso, del modo in cui lui vedeva la fabbrica.

Mi ha sempre sconvolto l’idea che il primato delle grandi conquiste sindacali non appartiene alla classe dei lavoratori, bensì ad un imprenditore che aveva un concetto diverso, alternativo della fabbrica: ”La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza.”

La sua azienda accoglieva artisti, scrittori, disegnatori e poeti, perché  riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità. Il suo concetto i fabbrica coincideva con l’idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. La sua utopia era quella di creare  una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. E a proposito dell’utopia ebbe a dire: “Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande”.

Penso anche agli effetti a lungo termine che avrebbe potuto avere il suo pensiero se fosse stato perseguito. Prima di oggi, non ho mai dato voce né a me stesso né ad altri di  questa mia ammirazione per Adriano Olivetti. La sua storia è sempre stata presente nei miei pensieri. Era nella mia mente , è vero, ma non ne sono mai  stato realmente consapevole, altro che di sfuggita; ora mi accorgo che ha condizionato prepotentemente il corso della mia vita.

Sono indeciso su due frasi che meglio inquadrano il personaggio. Una è quella in cui Adriano Olivetti afferma che: “La bellezza, insieme all’amore, la verità e la giustizia, rappresenta un’autentica promozione spirituale. Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici, non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà”. L’altra invece: “E’ vero non siamo immortali: ma a me pare sempre di avere davanti un tempo infinito. Forse, perché non penso mai al passato, perché non c’è passato in me” .

Mi accorgo solo ora di essere maturato secondo questi principi e, pur non avendolo conosciuto personalmente, so, anzi sono pronto a garantire, che era un uomo semplice e che la sua condotta era certamente irreprensibile. Tutto questo lo so. Come so che la sua intera esistenza era completamente dedicata alla dimostrazione che, per garantire la pace nel mondo, le uniche armi segrete delle quali è lecita l’esportazione erano e restano libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’industria. So anche, perché me lo ha fatto capire,  che le fabbriche, al fine di garantire la loro stessa esistenza, devono saper investire in concerti, mostre, dibattiti. Così come devono far lavorare intellettuali, scrittori, artisti, e alcuni di questi anche con ruoli di vertice. La cultura è l’unico valore da capitalizzare.

Eppure eccoci qui, oggi tutti noi in Italia, condannati da un capitalismo finanziario che non ha saputo fare tesoro delle idee di un così grande uomo, delle cose che ha insegnato, di ciò in cui lui credeva. Nonostante tutto il suo impegno, nonostante tutti i suoi risultati.

Questo pensiero mi disorienta.

Qual è stato il suo peccato?

Di quale offesa grave verso il capitalismo italiano era colpevole Adriano Olivetti?

Le sue fabbriche erano un modello di civiltà; sembra incredibile che un Paese come l’Italia, che oggi è così rattrappito nel suo rapporto con le tecnologie, abbia ospitato un’azienda, la Olivetti, leader nell’innovazione tecnologica e capace di realizzare prodotti a dir poco avveniristici. I suoi prodotti rappresentano ancora oggi il punto di partenza della Information Technology.  Apple, Microsoft e Google è lì che affondano le loro radici. Olivetti era un’azienda italiana conosciuta e stimata in tutto il mondo. Trentamila dipendenti. Primo e forse unico esempio italiano di colosso dell’innovazione e di realtà imprenditoriale capace di fagocitare grandi aziende americane del tempo, come la Underwood.

Forse è stata la sua visione del lavoro a condannarlo?

Egli pensava che gli operai e i dipendenti sono parte integrante dell’azienda e del processo produttivo e vanno quindi messi nelle condizioni di svolgere le proprie mansioni nel migliore ambiente possibile. Sotto la sua guida gli stabilimenti in Campania erano primi per produttività e qualità. La discriminare tra un Nord lavoratore e un Sud fannullone era una speculazione impossibile.

Il futuro dell’Italia poteva partire da queste premesse, ma altri uomini, gli stessi che ancora oggi sostengono di poter portare fuori da questa maledetta crisi la Nazione, hanno deciso allora, e ancora oggi, che il loro sistema, le loro definizioni dell’economia, della politica, dello stato sociale sono più corrette. E per far si che ognuno si adegui  al loro sistema, ci minacciano – minacciano tutto questo paese -  di dannazione eterna!

Puah!

E’ disgustoso?

Adriano Olivetti, quattro anni dopo la sua prematura scomparsa, venne umiliato non dalle parole (l’appassionante storia della divisione elettronica della Olivetti, venne definita “un neo da estirpare” da Vittorio Valletta) ma dal pensiero di quegli uomini componenti il gruppo d’intervento, formato da Fiat, Pirelli, IMI, Mediobanca, chiamato a risolvere la precaria situazione finanziaria della Olivetti.

Forse quello fu il momento più catartico della miopia di alcuni industriali e finanzieri italioti, ma anche l’esempio più emblematico del disinteresse della classe politica che ignorò l’importanza strategica delle nuove tecnologie e non ebbe il coraggio e la forza  di intervenire per salvaguardare e promuovere il patrimonio di conoscenze nel settore elettronico che all’interno della Olivetti si era accumulato.

Oggi però, dopo i fatti accaduti in Parlamento (nascerà il primo governo degli ossimori),  vigilia della festa di liberazione, penso che il vero peccato di Adriano Olivetti fu quello di non aver mai voluto  credere ai partiti. Diversamente dagli intellettuali che alla fine del Fascismo vedevano nei partiti uno strumento di libertà,  egli pensava, onore alla lungimiranza, che fossero  organismi capaci di selezionare personale politico inadeguato, convinto che un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni ma ne è trascinato. Immaginava una Camera che soddisfacesse  il principio della rappresentanza nel senso più democratico ma che poi sapesse scegliere ed eleggere un senato composto delle persone più competenti di ogni settore della vita pubblica, della economia, dell’architettura, dell’urbanistica, della letteratura.

Come dargli torto!

E’ così io penso … No!?

Io credo, io sono convinto, che questo Parlamento sarà, purtroppo, nel suo genere l’avvenimento più importante nella storia di questo paese. Questo Parlamento sarà l’arena nella quale le miopi idee e i falsi valori, e le assenze di  merito degli uomini che ne fanno parte dovranno misurarsi e rendere giusto conto a valori che uomini come Adriano Olivetti  avevano saputo indicare.

La sua esperienza di fabbrica era unica al mondo e fu raggiunta in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi teorie: il capitalismo e il comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà e profitto e credeva anche che solo la felicità collettiva poteva creare efficienza.

La soluzione non è mai una sola, c’è sempre un’altra possibilità:  bisogna saperla riconoscere come ben fecero gli operai della Olivetti alla fine della guerra ascoltando il discorso che Adriano Olivetti volle fare al suo rientro:

 

“… La guerra, in principio appena sentita, in principio sentita da noi soltanto come uno scandalo morale, come una cosa  che ripugnava profondamente al nostro animo di uomini e di italiani, ma che non comportava gravi sacrifici, sopraggiunse. La durezza della guerra, il peggiorare delle condizioni di vita furono fenomeni lontani, ma intanto la fabbrica procedeva in una falsa direzione e in una falsa vita.
Invece di guardare in fondo ai nostri problemi, noi e i nostri dirigenti vivevamo alla giornata, invece di guardare avanti nell’avvenire, impegnavamo le nostre capacità e la nostra intelligenza in sterili questioni che bisognava discutere di fronte a prefetti o a segretari federali ai quali nulla importava quello che era stata per noi, da lunghi anni, la nostra fatica e il nostro sogno. Fare di questa fabbrica un mezzo migliore di vita e di comunanza sociale
. Perché tale era l’insegnamento della nostra guida spirituale che ancora era tra noi: mio Padre.

Le crisi del 25 luglio e dell’8 settembre accentuarono questa situazione. E poi entra allora nel buio pauroso dei lunghi mesi dell’occupazione tedesca. E’ a me facile oggi, al ritorno, solo reso triste dall’assenza di persone care, ma se vi è miracolo nel ritrovare ogni uomo, ogni macchina, ogni vetro, io ringrazio profondamente i Caduti, i 17 nostri compagni che in questo grande sforzo collettivo, in questa rinascita di popolo che è stata la lotta per la liberazione, hanno fatto sacrificio della loro vita affinché la fabbrica fosse salva e il Paese dimostrasse al mondo che non poteva dividere la responsabilità dei nazisti e dei fascisti….”

 

Sono trascorsi  68 anni da quel discorso, ma se provassimo a sostituire qualche soggetto il contenuto rimane intatto. E pronunciarlo domani in occasione della festa del 25 aprile sarebbe tragicamente attuale.

 

24 aprile 2013

Errico Pietro Giuseppe

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Gli ho inviato queste poche righe prima di pubblicare questo suo articolo sopra riportato:

carissimo Giuseppe, avrei volentieri inserito questa tua, ma siccome me l’hai mandata i PDF, è impossibile per me inserirla nel sito. Mi farebbe piacere ricevere, magari in modo più sintetico, quanto hai già scritto. Capisco il tuo punto di vista, sono tentato di rispondere con una battuta: “una rondine non fa primavera“, ma so che meriti di più e di meglio. Perciò devo aggiungere e assicurarti che è molto più utopistico il tuo capitalismo dal volto umano dall’utopia descritta da Campanella con la sua “Città  del Sole” o, “dell’isola dell’utopia” di sir Thomas More. La natura del capitalismo, purtroppo, non è sostituibile, non è riformabile, aggiungo anche paradossalmente, che non potrebbe vivere diversamente. L’egoismo e l’accumulazione compongono spirito e materia del suo essere. Ed è da questa anima e corpo del capitalismo che è emerso, ieri il fascismo storico, oggi ci regala il mostro della speculazione finanziaria che sta producendo tanto danno a lavoratori pensionati e piccole imprese. Comunque rispediscimela in word e ti assicuro che non modificherò niente, solo, se puoi, sintetizza almeno un po’. sai chiunque si accinge a leggere qualcosa su di un sito, si arrende subito se l’articolo lo vede lungo. ti saluto ciao gaetano.

*****

Così mi risponde Pietro Giuseppe Errico:

Credi che non lo sappia che è solo utopia. Preferisco però in questa giornata storica ubriacarmi di pura utopia, immaginare che poteva realizzarsi il sogno di Adriano Olivetti, piuttusto che assistere a questo scempio di vile manipolazione della realtà.

Hanno sporcato tutto, hanno infangato anche il valore dela Resistenza pur di giustificare il loro fallimento. Lo hai sentito pontificare il Pres. Napolitano  a favore di questi sporchi boiardi di stato eletti a emuli dei nostri partigiani? Eroi della Resistenza, li ha definiti.

Mi chiedi di restringere l’articolo, ho provato a farlo, ma poi mi sono detto che non me ne fotto un cazzo se lo leggono o meno, magari  lo puoi anche allargare aggiungendo questa mia risposta o, in alternativa anche non pubblicare.

Ti ho detto che avevo voglia di ubriacarmi di sana utopia; ho voglia di gridare a tutti che un mondo migliore è possibile perchè tante sono state le persone che si sono sacrificate per quest’ideale.Cosa penserebbero i nostri partigiai se avvessero la possibilià di vedere così miseramente calpestato il loro martirio. Cosa penserebbero se vedessero destra e sinistra uniti per salvare lo “spred”.

Loro sono morti per la libertà, noi non abbiamo il coraggio di combattere lo “spred”

Caro Gaetano, abbiamo sbagliato tutto, avremmo dovuto saper indicare accanto alla celebrazione, giusta, dei nostri eroi della Resistenza la differenza tra chi era da una parte e chi dall’altra. tra chi lottava per conservare il potere e chi invece si è immolato per un ideale. Dovevamo capirlo subito che il sangue dei vigliacchi non si mischia, avremmo dovuto imparare a conoscerlo, isolarlo, evitare di farlo tornare forte così come oggi è tornato. I pastori Sardi conoscono bene questa loro caratteristica genetica,  la definiscono (mi perdonino i sardi se non riuscirò a scriverla correttamente): “piper in sangher” – “pepe nel sangue” – e cercano in tutti i modi di esorcizzarne la sua manifestazione violenta.

Conosco tutti i nomi di chi a Collepasso ha lottato per un mondo migliore; non altrettanto posso dire di chi invece era era dall’altra parte. Ti garantisco però che quei pochi che conosco sono sufficienti per poter affermare che buon sangue non mente. I codardi, i vigliacchi di ieri sono i padri dei vigliacchi e dei codardi di oggi, nulla è cambiato ma non abbiamo più la capacità di riconoscerli.

Buon 25 aprile, Gaetano. Oggi il  25 aprile è morto definitivamente, sepolto non dalla vigliaccheria di quelli che erano dalla parte sbagliata ma dall’assenza di coraggio di chi non ha voluto gridare che quella  parte era sbagliata.

(Errico Pietro Giuseppe)

Collepasso, 25/4/2013

 

 

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